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In Dante troviamo ovviamente poesia altissima, come si conviene a temi tanto elevati, ma anche ardua, non certo adatta ai semplici, anche per la lingua ormai tanto cambiata. San Tommaso inclina a intrattenersi maggiormente sugli angeli e a non credere all’Immacolata Concezione: la sua “Summa Theologica” è un testo difficile, animato da stretta logica, grandioso, ma incapace di scaldare il cuore, e neppure aspira a farlo, trattandosi di un testo altamente scientifico. Del resto lo stesso san Tommaso a un certo punto cessò di scrivere teologia, quando le sue visioni soprannaturali gli diedero la misura dell’abisso che separa il ragionamento umano dai misteri divini. “Mi hanno detto che quanto ho scritto è giusto, ma è paglia rispetto a quello che ho visto”, disse il santo dottore ai confratelli riferendo una di tali visioni soprannaturali, dopo che ebbe posto i suoi scritti sull’altare per cercare l’approvazione da “colà dove si puote”.

Molto più ai misteri divini si avvicina la Valtorta, unica dei tre autori esaminati capace di una narrazione semplice e profonda al tempo stesso, con spiegazioni lineari e alla portata dei piccoli. Solo da “L’Evangelo come mi è stato rivelato” apprendiamo in modo così chiaro verità fondamentali: nella Santa Vergine vi è un amore tutto spirituale, assoluto, che vede negli altri le anime da salvare, al punto da sforzarsi di redimere persino Giuda Iscariota dopo il tradimento, quando qualunque altra madre avrebbe maledetto. Ma Giuda, essendo è al di là di ogni soccorso soprannaturale, non seppe fare altro, come sappiamo, che andare ad impiccarsi. Come appare altrove, ad esempio nello stesso “Evangelo” e nei “Quaderni”, egli costituisce l’esempio negativo di riferimento: il consacrato che resta materiale e terrestre, e quindi tradisce, in contrasto con la sublime spiritualità e carità di Cristo e della Santissima Vergine, al Figlio Divino perfettamente conformata.

Dalla Valtorta apprendiamo la meravigliosa profondità del connubio tra Dio e la Vergine, la quale contiene la Trinità e ne è contenuta: mistero altissimo sul quale i sacerdoti politicanti, troppo attenti alla materialità di un assistenzialismo-spettacolo, dovrebbero meditare. Dalla stessa fonte scaturisce un’altra verità: se da una parte la natura umana è inferiore a quella angelica, in una cosa fondamentale l’essere umano sorpassa l’angelo, la capacità di soffrire, completando la Passione del Redentore, ciò che nelle anime vittime, come appunto Maria Valtorta, raggiunge la massima intensità.

Solo grazie agli scritti valtortiani apprendiamo l’immensità del potere di intercessione della Madonna. Ottenne che il Figlio Divino, nell’agonia del Getsemani, avesse un angelo consolatore che mostrò alla Vittima coloro che si sarebbero salvati, mentre il maligno mostrava quelli per i quali il Sacrificio sarebbe stato vano, infliggendo a Cristo un dolore indicibile. Abbreviò quasi della metà il soggiorno di Cristo nella tomba, che invece di settantadue ore fu di sole trentotto.

L’Opera che va sotto il nome della Valtorta è un agente di evangelizzazione inarrivabile, al cui confronto anche il massimo capolavoro della poesia di tutti i tempi, la “Divina Commedia”, e il più profondo trattato di teologia, la “Summa theologica”, restano indietro in fatto di potenza di conversione. Ciò non stupisce affatto: non bisogna mai dimenticare che Maria Valtorta è solo il “Portavoce”. Ella riferisce fedelmente e direttamente ciò che le viene rivelato, senza quelle distruzioni e riscritture che hanno rovinato le rivelazioni a Maria de Ágreda, e quegli intermediari che hanno deformato le visioni della Beata Katharina Emmerick. E quale migliore evangelizzatore può esservi del Benedetto che parla attraverso la penna della Valtorta?

EMILIO BIAGINI

 


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