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LA GRAMAGLIADE

ovvero

EPOPEA DI UNO SPIRITISTA NEMICO DI MARIA VALTORTA

 

CAPITOLO QUARTO

BESTEMMIE SUL GESÙ STORICO

Undicesima puntata

Che male la zappa sui piedi, vero Gramaglia?

    La fregola del partito preso non lascia tregua al povero PAG, sempre a caccia di occasioni per abbassare Maria Valtorta e il Divino Maestro al livello del suo comprendonio; e così tuona e brontola (p. 159): “Non ebbe neppure il buon senso di accorgersi che le due versioni sulla [sic; forse sarebbe stato meglio “della”] resurrezione di Lazzaro si sviluppano in modo diverso; e non è un caso che quella del 1944 segua più da vicino il testo evangelico mentre quella del 1946 indulga assai più al romanzo, ormai identificato con le rivelazioni carismatiche inviate dal cielo.”

Ahi, ahi, PAG, che male la zappa sui piedi! Eh, sì, perché qualunque autore di opera puramente umana avrebbe armonizzato le due versioni o avrebbe distrutto quella delle due che gli sembrasse meno bella. Chi ha realmente visto due volte lo stesso fatto – a due anni di distanza, poi – lo descrive in modo diverso. Piuttosto, sarebbe sospetto il contrario, se le due versioni coincidessero. Nell’Evangelo vi è una sola versione (Cap. 547), del 26 dicembre 1946, più ricca di particolari di quella contenuta nei Quaderni del 1944, per almeno tre buone ragioni: (1) vedere lo stesso spettacolo la seconda volta permette di imprimersi meglio nella mente i dettagli, (2) la veggente era ormai ben allenata a descrivere ciò che vedeva, e (3) le condizioni ambientali erano migliori in confronto a quelle terribili dello sfollamento a S. Andrea di Còmpito e permettevano alla Valtorta di osservare più a suo agio. Povero PAG, non ne imbrocca proprio una.

E poi Gesù, cosa vai a combinare? Non hai osservato il rituale di purificazione dopo aver risuscitato Lazzaro (ibid.)! Ma chi ti ha dato la patente di risuscitatore? Già irritavi i farisei guarendo di sabato, e potevi stare un po’ più attento. Sai, anche il PAG non è affatto contento di te. E poi l’amicizia col plutocrate Lazzaro, che vergogna: “Un giorno [Gesù] spiega a Lazzaro, ricco e colto, i rapporti tra cristianesimo e cultura ellenistico-romana, facendogli superare eventuali rimorsi per aver letto anche qualche libro all’Indice (sic!)”.

Ah, questa è veramente impagabile. L’Index librorum prohibitorum, creato nel 1558 per opera della Congregazione della sacra romana e universale Inquisizione (o Sant’Uffizio), sotto il papa Paolo IV, sarebbe stato già operativo nel I secolo. E poi cerca il pelo nell’uovo per accusare la Valtorta di anacronismi. Si sarà accorto dello sfondone? Macché! Infatti continua, con sarcasmo degno di comizio rosso degli anni Cinquanta: “il Gesù della Valtorta è molto comprensivo verso i problemi spirituali dei ricchi, che si dimostrano aperti nei suoi riguardi e che leggono autori pericolosi ma con l’intento di difendere la filosofia contenuta nei testi sacri.”

Eh, già, Gesù invece non aveva alcuna comprensione per i problemi spirituali dei poveri, lo sanno tutti, la religione è l’oppio dei popoli, e via fabulando, o meglio vaneggiando.

E il PAG si degna anche di informarci che (ibid.) “L’arrivo dei pacchi dono all’Acqua Speciosa è un soave ricordo della vita di collegio” (sic!), e che (ibid.) “Durante la predicazione itinerante Gesù presiede al rituale di consacrazione delle ragazze al voto di verginità; Annalia, una giovane fanciulla si inginocchia come davanti ad un altare, con le braccia conserte sul petto, mentre Gesù, prendendo fra le sue mani la testa bruna della ragazza e stando curvo su di lei, le parla confidenzialmente della nausea verso la libidine del sesso e sigilla la gioia della prima consacrata alla verginità per suo amore.” Forse il PAG non è d’accordo: “Ma guarda che stupida!”

Poi Cristo ne combina un’altra delle sue (ibid.): “Poco dopo mette addirittura ai discepoli il nome di ‘cristiani’.”

“E chi doveva farlo, secondo te, esegeta dei miei stivali?” sbotta l’amico.

Intervengo io: “Ma caro geografo, non si tratta così un così eccelso studioso, un professore che in fondo è tuo collega.”

Risposta: “Collega mio? Quello sarà collega di Belzebù. E tu stai zitto e lasciami lavorare, altrimenti il commento te lo fai da solo, coi tre o quattro neuroni che ti restano. E poi il tuo figaro è in vacanza e ho appena ricevuto una sua cartolina dalla Nuova Guinea, dov’è andato a disintossicarsi in una sana vacanza tra i cacciatori di teste, così quando la tua barba decolla ti tocca tagliartela da solo.”

“No, no, per carità. Sono appena riuscito a riportarla a livelli umani. A proposito, credo che di neuroni me ne siano rimasti solo due.”

Il geografo riprende a commentare, notando che se il nome di “cristiani” viene registrato per la prima volta negli Atti degli Apostoli e in quel di Antiochia non significa altro che quella fu la prima diffusione pubblica del nome nota a San Luca (che parla da storico in base alle informazioni raccolte), ma non esclude affatto che quel nome non sia stato insegnato prima, da Cristo stesso il quale, essendo Dio (se l’ermeneutica gramagliesca permette), aveva di certo ben presente l’intero disegno della Sua Chiesa e come i Suoi seguaci si sarebbero chiamati.

Con prodigiosa accumulazione di sciocchezze, sempre nella medesima pagina (ibid.), il PAG bacchetta Gesù. “Si dà pure alla retorica più retriva sulle donne, ‘mute sacerdotesse che predicheranno Dio col loro modo di vivere’, destinate tuttavia in realtà nella sua chiesa [notare la minuscola] in gestazione a vivere al servizio del clero maschile”: Perché, c’è anche un clero femminile? Ma naturalmente, fra i protestanti. Per un devoto dell’Iscariota come il PAG qualsiasi cosa sarebbe certo meglio della “Chiesa pacelliana”.

Invece al PAG dà fastidio… indovinate chi… la Madonna (pp. 159-160): “Gli apostoli si mettono a cantare inni alla Madonna, patrona dei naviganti, e la potenza taumaturgica della formidabile strofa (…) costringe venti e tempeste a calmarsi durante le burrasche.

 Che peccato! Il PAG avrebbe certamente preferito che colassero tutti quanti a picco.

Il PAG trova pure da ridire sulle profezie di Gesù sul martirio degli Apostoli e su quello di Margziam (p. 160) e si scandalizza perché (ibid.) “Troviamo già il baciamano delle corti rinascimentali (…) o quello dei bravi fedeli al loro parroco.”

Uso che evidentemente giudica anacronistico e disdicevole, certo non abituale tra la sana e rude gente della Provincia Granda che il PAG probabilmente frequenta.

(continua)


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