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La “Dea di Taranto”:

un’immagine cultuale dalla Magna Grecia

(Traduzione dal tedesco di Emilio Biagini)

475-450 a.C. – Scoperta nel 1911 nell’Italia meridionale. – Come luogo di rinvenimento fu indicata Taranto, ma anche Locri. – Marmo. Altezza 151 cm

La solenne statua, nella quale la postura dello stile severo incipiente si congiunge con la ricchezza decorativa dell’abito e la vivacità dell’arte tardo arcaica, ha dato ampio motivo di discussione. Persino il luogo di ritrovamento è oggetto di disputa. Con una certa sicurezza si può ritenere che si trattasse di un’immagine cultuale (ossia destinata al culto). Del medesimo tipo è uno stampo in terracotta proveniente da Taranto, usato per la produzione di statuette di una dea in trono, statuette che venivano consacrate nel santuario della dea. La statuetta regge nella mano destra una coppa per le offerte, mentre l’oggetto della destra non è riconoscibile. È possibile quindi che anche questa statua tenesse in mano una coppa per le offerte.

Le gambe del trono, finemente lavorate, imitano forme artisticamente scolpite in avorio o in legno, e sono in parte spezzate. Il peso della statua era sostenuto non solo dalle gambe del trono, ma anche da un massiccio cubo di marmo nascosto al di sotto del sedile. Onde meglio vendere la grande statua, i mercanti, in mano dei quali era pervenuta immediatamente dopo il ritrovamento, avevano segato la testa ed anche iniziato a staccare il corpo dai grandi cuscini di sostegno. Durante un restauro nel 1996 fu corretta la posizione del capo in accordo con la superficie di rottura del collo, così che tale posizione si adatta in modo appena visibile al ritmo del movimento della statua, nel quale si manifesta la classica contrapposizione di tensione e rilassamento in organico accordo con il corpo. Il lato sinistro della statua col piede portato in avanti, la spalla leggermente abbassata e l’avambraccio teso in avanti mostrano una “apertura e rilassamento”, al contrario del lato destro, col piede “in tensione” ritirato più vicino al trono e l’avambraccio sollevato. Questo movimento si trasmette anche alle ricche vesti, con l’arcaico mantello di sbieco ricoprente la lunga sottoveste di stoffa raffinata, i cui lembi ricadono sulle ginocchia, sul sinistro più corti e spinti verso l’esterno più che sul destro, e il velo sulle braccia e le spalle, i cui orli ricadono ai lati del trono e accompagnano in maniera ineguale i diversi movimenti delle braccia.

L’adozione delle forme arcaiche viene spiegata in vario modo: come derivazione da quelle della madrepatria nella colonia dell’Italia meridionale o – in modo più persuasivo – come un cosciente ritorno ad antiche forme, tali da conferire particolare dignità alla statua cultuale. L’originale colorazione della statua è testimoniata solo da limitate tracce nella parte posteriore del trono: una ben conservata fascia di palmette, già colorata, e una decorazione a rombi sopra i braccioli. Secondo l’esempio delle statue dell’acropoli di Atene bisogna immaginare il trono e le vesti riccamente dipinti, gli orli del mantello forse in colori vivaci, le altre parti raffiguranti le stoffe decorate da crocette o fiori.

Nel volto il sorriso arcaico è appena accennato. I capelli sulle tempie sono tuttavia ancora arricciati come nelle Kore post-arcaiche, e lunghe ciocche ricadono sul busto, in una disposizione che viene differenziata dai movimenti della figura. Piccoli fori nel diadema e nei lobi auricolari mostrano che dovevano esservi scintillanti gioielli metallici. Non vi sono tuttavia indizi sicuri per determinare quale fosse la dea raffigurata in questa statua destinata al culto.

Nota sulla bibliografia: la statua è stata studiata da numerosi archeologi tedeschi e, fra gli italiani, da R. Belli Pasqua e G. Pugliese Carratelli.


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