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Non c’è reliquia maggiormente odiata dal demonio della Santa Sindone: il lenzuolo funebre di Cristo. Il Vangelo di San Giovanni (20, 3-8), fedelmente tradotto (non nelle cattive traduzioni correnti) chiarisce che, nel sepolcro vuoto, il lenzuolo funebre era ancora legato con le fasce. La traduzione corretta dovrebbe essere: “(Giovanni) chinatosi, scorge le fasce distese, ma non entra. Giunge intanto anche Simon Pietro che lo seguiva ed entra nel sepolcro e contempla le fasce distese e il sudario, che era sul capo di Lui, non disteso con le fasce, ma al contrario avvolto in una posizione unica”. Nessun segno di effrazione. Pesantemente impregnato delle sostanze aromatiche ivi poste da Nicodemo e da Giuseppe d’Arimatea, il sudario era ancora sollevato ma vuoto. Ciò dimostra che nessuno aveva manomesso la sepoltura, ma che il corpo ne era misteriosamente uscito, smaterializzandosi. La posizione del lenzuolo e delle bende era quindi prova inconfutabile della Resurrezione. In questo modo si spiega la frase del Vangelo: “entrò dunque anche l’altro discepolo, che era giunto prima al sepolcro, e vide e credette”. Il sudario “ripiegato, in un angolo a parte” della cattiva traduzione corrente non avrebbe avuto una pari forza di dimostrazione. Lo studio della Sindone ha dimostrato appunto che il Telo ha avvolto un corpo che si è smaterializzato emettendo un lampo di energia, il quale ha fissato l’immagine del corpo stesso sul tessuto. Tale immagine mostra la figura di un uomo che reca tutti i segni della Passione di Cristo (flagellazione, coronazione di spine, trafittura con chiodi, ferita di lancia al costato). È chiaro che da segni inequivocabili che l’uomo era veramente morto. Infatti, l’andamento delle macchie di sangue dimostrano la contrattura cadaverica e l’effusione di sangue misto a liquido pleurico (l’”acqua” di cui parla il Vangelo di San Giovanni 19, 34) in seguito al colpo di lancia al costato (colpo assolutamente mortale, se per ipotesi assurda fosse stato ancora vivo). La Sindone risale certamente all’epoca di Cristo, ha avuto origine dalla regione in cui visse Cristo, ed è veramente il lenziolo funebre di Cristo, perchè: 1) l’esame al microscopio elettronico rivela che si tratta di un tessuto di lino orientale spigato antico, ben diverso dai lini medioevali; 2) i pollini trovati sulla Sindone comprendono specie vegetali della Palestina (nonché di altre regioni nelle quali il Telo è stato via via trasferito); 3) la rappresentazione tradizionale del volto di Cristo compare per la prima volta in sculture paleocristiane della parte orientale dell’Impero Romano, ossia nelle zone dove la Sindone era conosciuta, mentre nella parte occidentale Cristo venne rappresentato dai primi artisti paleocristiani in maniera fantasiosa, come se fosse il dio Apollo, fin quando la tradizione più attendibile, basata appunto sulla Sindone, non si diffuse in tutta la Cristianità; 4) tecniche di scansione elettronica hanno scoperto sul Telo le immagini leggibili di due monete posate sugli occhi del sepolto, e queste monete sono databili con esattezza all’epoca del servizio di Ponzio Pilato in Palestina; 5) le medesime tecniche hanno di recente scoperto sulla Sindone una scritta con il nome, in greco, del condannato, appunto “Gesù di Nazareth”; 6) i confronti della Sindone con altre reliquie, e precisamente col chiodo conservato nella Basilica di Santa Croce in Gerusalemme e quello conservato nella cattedrale di Notre-Dame a Parigi mostrano piena concordanza e confermano pienamente il racconto evangelico. La Sindone non può essere un dipinto perchè: 1) non reca tracce di colore o di pennellate (mentre ha macchie di sangue del quale è stato anche possibile determinare il gruppo, e che contengono DNA umano); 2) è impossibile distinguere l’immagine a meno di tre metri (l’ipotetico artista avrebbe dovuto lavorare a distanze assurde dalla tela); 3) l’immagine è un negativo fotografico; 4) contiene informazioni tridimensionali che è stato possibile estrarre soltanto mediante scansione elettronica; 5) non presenta alcuna traccia sul retro, a parte le colature di sangue (come è stato di recente dimostrato insinuando uno scanner sotto le cuciture di restauro), mentre i dipinti su tela hanno tutti tracce sul retro. Inoltre, il fatto stesso che il Telo sia stato conservato dimostra che doveva essere la prova di un evento assolutamente straordinario. Infatti gli ebrei (e non soltanto loro) avevano (ed hanno) in assoluto orrore tutto ciò che riguarda la morte. L’idea di conservare un sudario che aveva avvolto un cadavere, e farne addirittura oggetto di venerazione come reliquia, sarebbe stata per essi, come del resto per i convertiti al Cristianesimo appartenenti da altri popoli, un’idea orrenda da non prendere neppure in considerazione. Evidentemente quel Telo non era un comune sudario. Questi, in estrema sintesi, sono i risultati principali degli studi sulla Sindone. Un eventuale “falsario medioevale”, per costruire un “falso” del genere, avrebbe dovuto disporre delle conoscenze e dei laboratori odierni, oltre ad essere un genio pari a cento premi Nobel della fisica messi insieme (e forse non sarebbe neppure bastato). E che fine ha fatto questo fantomatico supergenio? Che fine hanno fatto le sue straordinarie scoperte e le sue fantascientifiche apparecchiature? Perchè non ha approfittato delle sue doti eccezionali per emergere nel mondo? Perchè non avrebbe prodotto nient’altro in tutta la sua vita? Nonostante che le prove a favore dell’autenticità della Sindone fossero già una montagna, si è comunque voluto sottoporre il sacro Telo anche alla datazione mediante il carbonio radioattivo. Senza consultare il Centro Sindonologico di Torino, che raggruppa alcuni fra i maggiori esperti in materia, l’arcivescovo della città, Anastasio Ballestrero, affidò con somma imprudenza, nel 1988, il compito di datare il Telo al radiocarbonio a tre laboratori di paesi a netta prevalenza protestante, e in ambienti accademici ultralaicisti: a Oxford, a Tucson nell’Arizona, e a Ginevra. I risultati delle analisi, concordi per una datazione fra i secc. XIII e XIV, furono annunciati dai “carbonisti” (così si chiamano gli scienziati che studiano il radiocarbonio) con sorrisi di soddisfazione da un orecchio all’altro in una solenne conferenza stampa di fronte alle telecamere di tutto il mondo. Il cardinale Ballestrero si affrettò ad alzare bandiera bianca, dichiarando che la Sindone non era che “un’icona”. Sui prestigiosi autori dell’”indagine” piovvero lodi sperticate e finanziamenti di milioni di dollari da parte di ben noti circoli massonici. Cominciarono ad apparire, specie in Gran Bretagna, libercoli insultanti e pieni di insinuazioni quanto scientificamente nulli (ad es. quelli di Currer-Briggs e di Laidler), che parlano di “mafia della Sindone” e di “divino imbroglio”. Il fatto che i risultati del radiocarbonio fossero in totale contrasto con tutti i risultati delle ricerche precedenti non è stato neppure preso in considerazione. Al prestigioso Museo della Scienza di Londra, a South Kensington, un’intera vetrina dedicata alle datazioni al radiocarbonio porta, come unico esempio dei “successi” di tale tecnica, la datazione “medioevale” della Sindone, senza alcun accenno ad altre contrastanti datazioni, come quella basata sulle monete dell’età di Ponzio Pilato. Esistono infatti precisi protocolli di ricerca: prima di ogni tentativo di datazione al radiocarbonio, i “carbonisti” devono documentarsi sulle datazioni già ottenute con altri metodi. Ogni tentativo di far osservare, per lettera, alla direzione del museo e al Times, che le norme di comportamento delle ricerca scientifica impongono almeno di riferire l’esistenza di datazioni diverse non ha ottenuto alcuna risposta. Tanto meno il prestigioso museo londinese si è preoccupato di informare i visitatori della scarsissima attendibilità che spesso accompagna le datazioni al radiocarbonio: ad esempio, a un corno per bere di età vichinga è stata attribuita una data nel futuro, all’inizio del terzo millennio; una chiocciola appena morta è stata datata a cinquemila anni addietro. Ma nessuno protesta: davanti a cotanto prestigio scientifico britannico “ogni lingua divien tremando muta, e l’occhi non l’ardiscon di guardare”. Il punto essenziale da considerare, comunque, è un altro: se la Sindone fosse il falso più falso che si possa immaginare, il Cristianesimo non ne risentirebbe affatto: nessuna reliquia, neppure la più illustre, è mai stata considerata argomento di Fede: la Fede si fonda sull’insegnamento di Cristo e non ha bisogno d’altro. Sono soltanto i nemici del Cristianesimo che smaniano per cose come l’evoluzionismo o la Sindone. Perché? Perché se l’evoluzionismo fallisce (come è fallito), e se la Sindone è autentica (come è autentica), il castello di carte scientista e ateo crolla miseramente, e la negazione di Cristo si rivela per quello che veramente è: la persecuzione farisaica contro la verità, che va avanti da duemila anni. Siamo di fronte alla bancarotta dell’ateismo, ed è una bancarotta fraudolenta. Le mistificazioni atee stanno in piedi grazie al potere accademico, ma un giorno tutti i poteri terreni saranno infranti, e allora ci sarà da ridere.

INDICAZIONI BIBLIOGRAFICHE
BAIMA BOLLONE P.L. & BENEDETTO P.P. (1978) Alla ricerca dell’Uomo della Sindone, Milano, Club degli Editori
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