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ORO O LATTA: QUESTO È IL PROBLEMA

Abbiamo deciso di premiare con opportuni segni del nostro apprezzamento le opere letterarie e cinematografiche che hanno attratto il nostro interesse. Questa rubrica viene aggiornata quando ci pare e il nostro giudizio è inappellabile.

I TRIGOTTI

And the winner is …….

Ecco il vincitore della prossima (doppia) aquila d’oro:

RINO CAMMILLERI (2020) Ma l’Inquisizione ha fatto anche cose buone?, Verona, Fede & Cultura

Segue una recensione di Emilio Biagini:

Ecco un libro istruttivo, ricco di incontri preziosi e contro la corrente malsana dei nostri tempi assatanati. Ogni capitolo è come una preghiera, perché ricorda qualche episodio di alto valore apologetico che dimostra come la Verità cristiana non sia questione di opinioni personali e di devozione privata, ma una realtà concreta e ineludibile.

È un libro che parla di apologetica, e l’autore si domanda? “Smettere di opporre argomenti al relativismo Politicamente Corretto, ai suoi mentori e/o epigoni? No, certo. Ma senza farsi illusioni. C’è il sordo-che-non-vuol-sentire, e con costui non val la pena di sprecare fiato. Ma c’è anche quello in buona fede, a cui è carità far sentire anche l’altra campana. Infine, ci sono quelli di buona volontà (…) e che non hanno ancora portato il cervello all’ammasso, ma che sono come sgomenti e ammutoliti di fronte alla potenza di fuoco a disposizione dell’ideologia Politicamente Corretta. Prima che cedano alla tentazione di rinchiudersi, impauriti nel proprio guscio e adattarsi a una vita dissociata (…) occorre far sapere loro di non essere soli.”

L’apologetica si deve curare di questo evangelico “piccolo resto”, il popolo dei santuari, luoghi di rifugio in cui i credenti in Cristo e nella Madonna abbondano, e hanno bisogno di essere istruiti nella fede, così come facevano gli apostoli con i pagani neoconvertiti. Ecco perché l’apologetica è ancora necessaria, dato che i poveretti sono passati attraverso il tritacarne della scuola  e dell’università di stato e dei media e “bisogna ricostruirli da zero. Affinché sappiano che quel che hanno trovato non è l’ennesima illusione, ma la verità. Anche storica. Così che possano realmente aspirare alla vita eterna e, anche, imparare che seguendo gli insegnamenti di Cristo si sta meglio, molto meglio, pure in questa vita.”

Da questo libro apprendiamo che è stata l’Inquisizione ecclesiastica a inventare, nel procedimento, il verbale, l’avviso di garanzia, l’appello e, insomma, tutti quegli accorgimenti a tutela dell’imputato che costituiscono il garantismo. Viene precisato che gli eretici non erano di solito persone desiderose solo di fare i fanatici senza disturbare gli altri. Appena potevano imponevano a tutti le loro idee, e guai a chi sgarrava. Le inquisizioni protestanti passavano direttamente ai roghi e alle decapitazioni, senza il garantismo dell’Inquisizione. E poi, un solo libro ideologico può causare catastrofi: il Mein Kampf di Hitler o le opere di Marx sono due esempi che fanno rabbrividire. Se questi due fossero vissuti in tempi di Inquisizione, sarebbero stati fermati in tempo, e per l’umanità sarebbe stato un immenso sollievo.

Ci edifica leggere del cammino di espiazione della stella del Varietà Ève Lavallière, come pure della sua quasi omonima duchessa de La Vallière, celebre amante del Re Sole. Poco edificante, invece, appare la vendita del Triregno da parte del “solito Paolo VI”, nel quadro della rinuncia al fasto ecclesiale, dell’“andare incontro al mondo” e della “nuova Pentecoste”, in cui il mitico “ruolo dei laici” consiste in: “obbedire, non criticare, aprire il portafoglio a comando”. Il risultato è stato la sparizione della Fede. Allora ecco il prete che rimproverava ai fedeli la scarsa partecipazione al rito e ottenne quella che gli sembrava la piena partecipazione quando tutti accettarono di mettersi a cantare a squarciagola quel che le chitarre imponevano. La funzione era affollata e gli astanti “partecipavano”, il prete era soddisfatto; quanto la fede ne abbia guadagnato è tutto da dimostrare. D’altronde, insegna l’autore in un capitolo fondamentale sulla crisi nella Chiesa, che questa non è cosa di oggi ma un fatto costante, dovuto alla cattiva volontà degli stessi uomini di Chiesa, ai quali (con qualche eccezione che conferma la regola) sembra non importi più nulla dell’apologetica, ma piuttosto preferiscano andare alla deriva col mondo, in modo da evitare spiacevoli contrasti col principe di questo mondo.

Stupenda l’apparizione di san Giuseppe al pastore ventiduenne Gaspard Ricard il 7 giugno 1660 sul monte Bessillon, di fronte a Verdalle: l’unica apparizione in cui il santo ha parlato. Altre volte era apparso, ma esclusivamente in compagnia della Madonna e restando silenzioso; chiaramente nessuno poteva permettersi di parlare in presenza della regalità della Madre di Dio. In quell’unico caso, il giovane pastore si trovava in un posto brullo e arido e aveva sete. Ad un tratto gli apparve “un uomo dall’aspetto imponente”, il quale disse: ‘dio sieu Jouse’: io sono Giuseppe, in provenzale, e gli indicò un masso sotto il quale avrebbe trovato l’acqua (‘enlevo-lou e béuras’: sollevalo e berrai). Il pastore rimase interdetto, perché la pietra era tale che neanche otto uomini robusti avrebbero potuto smuoverla. Ma quando il veggente provò a sollevare il pietrone, trovò che riusciva a farlo facilmente. Sotto c’era l’acqua. Il pastore bevve alla fontanella che sgorgava da terra e, quando si voltò per ringraziare, non vide più nessuno. La notizia si sparse rapidamente, anche perché in quel posto non c’era mai stata acqua e tutti lo sapevano bene. Va sottolineato che le apparizioni celesti parlano sempre il dialetto locale e di ogni particolare epoca, a vergogna dei preti imbecilli che criticavano il Cristo della Valtorta perché parlava come un professore contemporaneo. E come doveva parlare, se doveva farsi capire dai contemporanei? Capre, capre, capre!

E infatti ecco che succede ad ignorare gli avvertimenti dal Cielo, che la bontà divina manda attraverso umili veggenti, mentre il clero assatanato regolarmente si incarica di isolare e di martirizzare, ridicolizzare e imbavagliare, come tutti gli idioti che, quando il dito indica il Cielo, guardano il dito, e magari cercano pure di ferirlo. Anche il Re Cristianissimo, Luigi XIV, il Re Sole, “nato per grazia di Dio e in mille modi favorito dal Cielo, scelse di seguire le vie della politica e non quelle della fede. Avesse dato retta alla veggente Alacoque, le cose forse sarebbero andate diversamente, sia per la Francia che per l’intero mondo. In fondo, quel gli si chiedeva non era gravoso. Forse, chissà, temette le critiche di corte: tutti quei Cuori devozionali da mettere al posto dei gloriosi gigli borbonici…”. Era il 1689. Per la consacrazione della Francia al Sacro Cuore, richiesta da Cristo attraverso Margherita Maria Alacoque, si era speso anche il grande predicatore Jacques Bossuet, convinto che l’apparizione N.S. Gesù Cristo alla suora di Paray le Monial fosse autentica, e che fosse necessario obbedire, ma il re non gli diede retta. Dio aspettò pazientemente un secolo che la grandeur francese  si decidesse ad obbedire, e poi lasciò scatenare i demoni, e ancora adesso ne scontiamo le conseguenze.

Oggi la funesta ideologia del politicamente corretto, dogma indimostrabile difeso in modo parossistico, con bombardamento di slogan antirazzisti, multiculturali, antiomofobi, accompagnati da urla isteriche contro chiunque osi avanzare anche il minimo dubbio, “imperversa perché ha trovato il modo di inserirsi nei Diritti Umani, nei quali è riuscita a infiltrare diritti che umani non sono e che, come nel giacobinismo, si reggono solo sul Terrore”, sovvertendo le più evidenti verità. “Dicevano gli antichi giuristi romani: contra factum non datur argumentum. Infatti non c’è bisogno di ‘dimostrare” con ‘argomenti’ la differenza tra uomini e donne (…) e che per far figli ci vogliono un uomo e una donna. Questo lo sanno anche i sacerdoti (…) e/o gli utili idioti del Politicamente Corretto, che infatti non dialogano, né dibattono, né controargomentano ma strepitano, insultano, boicottano, linciano e intimidiscono.

Né possono fare altro, visto che non hanno argomenti, e lo sbocco finale delle loro farneticazioni è solo disordine, delirio e morte, come dimostra il dilagare della depressione, della droga, dei suicidi (specie giovanili e anche di massa). La setta del Tempio del Popolo e il relativo suicidio collettivo è una delle tante conseguenze malate del Sessantotto, per l’affinità coi movimenti terroristici di estrema sinistra legati alla teologia della liberazione e l’inscindibilità tra rivoluzione comunista e rivoluzione sessuale.

Notevole il capitolo dedicato all’Inquisizione, che sfata alcuni dei tenaci pregiudizi anticattolici contro il sacro tribunale, e dimostra come, in non pochi casi, gli inquisitori cadevano vittime degli eretici, i quali non erano affatto innocui dissenzienti ideologici, ma molto spesso dei violenti, assassini e sanguinosi persecutori dei cattolici e di altri protestanti che propugnavano eresie diverse.

In base al principio luterano “sola Scriptura”, i teologi protestanti tedeschi si sono specializzati nell’esegesi, e come tutti quelli che si concentrano in un solo campo, hanno raggiunto una straordinaria abilità, da cui l’ammirazione, spesso scriteriata, dei teologi cattolici verso le scuole interpretative protestanti. Con quale risultato? Forse che, in questo mare di erudizione biblica, la Fede ne ha guadagnato? Oggi vi è un solo seminarista nella diocesi di Monaco, un tempo culla del cattolicesimo tedesco.

La caccia alle streghe è da sempre uno dei capi d’accusa dei nemici e oggi in particolare delle femministe. È perciò di particolare interesse un recente sondaggio degli accusati di stregoneria riportato dall’autore (solo accusati, non giustiziati) tra il 1500 e il 1777 (data dell’ultimo processo in Europa). Si tratta in tutto di 7.776 persone. Le “streghe” erano soprattutto maschi, e punte maggiori si ebbero nella Germania sud-occidentale e in Ungheria, per cui i “milioni” di streghe bruciate in quei secoli e l’insistenza antifemminista della caccia sono del tutto fuori luogo.

La Chiesa è sempre stata di manica larga con peccatori e pagani, ma feroce con gli eretici. Il motivo, spiega l’autore, è che “le idee simil-cristiane sono più pericolose della dinamite. (…) Agostino aveva posto le basi della convivenza tra  cristiani ed ebrei, diventati ‘popolo ospite’ dal tempo dell’ultima guerra giudaica: la loro stessa esistenza, col loro culto, dimostrava la verità del cristianesimo, perché il Nuovo Testamento deriva dal Vecchio, inoltre, dice chiaramente San Paolo che, alla fine, essi riconosceranno che Gesù è il Messia. Questo insegnamento di Agostino fu la base della pace tra cristiani ed ebrei per tutto il Medioevo, con i papi che intervenivano a protezione se qualche cristiano sgarrava.” Purtroppo, col gioachimismo, riprese quota l’idea di un cristianesimo “spirituale”, e tornò in voga l’antitesi tra “amore” e “legge”, e quindi tra il Nuovo e il Vecchio Testamento, incarnato naturalmente dagli ebrei. “Lutero nel 1543 scrisse il libello Degli ebrei e delle loro menzogne (che i nazisti citarono a loro difesa nel processo di Norimberga). Questa contrapposizione del “cristianesimo spirituale” con la pretesa “arida materialità” della dottrina era uno dei cavalli di battaglia degli umanisti che apersero la strada alla riforma.

Oggi il concetto dell’amore (“misericordia”) da preferirsi alla legge (“dottrina”) sta ritornando alla grande. Vedi la recentissima esortazione di Bergoglio ad: “adorare Dio, non i dogmi”. Ma il cattolicesimo è basato sul principio dell’et-et. La Sacra Scrittura è costituita da Antico et Nuovo Testamento. Il Dio dell’uno è lo stesso dell’altro. Gesù non è solo amore ma anche dottrina, anche perché il primo discende dalla seconda. L’“amerai il prossimo come te stesso” non è un’invenzione del Nazareno. Egli stesso ricorda che risale ai Comandamenti di Mosè, e che “riassume tutta la Legge e i Profeti”.

All’insistenza sull’amore slegato dalla dottrina si unisce un fastidio per il soprannaturale: i due atteggiamenti hanno, a mio parere personale, la medesima radice: l’orgoglio. Si crede di poter fare a meno sia della dottrina sia del soprannaturale, e ciononostante illudersi di essere credenti, anzi credenti migliori degli altri perché più “moderni”. Ma senza il soprannaturale la Fede è nulla. L’autore racconta: “Recentissimamente, nel presentare i miei libri Medjugorje, il cammino del cuore e Le lacrime di Maria (Mondadori), alcuni uditori, pur assidui a messa, hanno eccepito che la fede non ha bisogno di miracoli e apparizioni. Ho fatto cortesemente notare che una religione senza miracoli non mi interessa e che senza la possibilità di ottenere miracoli non perdo tempo a pregare. I preti presenti, misericordiosi, sono stati zitti.” Sale insipido, buono solo per essere gettato via e calpestato. Come risultato, un pilastro della Fede, l’onnipotenza divina, è stato ridotto a semplice opinione personale. Ma senza l’onnipotenza, e cioè senza il miracolo, a che si riduce il cristianesimo? Cristo in croce non avrebbe potuto dire al ladrone pentito: “In verità ti dico: oggi sarai con me in paradiso.”

E, a proposito di miracoli, ho gradito particolarmente la dimostrazione della potenza del Rosario data dal miracoloso ritiro dei sovietici dall’Austria in seguito alla Crociata nazionale ispirata dalla Madonna al francescano padre Petrus Pavlicek. Dell’episodio ci siamo occupati anche noi (io e mia moglie che è coautrice), nel terzo volume (ancora inedito) della nostra storia romanzata dell’Austria.

Una ventata d’aria fresca ci viene dal maestro Riccardo Muti, il quale commenta non senza sdegno lo sfacelo delle musiche in chiesa; uno sfacelo incoraggiato dai parroci per attirare i “giovani”. Ma “se uno viene in chiesa a condizione che gli si permetta di divertirsi a modo suo, forse ha sbagliato porta.” Le musiche profane in chiesa, sono pure e semplici profanazioni, atte a distrarre i fedeli e impedirne il raccoglimento. Spesso gli stessi che propugnano questo baccano sono gli stessi che denigrano il culto delle reliquie e la religiosità popolare, e magari “spendono fortune per accaparrarsi la chitarra sfondata di Jimi Hendrix o un reggipetto di Marylin. Sputano sulle processioni dietro al Corpus Domini ma si accodano riverenti a quelle del Gay Pride. Si indignano se ci affolliamo intorno all’urna di un santo, ma accorrono molto più numerosi allo stadio, al festival delle canzonette, ai ‘concerti’ di Vasco. E sono gli stessi che esaltano il ‘popolo’, i ‘diritti’, gli ‘ultimi’, le ‘periferie’, a patto che questi si pieghino al ‘modello’ che loro hanno in testa, altrimenti sono ‘fanatici’, ‘arretrati’, ‘superstiziosi’.”

L’autore ricorda la vera natura delle divinità pagane. “Capricciose, violente, invidiose, lussuriose, per i padri della Chiesa non erano che demoni sotto mentite spoglie. (…) i pagani non erano stupidi; un dio che non esaudiva mai avrebbe visto il suo tempio deserto in breve tempo. Invece no. Con tattica diabolica, qualche volta esaudiva, così da tenere avvinto il fedele, il quale, però, doveva stare bene attento a come gli si rivolgeva. Per questo moltiplicava le parole. Si tenga presente l’anomalia storica assoluta del popolo ebraico (che non si si spiega se non con la Rivelazione): non aveva arte né letteratura, solo una singolare religione con un unico Dio, che adorava in un unico Tempio con un unico altare. Tutti (…) gli altri popoli, perfino i civilissimi romani, erano politeisti e adoravano una moltitudine di divinità (quando non astri o animali) alle quali offrivano sacrifici anche umani. Nessuna di queste divinità amava o desiderava di essere amata, pretendeva solo di essere temuta.”

È di non poca soddisfazione rivisitare, con l’autore, nel capitolo “Il ritorno della leggenda nera”, la farneticazione calunniatrice del romanzaccio “Il nome della rosa”, di Umberto Eco, riproposto e diffuso in 130 paesi dal relativo film-tivù. Questa sbobba comunista politicamente corretta presenta un Medioevo mai esistito, “tutto streghe, roghi, passaggi segreti, libri proibiti, frati fanatici e torture efferate. Tanto per ribadire che la realtà attuale è ‘il migliore dei mondi possibili’.” Evidente la totale assurdità – condita da un’enorme prosopopea e dal sostegno dell’apparato culturale comunista foraggiato dalle nostre tasse – dell’opera di Umberto Eco. Eco di che cosa? Del nulla. Però un nulla arrogante che si impone con la prepotenza e l’ignoranza.

Contro il digrignare isterico dei paladini del politicamente corretto, questo libro di Rino Cammilleri costituisce un magnifico antidoto: con linguaggio misurato e preciso ne inchioda le contraddizioni e il vuoto, ed è fatto apposta per ridare coraggio agli sparsi fedeli che cercano di non farsi travolgere dall’imperante sabba demoniaco.

EMILIO BIAGINI


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