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Le quattro rivelazioni principali sono contenute nelle opere: La mistica città di Dio di María di Ágreda, La vita della Vergine Maria; le Visioni di Anna Katharina Emmerick, La dolorosa passione di Gesù Cristo di Anna Katharina Emmerick; L’Evangelo come mi è stato rivelato di Maria Valtorta; e Maria, porta del cielo di Consuelo (pseudonimo di una madre di famiglia spagnola che ha voluto restare rigorosamente anonima). I quattro racconti frammentari sono quelli della tedesca Therese Neumann, di “Domenico” (mistico italiano che ha voluto celare il proprio cognome), della spagnola Luz Amparo Cuevas e di “Rosa” (pseudonimo di una mistica italo-francese la cui identità è ignota).

Dallo studio, condotto con freddo rigore scientifico, emerge in parte l’assoluta unicità della Valtorta: solo in parte perché, nonostante le premesse, gli autori pongono sullo stesso piano le quattro rivelazioni complete, dichiarando (p. 177) che le divergenze riscontrate fra di esse “non permettono di considerare queste vite come dettati o composizioni letterali e formali di Dio. Se fosse stata un’opera del Cielo, e non della Terra, sarebbero più simili e coerenti tra loro.”

Ciò è in aperta contraddizione con quanto gli autori hanno puntualizzato in precedenza. Le tre rivelazioni non valtortiane, infatti, sono chiaramente inficiate da gravi problemi di trasmissione.

María di Ágreda (1602-1665, riconosciuta venerabile nel 1679), una badessa spagnola, distrusse la sua opera, per ordine del confessore, nel 1637 (il dannoso fenomeno dei “dottori difficili” non è solo della nostra epoca); la seconda stesura, fatta un ventennio dopo, a memoria, dal 1655 al 1660, è infiorettata di dettagli che rispecchiano la passione spagnolesca per la pompa e la grandiosità, ed è inficiata perciò da elementi umani che la versione originale non conteneva. Nei Quaderni del 1944, editi dal CEV (1985), in un dettato del 24 settembre, alle pp. 663-664 (corsivi nel testo), Cristo spiega alla Valtorta (e a noi) quello che è avvenuto:

 

Chi ha sciupato l’opera veramente santa della d’Agreda? La fretta degli uomini. Questa ha suscitato attenzioni e asti. Ha obbligato ad un rifacimento della parte descrittiva da parte della illuminata. Per la parte istruttiva sopperì lo Spirito Santo ed è uguale nel suo insegnamento. Questo rifacimento a che portò? A grande sofferenza fisica, fatica e turbamento nell’illuminata e a corruzione della magnifica opera primitiva.

Ogni descrittore e profeta è schiavo del suo tempo. Mentre scrive, mentre vede (parlo di chi scrive per volere di Dio), scrive descrivendo esattamente, anche contro il suo modo di vedere, consono ai tempi. Si stupisce, per esempio, di non vedere questo o quello o di notare oggetti e forme di vita diverse da quelle del suo tempo, ma le scrive come le vede. Dovendo invece ripetere tutta una serie di visioni senza più vederle, dopo scorrer di tempo dalle visioni avute, cade e ricade nella propria personalità e nei sistemi del suo tempo. E i futuri, poi restano sgomentati da certe linee troppo umane nel disegno di un quadro di Dio.

La d’Agreda cadde così, nella parte descrittiva, in fronzoli di umanesimo spagnolesco, facendo della santa ristrettezza di vita di mia Madre e della sublime sua creazione alla terra e del suo regnare in Cielo un fastello di rutilanti pompe da Corte dei Reali di Spagna nel più pomposo evo che sia mai stato. Tendenza di spagnola, e spagnola del suo tempo, insinuazioni di altri che, per esser spagnoli, e di quel tempo, erano portati a vedere, sognare, pensare, trasportare nell’eterno e nel soprannaturale quello che era il temporaneo e l’umano, han infronzolato le descrizioni di quegli orpelli che sciupano senza dare onore.

Grande errore imporre certi rifacimenti! La mente umana! Perfetta e imperfettissima, non può ripetere una cosa, e specie un lavoro di questo genere e questa mole, senza cadere in errore. [Errori] involontari, ma ledenti ciò che era perfetto perché illuminato da Dio.

Perché non illumino di nuovo lo strumento? Per lo stumento lo farei. Ma una punizione deve andare agli increduli. Non Io sono servo dell’uomo. Ma l’uomo di Me. Dio viene, si ferma, opera, passa. Quando l’uomo dice: ‘Non voglio’ e distrugge l’opera di Dio, o dice, scettico e incredulo: ‘Non credo’ e vuole prove imprudenti, Dio non torna sempre. E chi è il colpito? Dio? No, l’uomo.

 

Anna Katharina Emmerick (1774-1824, beatificata nel 2004), religiosa agostiniana tedesca, aveva visioni che non furono mai registrate da lei stessa, ma dal poeta Clemens Brentano, e furono edite successivamente dallo stesso Brentano (1778-1842) e dai suoi familiari a partire dal 1832, e in questo processo di trasmissione fu molto “migliorata” e “abbellita”.

Nostro Signore vietava al Suo “portavoce” Valtorta di leggere libri sugli argomenti sui quali la veniva istruendo, e quindi, fino a quando non ebbe terminato “L’Evangelo”, Maria Valtorta non lesse altri libri di rivelazioni. Solo dopo cominciò a leggerle, e Cristo le spiegò cosa era andato storto in tali opere precedenti, come abbiamo visto sopra per Maria Ágreda. Nel caso della Emmerick, quando la lesse la Valtorta ne fu letteralmente disgustata, perchè le apparve chiaro che la rivelazione ricevuta era stata “abbellita” e quindi sciupata. Maria Valtorta, che aveva visto tutta la vita del Redentore e l’aveva docilmente riportata, non sopportava rivelazioni imperfettamente riferite. Solo ne l’Invito all’amore di suor Maria Josefa Menendez (non presa in considerazione da Laurentin e Debroise), invece, Maria Valtorta ritrovò il “Suo” amato Gesù. E Gesù, amorevolmente la illuminò sul caso della Emmerick, nel dettato sulle rivelazioni del 28 gennaio 1949, pubblicato nei Quadernetti editi dal CEV (2012, pp. 180-184):

 

Queste pagine, per un complesso di cose, non sono specchio alla verità. La polvere dell’umanità ha corrotto la purezza della verità. Gli uomini hanno voluto aggiungere all’opera di Dio e hanno deturpato. Come sempre. Come sarebbe accaduto anche alle visioni che ti ho dato, se tu o altri, aveste voluto aggiungere… o modificare. Tu pensando di far bello il racconto. Altri pensando di farlo più perfetto. Tu e gli altri avreste sciupato tutto. Solo Dio è Verità, solo Dio è Autore perfetto.

 

Quanto a Consuelo (della quale si sa solo che morì alla fine del secolo scorso), essa è assai dipendente da María di Ágreda e non è necessario entrare in dettagli.

Perché dunque, come fanno Laurentin e Debroise, conferire alle opere delle altre veggenti, rovinate dal misero intervento umano, tale dignità da ritenerle confrontabili con quelle della Valtorta, al punto che la non concordanza rende anche lei suscettibile del giudizio negativo di essere “opera della Terra e non del Cielo”? Perché mai la rivelazione divina alla Valtorta, confermata da una miriade di riscontri concreti, come testimoniano i fondamentali studi del Lavère, e trasmessa pura ed incorrotta, dovrebbe essere “simile” alle altre, manomesse e alterate? Perché dovrebbe essere in qualche modo “coerente” con esse?

Del resto, il giudizio “opera della Terra e non del Cielo” è infelice ed inesatto anche per le altre tre veggenti. Più esatto sarebbe dire: “opera del Cielo rovinata dalla Terra”. E per la Valtorta: “opera del Cielo che la Terra non è riuscita a rovinare”. Proprio per questo è stata maggiormente perseguitata dai “dottori difficili”, che si sono esposti alla riprovazione dell’Onnipotente, ripetutamente espressa, come dimostrano alcuni esempi, fra i molti, riportati nei citati Quadernetti. Del 25 febbraio 1949 è l’indignato dettato di Gesù contro i Serviti: “L’ingiustizia provoca ondate di sdegno contro gli ingiusti”. (p. 195) e la condanna senza appello del Santo Uffizio: “un tribunale che Io non ho istituito.” (p. 194). Il 1° marzo 1949 l’indignazione divina è al colmo: Maria Valtorta era stata bollata come “pretesa veggente, eretica, simulatrice“, come “il caso clinico Valtorta”, e Cristo le impone di interrompere i contatti con gli inquisitori perché sono “mentitori coscienti”. (p. 195). Il 6 giugno 1950 (p. 200), il Divino Maestro le mostra la terribile visione del purgatorio e di Padre Cordovani che vi è rinchiuso, sbigottito e insieme implorante tra le fiamme, guarda M.V. e non riesce a parlare. Gesù dice alla Valtorta: “Lo vedi? Lo riconosci? È là. E vi starà molto ,molto, molto, e per l’unica causa di avermi e averti e avere combattuto Me, te e l’Opera, agendo contro la Sapienza, la Carità, la Giustizia. Segna ciò che vedi, brevemente, e ciò che Io dico, con la massima esattezza. Perché è verità, per chi vedi e per molti di coloro che agirono o agiranno come lui.”

E se nessuna rivelazione è stata combattuta come quella valtortiana, nessuna è stata sostenuta dal Divino Maestro con altrettanta veemenza. La lettura della Valtorta, e non quella di altre rivelazioni, ha convertito uno degli autori (Debroise), già militante nelle schiere spettrali dell’estrema sinistra (p. 11). La veggente Vicka, di Medjugorje, ha attestato che l’“Evangelo come mi è stato rivelato” è la verità (p.10). Adèle Plamonton ha potuto stabilire una sinossi precisa de “L’Evangelo che mi è stato rivelato” con i Vangeli (<www.maria-valtorta.org/Travaux/Experts.htm>). Basandosi sulla Valtorta è stato possibile all’Aulagnier ricostruire la cronologia esatta della vita di Gesù, e al Roschini evidenziare l’importanza della Madonna Santissima nel Suo ruolo di Corredentrice. Nessuna delle altre rivelazioni, per colpa delle interferenze umane, è giunta a tanto.

Lo studio di Laurentin & Debroise non tiene abbastanza conto di questi fatti, pur conoscendone e citandone almeno una parte, e quindi riconosce l’unicità assoluta della Valtorta solo in modo incompleto e frammentario.

Lo studio contiene pure, a mio parere, varie inesattezze. Afferma che le visioni giungevano alla Valtorta “sotto il suo sguardo interiore” (p. 172), mentre invece ella vedeva realmente con gli occhi ed era immersa nella visione, vivendola. E come si motiva l’affermazione: “il testo non le viene dettato” (p. 172)? Al contrario, accanto alle descrizioni, vi sono nell’Opera molti dettati.

Maria Valtorta, negli ultimi anni, non si chiuse affatto, come scrivono i due autori, “in una sorta di isolamento psichico” (p. 25), quasi fosse mentalmente indebolita e malata, ma al contraio venne immersa in una permanente contemplazione dal suo amore, Gesù Cristo, che gliela annunciò (Quaderni dal 1945 al 1950, 16/3/1947, p. 350) con parole che echeggiano il Cantico dei Cantici. Lei aveva temuto che il Salvatore non le apparisse più, dopo che aveva finito di scrivere “L’Evangelo”, ma Egli le apparve e la rassicurò:

 

Io sempre verrò. E per te sola. E sarà ancora più dolce perchè sarò tutto per te. Mio piccolo Giovanni, fedele portavoce, non ti leverò nulla di ciò che hai meritato: vedermi e sentirmi. Ma anzi ti porterò più su, nelle pure sfere della pura contemplazione, avvolta nei veli mistici che faranno da tenda ai nostri amori. Sarai unicamente Maria. Ora devi essere anche Marta perché dovevi lavorare attivamente per essere il portavoce. D’ora in poi contemplerai soltanto. E sarà tutto bello. Sii felice. Tanto. Io ti amo tanto. E tu mi ami tanto. I nostri due amori!… Il Cielo che già ti accoglie! Viene la bella stagione, o mia tortorella nascosta. Ed Io verrò a te fra il vivo profumo delle vigne e dei pometi e ti smemorerò del mondo nel mio amore.

 

Pur includendo gli scritti valtortiani altri da “L’Evangelo” nella bibliografia, gli autori ignorano, forse per cautela, di prenderne in considerazione aspetti cruciali come la santa indignazione del Divino Autore perché l’Opera veniva ostacolata e non poteva raggiungere le anime e salvarle, e perché il portavoce veniva perseguitato e umiliato dai “dottori difficili”, per invidia.

L’accettazione dei dettati dell’Opera da parte della Chiesa avrebbe anche permesso di eliminare gravi rischi di eresia. Nel dettato del 4 agosto 1948 (Quadernetti, pp. 147-152), Gesù osserva che i Vangeli sono pieni di lacune, e le traduzioni troppo strettamente letterali hanno lasciato spazio a eresie suggerite da satana, come gli insidiosi errori sulla verginità di Maria. Si vedano, ad esempio, espressioni come: “Giuseppe non la conobbe fino a quando non partorì”, “primogenito di Maria”, “fratelli di Gesù”, ecc. In venti secoli la gerarchia non è stata capace di eliminare questi pericolosi fraintendimenti, che potrebbero invece venire eliminate sulla base di rivelazioni come quella a Maria Valtorta. Nel medesimo dettato, il Divino Maestro confuta le obiezioni dei dottori difficili, chiamandoli “stolti e superbi” e li ridicolizza osservando che le parole del Magnificat, se fossero solo riportate dalla Valtorta, farebbero gridare quei medesimi “dottori” all’“eresia”, perché la Madonna sembrerebbe “superba”.

In conclusione, l’interesse di un’analisi comparativa come quella condotta da Laurentin e Debroise consiste nel porre in evidenza l’assoluta superiorità della rivelazione valtortiana su tutte le altre di natura privata, nonostante che gli autori non abbiano saputo o voluto trarre le loro conclusioni fino in fondo, come avrebbero dovuto, riconoscendo in modo completo la superiorità di Maria Valtorta.

EMILIO BIAGINI

 


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