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LA GRAMAGLIADE

ovvero

EPOPEA DI UNO SPIRITISTA NEMICO DI MARIA VALTORTA

 

CAPITOLO SECONDO

L’OSSESSIONE DEI POTERI MEDIANICI

Quinta puntata

 

Ho rinunciato da tempo a contraddire il mio barbiere, che è persona di radicati pregiudizi contro di Lei, illuminato tuttologo, ma non condivido certo l’animosità di un figaro plebeo contro un così gran monumento di sapienza, che si è degnato di illuminarci con queste alate parole (p. 51): “A documentazione dell’assoluto arbitrio della cosiddetta esegesi carismatica propongo una panoramica sintetica di due opere: l’interpretazione della più importante lettera di Paolo e quella dell’Apocalisse. Gli impegni esegetici sistematici della Valtorta, come quelli di quasi tutti i carismatici moderni, hanno in generale la pretesa di scoprire l’America, rivelando presunte verità mai reperite nei tempi precedenti. Avanzano interpretazioni arroganti senza conoscere i testi originali, e soprattutto si vantano di fare a meno della filologia.”

Che ne dice il figaro plebeo? Dice, da maleducato qual è, che lui se sbatte dei tromboni universitari gonfi di presunzione, e che basta vedere i seminari vuoti e le chiese vuote per capire a che serve tanta scienza. “Blatera pure la tua scienza,” ha gridato, scaldandosi “ma quante anime salverai con la tua filologia? Nemmeno la tua animaccia salverai…”. E qui ho tappato la bocca al figaro con la mia barba che strascicava sul pavimento perché non pronunciasse parole men che rispettose verso di Lei, sommo tuttologo che va sdottorando (pp. 51-58) sul presunto “narcisismo infantile” della Valtorta, autrice di “pagine di polemica da veri e propri bifolchi contro la scienza e gli scienziati”, di una spiegazione dell’ateismo come “asservimento alla menzogna, alla superbia e all’odio” (mentre tutti sanno, al contrario, che l’ateismo è libera adesione alla verità, all’umiltà e all’amore, di cui il PAG ci fornisce ad ogni pagina luminosi esempi); di un’esegesi dell’Epistola di Paolo ai Romani in cui “la grande tematica paolina della giustificazione scompare dietro il madonnismo più insulso e più squallido dell’era pacelliana” (p. 54).

La tiritera gramagliesca continua pagina su pagina usando a piene mani parole come “imbecillità”, “idiozia”, “delirio”, “idiozie di numerologia apocalittica”. Ora, vede, grande tuttologo, mi dispiace dirglielo, ma Lei, con la Sua intemperanza verbale, non rende un buon servizio alla Sua causa, che di certo mira al trionfo della più scientifica Scienza, della Filologia più filologica, dello Spiritismo più spiritato, tutte cose dalle quali possiamo con fiducia aspettarci una brillante soluzione di tutti i nostri problemi.

Trascurando quindi le proteste del figaro e a costo di inciampare nella barba, continuo quindi ad abbeverare il mio spirito delle Sue illuminate parole (p. 58 corsivo nel testo): “La stessa Valtorta ha tentato di elaborare una fenomenologia delle sue esperienze carismatiche (…) [che] le apparivano come qualcosa di molto intimo, per cui le pareva di commettere quasi una profanazione rendendo noti i segreti di Dio in lei; temeva di rimanerne poi privata, per castigo, delle divine carezze e delle divine parole. Inoltre avvertiva che quanto per lei era soprannaturale poteva essere valutato da altri come illusione o farneticazione di una pazza. In terzo luogo sentiva sensazioni di paura, mista al terrore che tutto potesse essere un inganno.”

Ma, mi scusi, illuminato tuttologo se la mia ignoranza non è pari alla Vostra (alla Vostra sapienza, voglio dire), ma mi pare di aver letto da qualche parte che sono proprio queste le sensazioni, proprio questi i dubbi che assalgono i mistici autentici. Vorrei anche ricordarLe i maltrattamenti inflitti dai Serviti, dediti allo spiritismo, che, come mi pare di averLe già ricordato (nel caso lo avesse dimenticato, con quella testa piena di ebraico, greco, esegesi e chissà che altro), anelavano a far passare gli Scritti come opera “scientifica”, cioè medianica, in modo da sfruttarli per far soldi e quindi, per questi loro bassi scopi, la tormentavano e la turbavano, negandole perfino il Corpo di Cristo. Al tempo stesso veniva scandalosamente approvata una Vita di Gesù di un certo Caius, nel quale si affermava che la Madonna e S. Giuseppe convivevano maritalmente in un’unica casa molto prima dell’Annunciazione, insidiando così gravemente il dogma della Verginità di Maria. Ciò forse contribuisce un po’ a chiarire i turbamenti della veggente.

Non toccato minimamente da questi elementari fatti, dato che Sua sapienza ne è ben al di sopra, Ella sentenzia, bontà Sua, che la persuasione “di non essere un’illusa e di non prendere larve di delirio per verità soprannaturali o parole demoniache” le venne da “argomentazioni puramente emotive e psicologiche”. Secondo il suo illuminato parere di tuttologo iper-razionalista, “determinante fu senza dubbio [come potrebbe un tuttologo conoscere il dubbio?] lo spostamento delle pulsioni affettive ed erotiche [mi pareva bene che da troppo tempo mancasse l’allusione all’erotismo] sulla persona di Gesù, che la Valtorta, dotata di poteri medianici [l’altra ossessione del tuttologo], riusciva ad evocare e a volte anche a materializzare (sic!) come personalizzazione del suo subconscio.” (p. 58).

Il mio barbiere, frattanto, era andato di corsa dall’arrotino a far affilare le forbici ormai smussate, per far fronte all’emergenza-barba ad allarme rosso permanente. Di ritorno, aveva espresso sulle ultime esternazioni gramagliesche alcuni mordaci giudizi che tralascio, mentre Ella, illustre PAG, continuava trionfalmente la sua brillante analisi delle materializzazioni valtortesche (p. 59): “Ecco perché riusciva a vedere Gesù nelle varie forme che più soddisfacevano le sue esigenze femminili o materne, come fanciullo bellissimo sui sette o dieci anni oppure come uomo ancor più bello nella pienezza della virilità che la trattava come una donna (sic!).” Il figaro ha commentato: “Povero PAG che sa solo arpeggiare sempre sulla stessa solfa, e che è capace di attribuire alla Valtorta ‘visioni allucinatorie’ di salvezza e di perdono, per crearsi ‘la certezza psichica che desiderava: i suoi genitori sono salvi in Paradiso’ (p. 61). In realtà ebbe la rivelazione che erano ancora in Purgatorio, ma il PAG non è tipo da perdersi in dettagli così trascurabili.”

Mentre tagliava febbrilmente la mia barba in crescita fulminea alla sola vista dei Suoi dotti volumi, il figaro mi ragguagliava su quelle che lui (non io, badi bene) chiamava “le idiozie conclusive del capitolo”. Ad esempio il cambiamento subito dalla madre della Valtorta grazie alla purificazione in Purgatorio [di colpo il PAG si è ricordato che era in Purgatorio, mentre prima aveva detto che era già in Paradiso], spinge l’illuminato tuttologo a sentenziare che si tratterebbe di una semplice applicazione delle “teorie spiritistiche sull’evoluzione degli spiriti” (p. 62). L’apparizione della madre del 4 ottobre 1949 sarebbe “una prova sconcertante dell’assoluta incapacità della Valtorta ad accettare la sua attività fabulatoria” (ibid.). Lo proverebbe il fatto che appare purificata, ciò che al PAG pare assurdo, chissà perché. Ma forse il Purgatorio non purga, non si sa bene cosa faccia, o forse non esiste, in piena aderenza al sostanziale protestantesimo che più d’una volta fa capolino dalla “torre dell’esperienza” nella quale il PAG è solitamente assiso a meditare.

E il figaro continua, fra uno sferruzzamento di forbici e l’altro, facendomi notare che Ella, illuminato luminare, afferma che, nell’esprimere i suoi mitici “poteri medianici”, la Valtorta “usa la madre come spirito guida per farsi comunicare messaggi e notizie su altre anime note” (p. 63). Il padre resterebbe più a lungo in Purgatorio “per il semplice processo psichico infantile in cui un progressivo accostamento alla madre implica in genere impulsi di odio verso il padre” (ibid.). Impeccabile analisi, dice il mio barbiere, che come certe pistole che sparano all’indietro colpendo chi preme il grilletto, non ci dice nulla sulla Valtorta, mentre rivela moltissimo sulla patologica capacità fabulatrice del PAG, che sa sempre tutto e spara sentenze a vanvera.

Raggiunta finalmente la conclusione del penoso capitolo, dice il mio barbiere, troviamo la scontata sentenza del PAG, secondo cui “Maria Valtorta ha sempre avuto, in quanto sensitiva, una tendenza morbosa verso lo spiritismo; ha soddisfatto tuttavia tale suo desiderio con apparizioni e visioni che rientravano nell’ortodossia cattolica dell’era pacelliana” (ibid.). Il mio figaro pensa che le Sue chiacchiere abbiano annoiato perfino Belzebù.

(continua)


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