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LA GRAMAGLIADE

ovvero

EPOPEA DI UNO SPIRITISTA NEMICO DI MARIA VALTORTA

Cap. 5 

Diabolus minas iactans

 

CAPITOLO QUINTO

CHIACCHIERE DELIRANTI SU PASSIONE E RISURREZIONE

Prima puntata

 

Lasciandosi dietro una nuvoletta di polvere, l’amico geografo è fuggito. È stato avvistato per l’ultima volta mentre, in solitaria e a mani nude, saliva sul Kangchenjunga dopo aver dichiarato che il prolungato contatto con la prosa gramagliesca rendeva indispensabile per lui un distensivo incontro con l’Abominevole Uomo delle Nevi.

Per commentare il successivo capitolo si è fortunatamente offerto un anziano missionario che aveva trascorso trent’anni fra i cacciatori di teste del Borneo e pensava perciò di poter tener testa alle fabulazioni gramagliesche. Dopo essersi fortificato con un cordiale per il cuore, l’anziano missionario ha esordito notando come le invenzioni deliranti e blasfeme di questo singolare prete raggiungono l’acme (mal)trattando la Passione e la Risurrezione, In questo solo capitolo, che definire isterico sarebbe fare un grave torto ai poveri isterici normali, in 24 pagine ricorre 5 volte la parola “idiota” (o “idiozia”), 4 “stupido” (o “stupidità”), 3 imbecille (o “imbecillità”), 2 “beota” e una volta “citrullaggine”.

I discorsi malati del PAG si commentano da soli (p. 181): “Nei racconti romanzati sulla passione [notare la minuscola] alcuni episodi rivelano un gusto malsano e sadico della malvagità umana e l’equivoco piacere mistico nel veder soffrire il Salvatore.” In realtà le scene della Passione sono talmente atroci che Gesù le rivelò alla veggente a poco per volta perché ne fosse colpita meno duramente. Non è certo la Valtorta a soffrire di “gusto malsano e sadico”.

Se ogni ripetizione abbassasse la temperatura di un grado, questo libro avrebbe già provocato un’altra era glaciale. Toh, guarda chi si vede, il “desiderio di maternità” (p. 182, corsivo aggiunto): “Molto spesso le sofferenze di Gesù sono un semplice pretesto per sfogare il desiderio di maternità. Per poterne godere più intensamente la Valtorta incrudelisce sulla figura di Cristo (…) Anche la scena di Gesù deposto dalla croce nel seno di Maria si svolge in perfetto accordo con le solite variazioni psichiche: la Valtorta può così godere e sostituirsi alla Madonna che bacia le membra piagate del suo Gesù (…). Oltre a questo giocare morboso con le piache (sic) del suo Gesù, troviamo anche altre soddisfazioni molto macabre (…)”.

Ma le “piache” ce l’ha dentro la testa l’autore di questa brodaglia, che continua a provare tale repulsione per Gesù da trovarlo macabro ad ogni pie’ sospinto. E continua (ibid.): “la Madonna mette la sua mano nella piaga del costato aperto e vede così il cuore di Gesù. C’era da aspettarsi che per l’emozione sarebbe svenuta; chi mai non vorrebbe vedere [sic, forse voleva dire “sverrebbe vedendo”] il cuore del suo amato?” Del tutto degna di un modernismo delirante e men che bestiale questa caricatura blasfema del dolore della Vergine, che dovrebbe destare un minimo di rispetto anche in chi, sia cocciutamente persuaso, contro ogni evidenza, che si tratti di un semplice romanzo.

Il delirio maniacale continua con la solita originalità, evocando per l’ennesima volta il fantasma del “desiderio di maternità” (pp. 182-183): “Che la Valtorta abbia fatto della figura di Maria Addolorata un semplice sfogo inconscio del suo ossessivo desiderio di maternità è detto esplicitamente.” Ma di ossessivo qui c’è solo la ripetizione fino alla nausea delle fabulazioni pseudopsicologiche vomitate dalla mente surriscaldata del povero PAG. Non basta ancora (p. 183): “La Valtorta crea altre scene melense per poter piangere anche lei: Maria prende il cadavere di Gesù, nudo, in braccio e ‘lo ninna con la stessa mossa della grotta della Natività’.” Ci vuole un coraggio belluino e l’insensibilità di un ippopotamo per bollare come “melensa” una scena straziante del genere, ma squallido coraggio e ripugnante insensibilità al PAG non mancano certo.

Tanto per non lasciare dubbi, il PAG continua imperterrito (p. 183 nota) ad arpeggiare sul “lamento funebre che si trasforma con estrema morbosità nella descrizione del momento del parto” e, dopo molte altre sciocchezze che è meglio tacere per decenza, conclude: “Queste scene deliranti sono la dimostrazione più limpida dei processi psichici inconsci tramite i quali la Valtorta camuffava il suo erotismo malsano e male integrato con il sadismo delle torture inflitte a Gesù, onde avere motivazioni plausibili per rovesciare sulla persona del suo Amato desideri e affetti che diversamente le erano assolutamente preclusi.”

Sempre oscillante tra sesso compresso, sadismo divertente e macabro rampante, il PAG cade veramente nel sadismo (p. 184): “Il 29 dicembre 1943 Gesù rivela come gli furono piantati i chiodi nelle mani, conciliando l’immagine della Sindone con la fantasia morbosa della Valtorta (…). Seguono invenzioni e divertimenti sadici nella descrizione degli spasimi, di tendini che si strappano, di lacerazioni della mano sinistra il cui foro si allarga verso il pollice costringendo quindi i nervi a serrarsi a pugno. Infine per esaurimento letterario di dolori da descrivere e di sangue spruzzato un po’ ovunque, Gesù, con il permesso della Valtorta, tutta infiammata d’amore, è lasciato morire in pace.” Mancano veramente le parole per definire questo diabolico sarcasmo con cui l’illuminato tuttologo crede di ridicolizzare la Valtorta. Peccato comunque che fior di medici abbiano attestato la perfetta aderenza alla realtà della descrizione valtortiana della terribile agonia del Redentore, fra i quali l’autorevole Nicola Pende.

Col solito pedante ghigno sarcastico (p. 184 nota), il PAG si scaglia contro la Sindone, alla quale ha dedicato due (si fa per dire) “studi”, il primo del 1978, in un libro pubblicato con ammirevole tempestività in occasione del Secondo Congresso Internazionale Sindonologico di Torino, e l’altro del 1981. Si vede che nella Provincia Granda hanno carta da sprecare.

In tali sbrodolate ipermoderniste, il PAG si affanna a demolire la più venerata reliquia della Cristianità, e la cui autenticità è più che certa, a dispetto dei faziosi studi al radiocarbonio. La recente ricerca, condotta con grande rigore da Marinelli e Fasol, intitolata Luce dal sepolcro, dovrebbe fugare ogni dubbio sull’autenticità del sacro Telo. Ma si sa che, in una testa piena di sé, luce non ne entra.

Con grottesco accanimento, il rinomato valtortofobo dà sfogo al veleno di cui ha una provvista inesauribile: “per piccarsi di essere di coltura [sic, veramente la “coltura” è quello delle patate e dei fagioli; il termine appropriato sarebbe “cultura”, ammesso che nel delirante guazzabuglio gramagliesco possa entrare qualcosa di “appropriato”], la Valtorta mette in bocca a Gesù i ricordi delle sue letture, secondo il solito procedimento assai squallido, e sforna come divina rivelazione una tra le tante ipotesi in voga ai suoi tempi: in Gesù si sarebbe verificato un blocco renale, causa della intossicazione uremica: l’urea, sparsa per il corpo, trasudando dal cadavere e mescolandosi agli aromi, avrebbe dato origine all’impronta sulla tela.”

A parte il fatto che l’azione dell’urea è assodata e non è una semplice ipotesi in voga ai tempi della Valtorta, non risulta che la veggente avesse alcuna competenza sindonologica, né che avesse compiuto letture al riguardo, senza contare che era del tutto negata per le scienze e non si sarebbe mai sognata di parlare di biochimica o di medicina, così che non poteva che limitarsi ad annotare quanto il Divino Maestro le rivelava.

Il girotondo delle fregnacce gramagliesche continua (p. 185): “Nel periodo postpasquale ritroviamo gli stessi ritornelli, più o meno squallidi, delle precedenti puntate sulla vita di Gesù. L’evento della risurrezione [notare la minuscola] è descritto secondo canoni tradizionali della letteratura apocrifa, aggiornata dalla energia elettrica” [come se la Valtorta avesse mai letto gli apocrifi!] (…) A dire il vero le dita rimangono un po’ piegate, perché i nervi vennero lesi e si contrassero; inoltre Gesù risorto può ancora piangere e lo fa, oltre che con la Valtorta, anche con la madre di Giuda Iscariota. L’unica novità fisiologica è costituita da un fenomeno elettrico: una luce sfolgorante scaturisce a fiotti da ogni poro dell’epidermide; più luminoso è il fulgore che esce dal costato.”

A parte il fatto che a contrarsi non possono essere i nervi ma i muscoli in seguito alla lesione dei tendini, la luce emanata dal Risorto proviene soprattutto dalle piaghe, in perfetto accordo con le visioni della grande santa Faustina Kowalska, che ha originato la preziosa devozione della Divina Misericordia, cosa di cui il PAG avrà estremo bisogno quando arriverà per lui il redde rationem.

E ti pare che mancava il concordismo? Poteva mancare la bestia nera dei modernisti? Perché mai la Rivelazione dovrebbe “concordare” con la realtà? Sono cose da Medioevo, perbacco! Cose per i cretini che ci credono. Per voi, chierici modernisti, la Rivelazione è comoda solo perché vi ci siete fatti una posizione, unici autorizzati a interpretarla, in modo razionale, naturalmente, senza tante storie di miracoli e di Novissimi. Ma realtà e verità sono tutt’altro. Vero, PAG?

Ed eccolo il deprecato concordismo (pp. 185-186): “Vi sono inoltre preoccupazioni e soluzioni concordiste di rara ingenuità, per riuscire ad ammucchiare nel giro di poche ore i vari racconti sinottici, le donne vengono prima divise in vari gruppi e poi sparpagliate per le strade della città in modo che possano arrivare al sepolcro a scaglioni separati e all’insaputa le une dalle altre; naturalmente anche gli angeli si alternano velocemente, prima uno poi due, onde non mettere in difficoltà i poveri evangelisti.”

Difficoltà che evidentemente devono piacere molto al PAG per inventarsi “errori” che permettano una critica distruttiva della Scrittura. In realtà il racconto valtortiano permette di conciliare egregiamente le varie versioni degli Evangelisti, in questa come in tutte le altre occasioni, come ben dimostra la più volte citata, rigorosa ricostruzione cronologico-astronomica del De Caro.

(continua)


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