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Il volume del Lavère, infatti, non si perde in frascherie stilistiche, ma conduce una serrata analisi scientifica, in base allo studio di oltre 5000 dettagli dell’Opera. I risultati preliminari (infatti c’è ancora molto da scoprire, come dice lo stesso autore) sono stupefacenti. È la matematica, infatti, a dirci senza mezzi termini che le probabilità a favore di un’origine puramente umana de “L’Evangelo come mi è stato rivelato” sono talmente infinitesimali da invocare il principio di inflazione statistica.

Un solo piccolo esempio. Più di una volta la Valtorta parla di un sabato notte con la luna visibile in cielo, indicando pure in che fase si trovava il nostro satellite. Una fase lunare (per esempio la luna piena) è visibile per circa tre giorni il mese. La probabilità che una descrizione lunare coincida con un sabato è di (3/30)x(1/7), ossia 1,5%. Ma il Lavère prosegue “quando Maria Valtorta aggiunge, per esempio, che gli ulivi sono già in fiore, o che i grani sono maturi, il che dura meno di 30 giorni all’anno, si ha (1,5/100)x(30/365), cioè una probabilità su 1000 … Se inoltre l’avvenimento descritto è identificato in rapporto ad una festa ebraica … si passa allora a (1/1000)x(1/365), cioè appena a 3 probabilità su 1 milione…” (p. 53). Ma nell’Opera vi sono molte decine di date-chiave, circa una settantina, ossia due al mese per tre anni di vita pubblica di Gesù, inserite nel testo con inconcepibile precisione e verificate col controllo incrociato di tre o quattro diversi criteri. L’autore non si spinge avanti col calcolo, ma è semplicissimo dimostrare che la probabilità che tutte queste datazioni siano esatte “per caso” è di circa 4 su 100 milioni. Questo è appunto un esempio dell’inflazione statistica ricordata sopra, che di fatto rimanda ad una pratica impossibilità che un autore umano potesse, senza accesso ad alcuna documentazione, per caso, centrare con esattezza una sola di queste descrizione, per non parlare della possibilità di indovinarle tutte.

Si aggiunga a ciò l’assoluta esattezza di migliaia di altri vari dettagli di varia natura che la Valtorta non poteva umanamente conoscere e si dica se è possibile che, ad ottenere ciò, possa bastare la semplice capacità di scrivere “un’opera esimia”, come ebbe a sostenere Padre Lanzetta sulla rivista online “Riscossa cristiana”.

L’Opera gestisce dettagliatamente oltre 500 personaggi compiutamente caratterizzati, più altri 300 circa di cui vengono dati solo brevi cenni, quindi un totale di 800 personaggi circa. Fra i personaggi che nomina ve ne sono diversi sconosciuti, come il graduato romano Cecilio Massimo, la cui esistenza è stata provata molti anni più tardi, dopo la morte della Valtorta, in base a documenti rinvenuti a Pompei.

Indica le posizioni dei corpi celesti nel cielo palestinese all’epoca di Gesù: posizioni verificate al computer mediante le effemeridi, e trovate esatte in oltre il 99% dei casi (l’infinitesimale numero di errori è spiegabile col fatto che, nelle visioni che la veggente riceveva, dev’essersi confusa tra alba e tramonto). Questa sola circostanza dovrebbe fare almeno riflettere seriamente quelli che negano l’origine soprannaturale dell’Opera.

Descrive con assoluta precisione il succedersi delle stagioni, la flora, la fauna (inclusa la sorprendente presenza di coccodrilli nani), le attività rurali e pescherecce nei loro esatti ritmi stagionali quali esistevano in Palestina nel primo secolo, fra l’altro spiegando dettagliatamente la misteriosa (per gli scienziati) fabbricazione della porpora.

Delinea con competenza pari, e talora superiore, ai migliori orientalisti gli usi e i costumi ebraici dell’epoca, le differenze regionali di pronuncia. Itinerari, tempi di percorrenza, strade e ponti della Palestina all’epoca di Cristo non hanno segreti per Maria Valtorta, che con la massima naturalezza ne dà notizie precise (che il Lavère ha potuto verificare), insieme a dettagliate descrizioni dei panorami che via via si presentavano ai viandanti. Parimenti senza segreti per la grande veggente sono i sistemi monetali tutt’altro che semplici vigenti in Palestina all’età di Gesù.

Delinea i paesaggi dell’epoca in modo assolutamente esatto e sorprendente, come vera testimone oculare. Un esempio fra moltissimi: una descrizione di fantasia avrebbe nominato tutte e tre le grandi piramidi d’Egitto; la Valtorta ne vede una sola perché, dalla zona ristretta dove la Sacra Famiglia aveva trovato rifugio, la piramide di Cheope nasconde quelle di Chefren e Mykerinos che si trovano dietro di essa.

Descrive e situa con precisione assoluta decine di centri abitati, taluni dei quali ignoti alla sua epoca e solo molti anni dopo la morte della Valtorta scoperti dagli archeologi. Fornisce descrizioni architettoniche accurate e verificabili di numerosissimi antichi edifici, più tardi dissotterrati, e fra l’altro descrive la ricca casa di Lazzaro e delle sue sorelle Marta e Maria Maddalena, quando il palazzo era ancora sconosciuto agli archeologi.

L’Opera, scritta fra il 1943 e il 1947, è frutto di dettati, che lei annotava, e di visioni, nelle quali si trovava immersa, non solo ascoltando i dialoghi, ma pure sentendo gli odori e sensazioni di caldo e di freddo. Questi dettati e visioni si sono offerti a Maria Valtorta nel più totale disordine cronologico. Non di rado ella riconosce in una certa visione un personaggio che aveva visto in una visione precedente, ma nell’opera la prima visione avuta dalla veggente è in realtà più avanti dell’altra nella sequenza cronologica del racconto, così, per chi legge il libro, prima la Valtorta dice di conoscere già un certo personaggio e più in là, magari centinaia di pagine dopo, lo vede per la prima volta.

Nonostante questo sconvolgente disordine, quando le molte centinaia di dettati e descrizioni di visioni vennero assemblati, si ottenne un incastro assolutamente coordinato e perfetto, tanto da permettere la soluzione di difficili problemi cronologici ed esegetici. Ad esempio si è discusso per secoli se Maria la Discepola che lava i piedi del Maestro con olio prezioso fosse la stessa Maria pubblica peccatrice: per la Valtorta, o meglio per il Divino Autore che la ispirava, il problema non esiste; si tratta della medesima persona che gli evangelisti tendono, per rispetto, a presentare in modo diverso, cercando di glissare sul passato poco onorevole di quella che era ormai una delle fedeli del Cristo.

Ad ogni pagina dell’Opera si trovano indimenticabili e bellissimi insegnamenti. Uno dei maggiori pregi di questo capolavoro è quello di porre in luminosa evidenza il ruolo di Maria Santissima e delle donne, che la cultura maschilista degli evangelisti tendeva a sottolineare solo quando non era possibile ignorarlo.

Ma, come rileva il Lavère, se in passato “Dio inviava i profeti per ravvivare la fede e la speranza del suo popolo… il Cristo suscita regolarmente delle pie e umili donne, alle quali affida la missione di spiegare agli uomini le sue Parole autentiche, di rivelarne la profondità e il senso nascosto. La mattina di Pasqua, è ad una donna, Maria Maddalena, che egli chiede di annunciare agli apostoli la sua gloriosa Resurrezione. Da santa Giuliana di Mount-Cornillon fece istituire il Corpus Domini; per mezzo di santa Margherita Alacoque sviluppò la devozione al Sacro Cuore; per santa Teresa del Bambino Gesù fece riscoprire il valore inestimabile dello stato dell’infanzia spirituale; per suor Josepha Menendez la sua bontà; per suor Faustina la sua infinita Misericordia…” (pp. 288-289).

Un altro mutamento di prospettiva rispetto ai Vangeli canonici — questo non rilevato dal Lavére — è l’appassionata partecipazione alla Redenzione di moltissimi Gentili, ossia pagani, a cui gli evangelisti, imbevuti di cultura ebraica, prestano minore attenzione. Nessuna di queste differenze di prospettiva influiscono in alcun modo sul piano dogmatico. Come tutte le buone rivelazioni private, destinate ad essere divulgate al popolo, quella ricevuta dalla Valtorta ha valore esclusivamente didattico e apologetico, ossia spiega ed edifica, senza mutare in nulla la Rivelazione, formata da Tradizione e Sacra Scrittura e chiusa definitivamente con la morte dell’ultimo apostolo.

Nel “Commiato all’opera”, Cristo ammonisce “In verità vi dico ancora una volta che non è placida gioia essere strumento mio: è fatica e sforzo continui, in tutto è dolore perché ai discepoli del Maestro il mondo dà ciò che dette al Maestro: dolore” (p.289). Per Maria Valtorta essere strumento di Cristo significò furiosa persecuzione proprio da parte del clero che avrebbe dovuto sostenerla, e ancor oggi non mancano chierici che vorrebbero vedere l’Opera dimenticata. Non si può che pregare perché i detrattori dell’Opera smettano di parlare di ciò che non conoscono e si decidano a leggerla sul serio.

La fondamentale opera di Lavère è solo uno studio preliminare, dopo il quale si annunciano importanti approfondimenti da parte dello stesso autore. Il Lavère stesso segnala i numerosi ambiti nei quali occorre operare per approfondire scientificamente l’Opera, fra questi, gli aspetti farmacologici, mineralogici e geologici. “L’Evangelo come mi è stato rivelato” è un’Opera di sterminata ricchezza e d’incredibile complessità, che rivela innumerevoli profondissime conoscenze umanamente inaccessibili alla Valtorta, e per interpretare la quale occorrono gli sforzi di innumerevoli specialisti nelle più diverse discipline. E questa sovrumana impresa, per la quale non sarebbero bastate le risorse umane e finanziarie di un’intera grande (e seria) università, può essere stata compiuta da una donna paralitica dal 1934, da sola, confinata a letto, di limitati studi tecnici, priva di accesso a significative documentazioni?


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