•  
  •  
  •  
  •  

LADY MARIAN E LO SCERIFFO DI NOTTINKASTEDDU

La nebbia avvolgeva la foresta di Karaliswood, quando tre figure furtive, con mantelli, cappucci e armati di potenti archi lanciapernacchie, si avvicinarono al castello “Bava Verde” a Nottinkasteddu, dove stavano rinchiusi centinaia di giovani, in ambiente malsano e igienicamente tutt’altro che a norma.

In quel sinistro maniero, i poveri ragazzi subivano un continuo lavaggio del cervello, in base ai dettami del nichilismo fognario e cimiteriale predicato dai ben noti beccamorti Mike Foulcault, Esor Rose, Konrad Augh e Peter George Odincolds. La falsità dei beccamorti giungeva al punto di presentare le bavose escrezioni che uscivano dai loro cervelli malati come modelli di “democrazia” e di “pluralismo”.

I tre coraggiosi sabotatori dell’obituaria menzogna erano guidati dall’intrepida Lady Marian, che era armata, oltre che di arco, anche del suo pesante e micidiale padellone, che usava per cuocere succulenti manicaretti per il suo maritino, oltre che come arma. La valente guerriera era appunto seguita dal coniuge Robin Ungentle (che, tradotto dall’albionico, significa “Indelicato”), armato di arco e di mazza ferrata, e dal fedele amico di lui Fra’ Luciantuck, campione di lotta col bastone. Silenziosamente, i tre lanciarono corde con rampini, che fecero presa sui bastioni merlati della fortezza, e salirono agilmente lungo i cavi, penetrando nel sinistro maniero.

Sugli spalti si parò loro di fronte il piccolo e velenoso carceriere Mark Pinocchio (o Finocchio), spalleggiato dal burbanzoso boia Philip Zero, ma, prima che i due loschi individui potessero dare l’allarme, i tre fuorilegge silenziosamente li impacchettarono in due secondi. Lady Marian si impadronì delle chiavi delle segrete, tagliando il cordone che teneva il pesante mazzo tintinnante legato alla cintura del carceriere Pinocchio (o Finocchio) steso a terra, afferrò una torcia e guidò i compagni giù per le ripide scale verso i sotterranei.

Ma mentre scendevano, una ululante megera si parò di fronte ai tre ardimentosi. Zompava da un gradino all’altro venendo loro incontro a cavallo di una scopa, con gli artigli protesi e la bocca zannuta che colava bava sanguigna.

— Attenti, l’orrenda strega Mary-the-hop-hop-jump — gridò Robin Ungentle, scansandosi per evitare gli zompi della strega, ma riuscendo a spezzarle in due la scopa con un colpo di mazza ferrata. Rimasta priva di cavalcatura, la megera fu facile preda del bastone di Fra’ Luciantuck che la fece rotolare dalle scale. Caduta di fronte ai cancelli chiusi delle segrete, Mary-the-hop-hop-jump tentò un ultimo zompo per avventarsi sui tre fuorilegge, ma il padellone di Lady Marian la centrò proprio nel mezzo delle cucurbita, aprendovi una spaccatura dalla quale uscì aria mefitica supercompressa. Svuotatasi così la testa, la megera, divenuta leggera leggera, zompò all’indietro e batté in ritirata, scomparendo.

I tre fuorilegge, tappandosi il naso per la puzza, erano ormai giunti alle oscure viscere del castello, dalle quali si levavano sommessi lamenti ma, quando ebbero aperte tutte le porte delle carceri, solo pochi prigionieri ebbero la forza di uscire e seguire i loro liberatori. La maggior parte dei ragazzi — già troppo avvelenati dal liquame che colava in una cascata di bava verde di cervello relativista putrefatto fin sulle scale di fronte al maniero, che non a caso portava il nome che portava — non seppero approfittare delle porte aperte per riacquistare la libertà; alcuni uscirono dalle celle, fecero pochi passi esitanti, barcollarono e crollarono al suolo. Alcuni dei prigionieri, del tutto in preda ai fumi del relativismo, si ribellarono ai liberatori, e ci vollero il padellone di Lady Marian e il bastone di Fra’ Luciantuck per ridurli alla ragione.

Solo un piccolo numero di prigionieri si unì ai liberatori, felice di aver trovato la salvezza. Raggiunto il posto di guardia, Lady Marian neutralizzò con pochi colpi del tremendo padellone quattro o cinque insignificanti armigeri di presidio e azionò il meccanismo del ponte levatoio.

I fuorilegge, insieme ai loro prigionieri liberati, si dileguarono, mentre il cigolìo del marchingegno levatoio svegliava lo sceriffo di Nottinkasteddu, Max Blateront, appena eletto all’importante carica. Il potente difensore dell’Istituzione si affacciò alla finestra riparandosi la pelata dal freddo pungente della notte con il primo oggetto che gli capitò fra le mani che, per caso, si rivelò essere un pitale, e neppure vuoto.

— Allarme, allarme, allarme, — gracchiò Max Blateront — i prigionieri fuggono. Allarme rosso, siamo sotto attacco… Slurp, cos’è questa roba marrone che mi cola sul cranio? Mica male, però… —

Il mattino seguente il sole sorse illuminando coi raggi rosati dell’alba le cime degli alberi di Karaliswood e lambendo il sinistro castello di Nottinkasteddu, le cui mura biancastre e perfino la bava verde sembravano meno ripugnanti, baciate com’erano dai raggi del primo sole. Ma dentro l’edificio regnava l’inferno, un vociare confuso, un ringhiare in sottofondo, urla indemoniate intermittenti:

— Gli faccio la guerra, sarà terribile, gli scateno contro tutti, radunate le trippe… voglio dire le truppe — smaniava Max Blateront.

I fuorilegge avevano davvero passato il segno. Non solo, in passato, avevano bersagliato il sinistro castello con potenti pernacchie che scuotevano fin la bava verde, turbando i pacifici sonni dello sceriffo di Nottinkasteddu, non solo le loro pernacchie avevano sbreccato le statue degli ottimi buoni maestri, specie quella di Esor Rose, che pendeva ormai appassita e come morta, ma, più grave ancora, i giovani perseguitati dalla dittatura del nulla, imposta dallo sceriffo all’intera gioventù della contea, trovavano rifugio e sostegno nella foresta, presso i fuorilegge.

Per porre fine alla sfida che minava alle fondamenta l’Istituzione “Bava verde”, lo sceriffo organizzò una grande spedizione, forte di centocinquanta baldi/balde armigeri/armigere e armitrans di vari “generi”, reclutati/reclutate al Gay Pride. La spedizione era guidata dallo sceriffo in persona, accompagnato dal suo fedele luogotenente Alexander Max e dal clown John Mellon. Gli armigeri Maureen Lissing e George Pisquan, distinguibili dalla penna sul cappello, formavano l’avanguardia della spedizione. Loro compito era seguire a distanza ravvicinata le guide Aurel Mancuse e Friedrich Karmin, senza perderne mai di vista i preziosi fondischiena.

Le esperte guide conoscevano molto bene la foresta di Karaliswood, avendola percorsa in lungo e in largo fino all’esaurimento, nella loro incessante ricerca di finocchi, che crescevano in abbondanza appunto in quella foresta. I finocchi felicemente trovati dai due esperti venivano poscia recapitati alla strega Mary-the-hop-hop-jump, specialista in estratti farmacologici, la quale ne traeva pomate lenitive per le emorroidi. I danni riportati alla preziosa testa della strega nell’incontro col mitico padellone di Lady Marian, tuttavia, compromisero durevolmente le sue ricerche farmacologiche.

Prevedibilmente, l’operazione militare, condotta in modo dilettantesco e non eccessivamente virile, fallì miseramente. La maggior parte degli armigeri, di inclinazione decisamente passiva, vi parteciparono appunto in modo puramente passivo, rimanendo indietro fischiettando e limitandosi ad assistere allo scontro. Quelli che osarono avvicinarsi ai nascondigli dei fuorilegge stramazzarono al suolo, colpiti dalle micidiali pernacchie. Lo sceriffo Max Blateront, imbufalito, guidò un attacco allo scoperto, insieme ad Alexander Max, all’incosciente clown John Mellon, a Maureen Lissing e a George Pisquan, ma l’intero gruppo cadde sotto i colpi del terribile padellone, gagliardamente brandito da Lady Marian, della mazza ferrata di Robin Ungentle e del pesante bastone di Fra’ Luciantuck.

La guerriglia infuriò per ben due anni, durante i quali l’incerottato sceriffo Max Blateront continuò a guidare i suoi vani attacchi nella foresta di Karaliswood, perdendo sempre più le rotondità anteriori che gli servivano da faccia, mentre le micidiali pernacchie piovevano da ogni parte, lasciando segni nell’intero castello che ormai scricchiolava sinistramente.

Tutto preso dalla sua monomania persecutoria contro Lady Marian e la sua banda di fuorilegge, Max Blateront risiedette sempre meno al castello “Bava Verde”, ma si diede a girare per la terra albionica alla disperata ricerca di alleati e di rinforzi militari per poter schiacciare l’insurrezione. Trovò modesti appoggi presso gli sceriffi delle contee vicine, e il regio governo emise un proclama di condanna dei fuorilegge, sulla base di un codice emetico frettolosamente approvato dietro suggerimento dell’orrida strega Mary-the-hop-hop-jump, ma tutto ciò ottenne l’unico risultato di aumentare il buon umore di Lady Marian e dei suoi compagni.

Girava e girava per l’isola e il vicino continente il povero Max Blateront, mentre la guarnigione del castello “Bava Verde”, orfana di guida, soffriva e si lamentava. Cominciarono a circolare proteste contro lo sceriffo che trascurava i suoi compiti istituzionali per sprecare tempo e risorse in una caccia infruttuosa e solo per collezionare sconfitte. E quando era presente al castello, il poco funzionante funzionario non faceva che prendersela con questo e con quello, finendo per litigare con tutti e provocando esaurimenti e svenimenti alle sue sfortunate collaboratrici. Qualcuno cominciò a dubitare che fosse adatto a ricoprire la carica di sceriffo. Le proteste arrivarono fino alle orecchie del sovrano, ma Max Blateront non se ne dava pensiero. Al contrario continuava ad annoiare a morte tutti quanti con le sue incessanti querimonie, che giravano sempre intorno allo stesso argomento, con maniacale insistenza:

— Lady Marian è cattiva, Robin è cattivo, Fra’ Luciantuck è cattivo. Tutti quanti gli altri sono cattivi. Sono traditori dell’Istituzione che non mi aiutano contro Lady Marian e la sua banda. —

E riattaccava, incurante dei sempre più frequenti gesti di noia degli astanti:

— Lady Marian è cattiva, Robin è cattivo, Fra Luciantuck è cattivo. Tutti cattivi… tutti… tutti… —

Alla fine non restò che cacciarlo e nominare un altro sceriffo, certo Joseph Rotten, più accomodante e un po’ meno stupido.

Per consolazione, al povero sceriffo destituito venne affidata una carica all’interno di un certo decadente scriptorium, amministrato da una società di muratori, nella sconsacrata abbazia di Plidaston, dove Max Blateront continuò ad arrovellarsi per il suo fallimento, del quale dava la colpa a tutti fuorché a se stesso.


  •  
  •  
  •  
  •