I Trigotti

Necessaria precisazione: e sia ben chiaro noi non siamo bigotti.

Anno: 2025 (Pagina 2 di 5)

E MO’ PARLO ANCORA UN PO’

IL PRATO ALTO è un romanzo storico ricco di vicende umane e di colpi di scena. Inizia nel 7500 a.C. e termina ai giorni nostri, ed ha per protagonista l’Austria, l’Italia e più in generale l’Europa (Disponibile in 3 volumi o in volume unico). V’interessa? Comprate il libro, e intanto cliccate qui sotto per una presentazione video.

Presentazione de IL PRATO ALTO

CURRICULA

Emilio Biagini, nato a Genova, è stato professore ordinario di Geografia all’università di Cagliari. Ha pubblicato quattro romanzi (La luce, Genova, 2006; Labirinto oscuro, Roma, 2008; La nuova terra, Verona, 2011; La pioggia di fuoco, Verona, 2012, quest’ultimo con la moglie Maria Antonietta come coautrice), due volumi di racconti (L’uomo in ascolto, Milano, 2008; Montallegro ed altri racconti, Verona, 2013), cinque volumi di pièces teatrali satiriche (Saccenti ed altri serpenti, Genova, 2008; Il seme sepolto, 2009; Satire clericali, Verona; Gaia, il pianeta sull’orlo di una crisi di nervi, Chieti, 2016; La scienza di Blateronte (spiegata al popolo), Verona, 2024), i tre ultimi con la moglie come coautrice) e, sempre con la moglie come coautrice, un libro per bambini, Le brutte storie: come raccontare al nipotino le menzogne della storia contemporanea (Verona, 2017), e due saggi (Maria Valtorta, la testimone della vita di Cristo, Isola del Liri, 2018; Malascienza, Chieti, 2021). Ha ricevuto nel 2012 il premio letterario “Fede e Cultura” per la narrativa.

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E MO’ PARLO UN PO’ IO

MALASCIENZA è un saggio di denuncia delle frodi che pullulano soprattutto nelle scienze biologiche, mediche e sociali, quelle in cui la verifica è più difficile. Non è possibile dire di aver scoperto un nuovo teorema matematico o una nuova legge fisica o un nuovo elemento chimico se non lo si è fatto davvero (i colleghi vi scoprirebbero subito e fareste un figuraccia), ma inventarsi una falsa pandemia o una nuova teoria sociologica? Per quello non ci vuole niente, specie con un consistente appoggio dei mass media venduti. Non parliamo poi degli scandali delle cattedre universitarie, che producono facoltà imbottite di cretini patentati che bandiscono idiozie pure come la “teoria dei generi”, o lo “specismo”. Volete sondare meglio la palude della Malascienza? Comprate il libro, e intanto cliccate qui sotto per una presentazione video.

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LA PERSECUZIONE CONTRO MARIA VALTORTA

Maria Valtorta ha subito ignobili persecuzioni da parte di una gerarchia insensibile e avida, che pretendeva di spacciare la rivelazione da lei avuta come opera semplicemente umana, in modo da poterla sfruttare commercialmente. I capi Serviti di allora progettavano persino di trarne dei film. La grande veggente fu denunciata al Sant’Uffizio, che non si è mai mosso senza una denuncia, da un Servita d’alto rango, il cui nome è ignoto. Maria Valtorta lo conosceva, perché dal suo letto di paralitica tutto sapeva grazie al Divino Maestro, ma, caritatevolmente, lo tacque nel suo epistolario con Madre Teresa Maria, che rappresenta una delle più importanti raccolte di documenti di quanto la Valtorta ebbe a soffrire proprio a causa del clero. L’alto gerarca era stufo di essere supplicato da un giovane confratello che cercava di intercedere per la veggente, paralizzata, malata, perseguitata e in ristrettezze finanziarie. Tentata dal diavolo di pubblicare a proprio nome, ciò che avrebbe risolto i problemi economici di lei, e avrebbe acquietato i farisei che la perseguitavano, Maria Valtorta, eroicamente, resistette. La conseguenza della vile denuncia fu la vergognosa messa dell’Opera valtortiana all’Indice. Si sa per certo che i prelati del Sant’Uffizio si pentirono della messa all’Indice subito dopo, e l’Indice stesso venne immediatamente abolito, sia pure con una curiale piroetta salvafaccia che pretendeva che conservasse ugualmente un qualche valore. Ma se valeva ancora, perché abolirlo? Dov’è finito il sì-sì-no-no, al di fuori del quale vi è solo opera del demonio?

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GIOIA DEL COLLE. Restauro del castello svevo

Sabina Fulloni

Gioia del Colle. Il restauro di un castello svevo nelle foto di Arthur Haseloff

(Traduzione dal tedesco di Emilio Biagini)

Nel 1905 il medievalista Arthur Haselhoff (Fig. 1)[1] fu inviato, per volere del Kaiser Guglielmo da Berlino a Roma, con l’incarico di organizzare un reparto di storia dell’arte e di compiere ricerche sui castelli svevi dell’Italia meridionale, operando in qualità di terzo segretario dell’Istituto Storico Reale Prussiano, fondato nel 1888 e presieduto dal 1903 da Fridolin Kehr. Nell’ambito di tale progetto, Haseloff compì tra il 1904 e il 1911 sette lunghi viaggi nel Mezzogiorno d’Italia. Uno dei suoi obiettivi era il castello di Gioia del Colle, che egli visitò più volte, come tutte le costruzioni di maggiore complessità, per completare e controllare le sue descrizioni (Fig. 2). Il carteggio con Kehr (1907-1911) documenta quattro escursioni a Gioia del Colle. I risultati della sua ricerca sono esposti in una relazione inedita inviata al Kaiser. Questa descrizione era accompagnata da fotografie che vengono alla luce per la prima volta dopo quasi 100 anni. L’ordine cronologico originario è tuttavia sconosciuto. Nel 1907 il castello era in condizioni precarie, l’occasione per un’indagine più ravvicinata del sito si presentò inaspettatamente nello stesso anno, come Haseloff riferì per lettera a Kehr: “Ho parlato di recente del castello di Gioia col marchese Luca Resta, che lo farà rimettere in ordine da Pantaleo. Si presenterà così l’occasione di studiare con grande accuratezza questo castello.”[2]

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GIOIA DEL COLLE. Una storica testimonianza di Paul Schubring

Giornale di arte delle costruzioni – Con le pagine aggiuntive – Cronaca artistica e mercato d’arte – Nuova Serie – Anno ventesimo  – Lipsia – Editrice di E. A. Seemann – 1909 [Purtroppo le foto qui riprodotte sono di qualità scadente, forse perché hanno sofferto nel passaggio dalla pagina originale alla fotocopia. N.d.T.]

Paul Schubring

GIOIA DEL COLLE

(traduzione dal tedesco di Emilio Biagini)

Fra i castelli di caccia e le fortezze degli Hohenstaufen, che al tempo di Federico II furono costruiti o ristrutturati in Puglia – si tratta nell’insieme di 20 castelli – fino ad ora veniva considerato più significativo e grandioso Castel del Monte, edificato presso Andria sugli ultimi contrafforti delle Murge. Questa preminenza rimarrà sempre allo splendido ottagono che come una corona riposa sul cuscino di montagne. La localizzazione solitaria, lontana da tutti gli insediamenti civili, ha protetto il castello da ricostruzioni e aggiunte posticce – ma non dai saccheggiatori, che per secoli utilizzarono la potente struttura architettonica come cava di pietra, ed ha strappato e portato via tutto ciò che era trasportabile, non solo l’intero paramento, ma anche le lastre marmoree delle pareti, larghe parti dei pavimenti, dei caminetti, del pozzo, e così via. Così in Castel del Monte si possono solo formulare ipotesi sulla destinazione dei singoli spazi, dove l’imperatore Federico viveva – non vi sono purtroppo documenti su Castel del Monte –, e quali spazi fossero destinati agli ospiti e alla servitù. Parecchio si potrà chiarire dal confronto di Castel del Monte con altri castelli, ad esempio l’interno del castello di Bari offre informazioni dettagliate e siamo in attesa della monografia complessiva sui castelli dell’Italia meridionale del Dott. Haselhoff.

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LA DEA DI TARANTO

La “Dea di Taranto”:

un’immagine cultuale dalla Magna Grecia

(Traduzione dal tedesco di Emilio Biagini)

475-450 a.C. – Scoperta nel 1911 nell’Italia meridionale. – Come luogo di rinvenimento fu indicata Taranto, ma anche Locri. – Marmo. Altezza 151 cm

La solenne statua, nella quale la postura dello stile severo incipiente si congiunge con la ricchezza decorativa dell’abito e la vivacità dell’arte tardo arcaica, ha dato ampio motivo di discussione. Persino il luogo di ritrovamento è oggetto di disputa. Con una certa sicurezza si può ritenere che si trattasse di un’immagine cultuale (ossia destinata al culto). Del medesimo tipo è uno stampo in terracotta proveniente da Taranto, usato per la produzione di statuette di una dea in trono, statuette che venivano consacrate nel santuario della dea. La statuetta regge nella mano destra una coppa per le offerte, mentre l’oggetto della destra non è riconoscibile. È possibile quindi che anche questa statua tenesse in mano una coppa per le offerte.

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LE SOLITE PORCHERIE DEL REGIME

La violazione della privacy può essere punita dalla legge. NOTA: Facebook Meta è ora un ente pubblico. Ogni membro deve pubblicare una nota come questa. Se non pubblichi una dichiarazione almeno una volta, si capisce tecnicamente che stai consentendo l’uso delle tue foto, nonché le informazioni contenute negli aggiornamenti di stato del tuo profilo. DICHIARO CHE NON DO IL MIO PERMESSO PER FACEBOOK O META DI USARE NESSUNO DEI MIEI DATI PERSONALI. Leggi tutto

BUNKER ANTIATOMICO

È un vero peccato non avere potuto condividere questo magnifico post che dovrebbe far meditare tutti i ritardati che ragliavano: “Mettiti la mascherina”, “Copriti il naso”, ecc., se avessero qualcosa nella scatola cranica, a parte le ragnatele.

Voglio coglier l’okkasione

del bel bunker di cartone

per trovare un’espressione

dell’intera situazione:

“No, non c’è korrelazione”,

disse allegro il gran koglione

“il regime ci vuol bene,

ci vaccina e ci sostiene;

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I SACRI ALBERI

L’Irminsul, l’albero cosmico, o “asse del mondo”, era adorato nella Germania settentrionale pagana. Quando, nel 772, Carlo Magno conquistò la fortezza sassone di Eresburg, distrusse ogni simbolo pagano e fece abbattere l’albero sacro. Non per questo cessarono le credenze e i riti stregoneschi e satanici collegati all’adorazione delle forze naturali, ostili alla Verità cristiana. L’ideologia ambientalista, profondamente pagana e antiumana, mira a colpevolizzare l’uomo come elemento “disturbatore” della realtà “naturale”, si riveste di gergo pseudoscientifico (vedi le farneticazioni sull’“impronta ecologica”), e tende a far rivivere il mito dell’albero indispensabile e benefico.

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IL VERO MOTIVO DELLA RIVELAZIONE PRIVATA A MARIA VALTORTA

IL VERO MOTIVO DELLA RIVELAZIONE PRIVATA A MARIA VALTORTA

Nel 1947, in una pagina (riportata nella corrispondenza tra Maria Valtorta e Mons. Carinci), e destinata al Santo Padre, il quale probabilmente non l’ebbe mai, Cristo esortava il Papa ad usare l'”Evangelo come mi è stato rivelato” per controbattere le ideologie atee dilaganti: l’Opera, “resa completa e gradevole, era pensata in modo da raggiungere quelle anime che non avrebbero in alcun altro modo letto i Vangeli”. In altre parole, si trattava di un prezioso strumento per avvicinare alla Verità evangelica coloro che ne sarebbero altrimenti rimasti per sempre lontani.

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