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LA GRAMAGLIADE

ovvero

EPOPEA DI UNO SPIRITISTA NEMICO DI MARIA VALTORTA

 

CAPITOLO SECONDO

L’OSSESSIONE DEI POTERI MEDIANICI

Quarta puntata

 

Illuminato tuttologo, comprendo bene il motivo del Suo motteggiare sull’arroganza di questa piccola, insignificante femmina che, parlando dell’Apocalisse, si permette di rivelare “il vero senso del testo biblico, sul quale gli altri avrebbero inutilmente arzigogolato” (p. 41). Il mio solito barbiere mi ha fatto osservare che, se Ella avesse una pallida idea di cosa significhi “umiltà” ricorderebbe che Cristo, prima di risuscitare Lazzaro, disse: “Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli.” (Matteo 11, 25).

Vede, o illuminato, io sono costretto a difenderLa in continuazione contro il mio barbiere il quale la critica ferocemente ad ogni centimetro di accorciamento della mia barba che cresce a velocità supersonica, non so perché, da quando mi sono dato alla lettura dei Suoi illuminati libri. Ieri, ad esempio, mi ha detto che Ella riversa spirito di rapa marcia su tutto quello che c’è di sacro, ad esempio sulla Santa Casa di Nazareth custodita a Loreto, e sulla Sindone. Io ho risposto che l’infallibile sapienza dei dottori difficili è troppo al di sopra di un semplice barbiere, ma lui mi ha fatto notare che la casa di Loreto non ha fondamenta, si adatta perfettamente alla grotta di Nazareth che ne costituiva il retroambiente, e soprattutto che è cementata con malta mista a cenere, secondo una tecnica tipicamente orientale mai usata in Italia, ciò che fa strame dell’ipotesi di un trasporto “umano” della Santa Casa con relativo mitico “smontaggio” e “rimontaggio” (ipotesi tanto cara a certi preti razionalisti e praticamente atei, che il mio barbiere bolla con parole irripetibili). Quanto alla Santa Sindone, le prove di autenticità sono tali e tante da ridicolizzare la grottesca datazione “medievale” da parte dei prevenuti “esperti”, e tutti gli altri tentativi di demolirla da parte di laicisti e preti assatanati. Io, in quanto Suo devoto ammiratore, illustre illuminato e pressoché lampadario, avrei voluto rispondere per le rime, ma non mi è stato possibile per l’ingombro della mia barba in rapidissima crescita.

Vede, illuminato, non è facile difenderLa contro il mio velenoso figaro, quando Ella scrive (p. 42): “Non mancano neppure pagine arroganti di Maria Valtorta contro il cosiddetto razionalismo (…) Il 20 settembre 1943 [nei Quaderni] troviamo una violenta invettiva contro i sacerdoti che cercano solo denaro e comodità e rifiutano di riconoscere le visioni, perseguitando per di più i portavoce di Cristo (…)”. A parere del mio barbiere, che sono costretto ormai a visitare tutti i giorni, queste invettive scritte dalla Valtorta sotto dettatura del Divino Maestro, devono aver punto sul vivo Lei, illuminato Professore. Il sullodato barbiere mi ha fatto anche notare che la veggente, quando riceveva dettati che mettevano a nudo le gravissime magagne del clero, era spaventata dalle più che probabili reazioni dei chierici razionalisti che già la perseguitavano.

Infatti i Serviti, oltre a praticare lo spiritismo in convento, avrebbero preferito, come abbiamo visto, che gli Scritti valtortiani fossero ritenuti opera puramente umana. Così, senza i noiosi ritardi dovuti all’insistenza della veggente che si trattasse di opera ispirata, e quindi bisognosa di approvazione vaticana, sarebbe stato molto più facile e rapido sfruttarli per far soldi (si proponevano addirittura di farne un film). Spaventata, dicevamo, dalle reazioni di certo clero non troppo spirituale (il mio barbiere lo definisce in ben altro modo), più volte la Valtorta supplicò in lacrime il Divino Maestro di attenuare o ritirare tali invettive, e Gesù più di una volta la accontentò, e questo, sempre secondo il mio poco illuminato barbiere, darebbe la certezza che il male fosse ancor più grave di quanto appare dall’obbediente penna della veggente.

Essendo costretto a tacere mentre il barbiere lotta con la mia barba in continua crescita, non ho potuto prendere le Sue difese come avrei voluto, quando ha trovato da dire sul modo in cui Ella attacca la pretesa che gli Scritti siano soprannaturali (p. 43): “Contro la pretesa di soprannaturalità basterebbe poi osservare che lo stile dell’Autobiografia è fondamentalmente identico a quello del Poema dell’Uomo-Dio, ove sarebbero registrati divini dettati e riferite divine visioni.” Il mio barbiere dice che Lei, illustre illuminato, si dà egregiamente la zappa sui piedi: infatti Ella ha appena riconosciuto che esistono differenze di stile fra i discorsi di Gesù e le pagine descrittive; è ovvio – argomenta l’inossidabile barbiere – che fra le descrizioni e l’Autobiografia ci siano somiglianze: in entrambi i casi è in campo la Valtorta col suo stile. Logicamente Gesù parla in modo diverso e più alto, così come altri personaggi antichi di grande cultura e sapienza, come ad esempio, i Magi.

Vede, illuminato, purtroppo il mio barbiere ha letto tutta la Valtorta più volte e con la massima attenzione, e quindi non è facile discutere con lui su questi argomenti. Anch’io non riesco a tenergli dietro, impedito come sono dalla prorompente barba da quando ho intrapreso la lettura delle Sue ponderose opere su Valtorta, mormoni, spiritismo e compagnia cantante. Il mio barbiere dice che Ella, o illustre illuminato, ha proprio il chiodo fisso dello spiritismo. Infatti scrive (ibid.): “Il fenomeno in sé [ossia il cambiamento di stile] è ben noto nello spiritismo; alcuni medium assumono, mentre sono in trance, una personalità diversa, che si esprime poi nello stile originario o della scrittura automatica. La Valtorta aveva elaborato un processo psichico di autoipnosi lucida o di trance leggera (…), sicché il suo subconscio emergeva scorrevole e facile come una seconda personalità, identificata con lo stesso Gesù.” Secondo il mio barbiere, si tratta di un’arrogante ricostruzione basata sulla Sua poco spiritosa ossessione per i poteri medianici, contro la quale il sullodato barbiere suggerisce una cura energica: rapatura a zero e tuffo nel Mar Glaciale Artico.

“Si convinse – Ella procede nella Sua illuminata diagnosi (p. 44) – di essere unica depositaria di segreti divini, che Gesù rivelava solo a lei; pensava persino, come portavoce insindacabile di Dio, quando e quanto manifestare anche agli altri.” E, siccome non era Dio a parlare, ma il subcosciente di lei, povera schizofrenica, la Valtorta non faceva che gestire le sciocchezze che le venivano in mente. “Curioso è il contrasto con se stessa del 4 luglio 1944 (Quaderni), interpretato ovviamente come tentazione diabolica.” (p. 45). “Oh, perbacco, ma un prete dotto e illuminato di certo non può credere al diavolo”, mi son permesso di farfugliare attraverso la barba. Al che il mio barbiere ha risposto: “Infatti, dottò, quello a niente crede, tanto che tratta la tentazione diabolica come invenzione.” “Mi pare coerente col personaggio”, ho farfugliato io. “E allora,” ha concluso il mio drastico barbiere (badi bene, non io) “allora, come tutti quelli che non ci credono al diavolo, gli finirà dritto tra le grinfie, se già non ci sta.”

La Valtorta aveva dunque una doppia personalità, secondo i Suoi lumi, illuminato illuminista a corrente alternata, e (p. 45) “Tale doppia personalità, spesso energica e robusta, le permetteva di intervenire con autorità su problemi sessuali, che altrimenti le sarebbero stati preclusi, in quanto donna consacrata alla verginità e alla santità; diventava cioè una specie di valvola di sfogo per ottenere spazi di ascolto più ampi di quanto avrebbe conquistato presentandosi solo come donna e per di più inferma, e per esprimere le sue valutazioni molto rigide su tutto, dall’arte alla tecnica, dalla scienza all’esegesi.” Il mio barbiere, a questo punto, è esploso dicendo che nel suo cervello zavorrato di troppa inutile segatura di scienza (sic, io ho cercato di frenarlo, e in effetti si è espresso in modo molto più colorito), Ella, zavorrato come sopra e anche peggio, non vuole capire che proprio la competenza dimostrata in campi tanto vasti e diversi da una donna semiparalitica e di modesta cultura, indica che la Valtorta non poteva parlare per capacità proprie, ma solo attingendo ad una potentissima fonte esterna.

Il Paradiso, per Lei, grande illuminato tuttologo, dev’essere una sorta di grande ufficio con tante scrivanie. Ella dice infatti (p. 46): “Le rivelazioni dirette di Gesù, della Madonna e altri loro celesti colleghi diventano (…) la garanzia a tutto un castello mitologico che la Valtorta recupera da un miscuglio di leggende popolari e di fantasia fabulatrice.” Chissà che noia, in quel grande ufficio lassù, e allora non avendo niente da fare che guardare le nuvolette e girarsi i sacri pollici, ecco i colleghi di lassù che dicono: “C’è quella povera illusa, laggiù; mandiamole un po’ di leggende popolari per metterle in moto la fantasia fabulatrice.” Inoltre (p. 47), “Gesù assicura personalmente che la Madonna godette dei privilegi paradisiaci di Eva e quindi non avrebbe sentito né il dolore del parto né il dolore della morte; inoltre sarebbe stata una donna anatomicamente perfetta e bellissima, poiché la bruttezza fisica sarebbe una delle tante conseguenze del peccato originale.”

“E con ciò?” ruggì il mio barbiere, agitando le forbici pericolosamente vicine a me, come volesse cavare gli occhi a qualcuno, che però di certo non ero io “come si permette quel… (e giù una scarica di epiteti, di cui il più castigato avrebbe fatto tremare orecchie abituate al gergo delle caserme) di accennare con la sua bocca oscena all’anatomia di mia Madre, perché la Madonna è mia Madre e Madre dell’Umanità. E perché i dannati non dovrebbero essere orrendi, come hanno certamente meritato?” “Su, su, si calmi e la smetta di agitare quelle forbici, e invece mi tagli un po’ questa barba che, mentre lei concionava, si è allungata di un altro centimetro perché ho incautamente guardato un libro del tuttologo.” “Ha ragione, dottò”, concesse il figaro “tanto quello lì non ha niente da temere, perché più brutto di com’è non può certo diventare.”

Mi astengo dal riportare i commenti del barbiere al delirio di dissacrazione gramagliesca e di pretesa onniscienza del tuttologo cuneese quando sentenzia (p. 48): “Sul parto di Maria la fantasia della Valtorta si dimostra estremamente infantile.” E, senza essere mai sfiorato dal minimo dubbio sulle proprie mirabolanti doti di “so tutto, capisco tutto”, rincara la dose: “Ossessionata e complessata di fronte alla sessualità, la Valtorta, che ebbe sempre paura della vita coniugale, del rapporto sessuale e del parto, ha cercato di desessualizzare anche la Madonna, facendo del rapporto tra Maria e il nascituro Gesù un semplice doppione delle proprie meditazioni mistiche; l’inconscio represso e ansioso le impediva di immaginare il parto di Maria in modo diverso dal modo in cui, stando a letto, incontrava Gesù nella concentrazione psichica.”

A questo punto il fedele figaro disse: “A dottò, ma lo lasci perdere nella fanghiglia sua [veramente usò un termine molto più forte e di carattere decisamente defecatorio], perché questo non sa che accumulare bestemmie, e le fobie sessuali le appioppa agli altri perché ci affoga lui.” Quando gli è un po’ sbollita la rabbia, il figaro ha aggiunto: “Il parto indolore della Vergine è confermato dal Discorso sul parto della Vergine di San Efrem e dal Libro della grazia speciale di Santa Matilde, la quale si sentì dire dalla Vergine: ‘Di nulla ebbi necessità, dal momento che partorii senza dolore’.”

Il paludato tuttologo Gramaglia crede di trovare negli scritti valtortiani a proposito di Maria Santissima e della famiglia di lei tutta una serie di “stranezze”, alle quali non risparmia il suo ben noto fine umorismo (pp. 50-51): “La morte di Maria sarebbe stata ‘una dormizione… fra le placide nebbie di un sonno innocente’; anche sua madre Anna si sarebbe spenta non già in affanno di agonia ma in dolce languore, per grazia divina.”. “Maria” ha rilevato il figaro “aveva sofferto abbastanza sotto la croce del Figlio da esentarla da altri dolori, e del resto era ovvio che, non avendo il peccato originale, non dovesse soffrire delle pene connesse alla caduta. Quanto ad Anna, aver dato alla luce il fiore santissimo della Madonna dopo la lunga sofferenza della sterilità, non era titolo sufficiente per meritare una morte serena? E chi è il PAG per questionare i decreti del Re?” “Il PAG? E chi sarebbe?” ho domandato al figaro. E lui: “Ma Pier Angelo Gramaglia, naturalmente. D’ora in poi lo chiamerò così.” “E perché?” “Perché si fa prima. È già abbastanza prolisso quello che scribacchia.”

(continua)


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