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Dalla prima lezione (relativa alla Messa di Sessagesima), Azaria focalizza i problemi delle anime poste su vie mistiche particolari, come la stessa Valtorta, esortando all’umiltà e ammonendo a non insuperbirsi per i doni mistici pensando di aver “meritato” le rivelazioni ricevute, ossia di essere “qualcosa”. L’uomo è nulla, solo Dio è. Il dono si conserva resistendo alla tentazione di aggiungere del proprio ai messaggi, credendo di accrescere quanto ricevuto dall’Alto; solo chi resiste e invoca la protezione divina merita di conservare il dono, né si può da soli respingere il maligno. Gli angeli e i santi non chiedono di meglio che assistere chi si rivolge a loro per aiuto e non c’è gioia più grande per l’angelo custode che portare in cielo l’anima che gli è stata affidata. Lo stesso Azaria ha tremato per le tentazioni che assalivano la Valtorta, spinta all’esasperazione dalla cocciuta incomprensione clericale verso l’Opera; ma lei, con l’aiuto del Cielo, ha saputo sempre vincerle ed esercitare pazienza.

In occasione di Quinquagesima, Azaria parla del Nome Santo di Dio che è la rocca a difesa delle anime che Lo amano. Maria se ne lasci guidare per i pascoli buoni di sapienza, profezia, generosità, ma soprattutto di carità. La carità spinge le anime elette a offrirsi vittime, ed esse divengono come granai che accumulano cibo spirituale per i fratelli, cibo di carità che resterà, mentre le profezie e tutte le altre cose passeranno.

In occasione della Domenica I di Quaresima, Azaria insegna in che modo diverso le tre Persone della Trinità vanno incontro all’uomo, secondo i loro diversi attributi: il Padre promette di venire in soccorso di chi lo invoca, il Figlio di liberare e glorificare i fedeli, lo Spirito Santo di dare loro la vita eterna. Per questo la Valtorta non ha nulla da temere dalle persecuzioni e dalle calunnie che si riversano su di lei: la sua dedizione e obbedienza le ha meritato tutti questi doni della Trinità.

Dalla Domenica II di Quaresima (17 marzo 1946), la Valtorta, su istruzione di Azaria, comincia ad invocare prima di scrivere e in ogni sua azione: “In Nomine Domini”. Padre Migliorini, confessore di lei, in seguito alle sue gravi imprudenze e indiscrezioni, sta per essere trasferito a Roma. La veste del confessore allontanava il demonio, ma ora lei si troverà sola a combattere contro satana e i suoi servi, così come Cristo si era trovato solo nella Passione, ma la preghiera comune di Azaria e della stessa Valtorta la sosterrà e allontanerà le tentazioni dell’orgoglio e della ribellione. Lei tenga presente che, per quanto aggressivo sia il maligno, non può andare oltre un certo limite fissato da Dio, che accetta come sacrificio di lode l’osservanza perfetta della Legge, osservanza che viene dall’amore.

Alla Domenica III di Quaresima, dal momento che Padre Migliorini se n’è andato, appare alla Valtorta un angelo di luce che non è Azaria, ma l’Angelo del Getsemani, quello che le preghiere di Maria Santissima ottennero come consolatore alla Vittima: Gabriele. Questi si offre alla vista di Maria per darle una pallida idea della realtà dei cieli. Azaria prende la parola e le spiega che lei lo può vedere l’arcangelo perché è nella verità. Il diavolo la tentava ad omettere, nell’inventario dei libri di casa che aveva redatto, qualche libro “imbarazzante”: uno era all’Indice, un altro (se lo avesse consultato) avrebbe potuto darle qualche idea per l’Opera, ma lei ha resistito ed è stata anche in questo assolutamente sincera. La malvagità e l’incredulità degli uomini la assedia, ma se possono esserle d’inciampo non possono metterle lacci allo spirito e toglierle il suo angelo custode e le infinite amicizie in Cielo. Gli angeli non hanno bisogno di fede e speranza perché vedono Dio faccia a faccia, e tutto ciò che devono fare è obbedire a Dio con amore. Gli uomini, appesantiti dalla carne e dai fomiti causati dalla colpa originaria, devono affrontare ostacoli ben maggiori; nonostante ogni sforzo eroico resteranno sempre ben lontani dalla perfezione di Dio. Possono tuttavia raggiungere la perfezione limitata loro concessa, amando perfettamente. Le “voci” (ossia le anime con speciali carismi mistici come la Valtorta) devono conservarsi santificate, con sommo rispetto per ciò che da esse è passato. Non abbiano né superbie né paure di fronte ai vani discorsi degli uomini; l’ira di Dio è sugli increduli. L’hanno accusata di ricevere i dettati da Belzebù, ma non è possibile che parole diaboliche ottengano la conversione dei cuori come invece fanno gli Scritti valtortiani. Subito dopo l’arcangelo Gabriele rivela un segreto terribile, molto più grave di quello di Fatima, che Azaria ascolta in ginocchio. Dopo aver scritto il segreto, Maria lo distrugge per ordine celeste e non lo rivelerà mai, pur ricordandolo sempre perfettamente.

La Domenica IV di Quaresima è dedicata alla Gerusalemme terrena e a quella celeste, figure rispettivamente della Chiesa militante e di quella trionfante, tra loro unite. La Gerusalemme terrestre ha allargato le sue mura a tutta la terra e da lei esce l’acqua sempre più alta che lava la sozzura dei peccati. Tutti i fedeli che versano il loro contributo alla Comunione dei Santi hanno il loro posto segnato nel trionfo eterno della Gerusalemme celeste, ma in speciale misura lo meritano le anime vittime (quelle che, come la Valtorta hanno offerto di soffrire per la conversione dei peccatori), se perseverano nella loro missione di “portavoci”. Sono apostoli incarcerati e perseguitati che assistono con dolore al rifiuto di tanti che “stendono le mani ai frutti avvelenati di Sodoma invece che agli alberi della Vita che crescono in mezzo alla piazza della città celeste”. L’allegoria dei figli di Abramo non è limitata a quel tempo, ma vale per l’eternità: l’Abramo eterno è Dio, che ha discendenza dal figlio della libera e da quello della schiava, e quindi una progenie libera e una serva del peccato e di satana. Infatti. l’Eterno si è congiunto metaforicamente all’umanità e ne ha avuto due specie di figli: i santi e i corrotti. Sprofondati nel fango insieme ai demoni, i corrotti lanciano i loro strali contro i liberi, i quali però sono tetragoni al veleno del nemico. I cristiani fedeli sono figli della libera, e in special modo lo sono i “portavoce” di Dio, i quali non devono temere perché il Signore allontana da loro i nemici e rende loro giustizia.

La Domenica di Passione (7 aprile 1946) Maria si sveglia la mattina da un meraviglioso sogno. Ha visto un prato vergine e deserto, difeso da un altissimo muro che lei vorrebbe ancora più alto, e sopra la sua testa una miriade di stelle. Gesù sorride e le spiega il sogno: al di là del muro c’è il male col suo disordine, ma lei stessa è difesa dal muro e resta in pace, mentre in alto, nel sereno del cielo vi sono le stelle, ossia le anime beate, i suoi amici del cielo che la confortano con la loro luce paradisiaca. Il prato lo hanno fatto insieme, Gesù e lei con la sua azione corredentrice. Anche lei diventerà una stella, e come una stella gli uomini la ricorderanno. Ma i buoni sono pochi, come erano pochi quelli che accolsero Gesù nel suo tempo. Gli altri erano tenebre e tenebre rimasero. Infine Gesù la benedice e lei è beata è commossa. Poi Azaria comincia a dettare. “Sii mio giudice, o Dio”, lo possono dire i puri, specie le anime vittime. Negli altri è una bestemmia e le loro parole diventano pietre che li schiacceranno. La gloria di lei è il dolore, come lo è stato per Gesù e la Sua Santa Madre; lei è odiata, oppressa e calunniata proprio come il Santo Redentore. Gli antichi israeliti non hanno voluto accettare il Redentore perché, nella loro fede snaturata, temevano che portasse via i loro privilegi, di sacerdoti e scribi. Non compresero che Cristo non aveva mire umane e si offriva come vittima per la salvezza dell’umanità. Allo stesso modo come hanno cercato di schiacciare Lui, tentano di schiacciare lei. Gli “altri Cristi” hanno in comune con Lui la Passione e la Crocifissione, ma anche la Resurrezione. Anche lei può dire con Lui: “Chi di voi mi può convincere di peccato?” La gloria che lei stessa potrebbe darsi o potrebbero darle gli uomini, è nulla, ma quella che Dio le darà, quella è vera gloria. Maria annota che le pene le vengono dalla giornaliera constatazione dell’ingiusta propagazione delle Parole dettate da Dio. Solo Dio misura la larghezza e la profondità del suo tormento datole dalle disubbidienze altrui. “Ma è tempo di Passione…”, conclude mestamente.

Domenica delle Palme. Nella lettura che precede la benedizione delle Palme si parla delle settanta palme dell’oasi di Elim, le quali hanno significato simbolico. Al principio dell’istruzione di Maria Valtorta, Cristo le aveva detto che nella storia del popolo ebreo sono adombrate sotto figure e fatti gli avvenimenti del futuro. Dopo i tempi santi dei patriarchi, paragonabili a terre fertili e ricche, Israele si era corrotta, riducendosi spiritualmente a un deserto sterile, dove restavano solo rare oasi. Così era quando Cristo si incarnò nella sua terra per compiere la seconda parte delle promesse fatte ad Abramo, e al popolo languente diede le dodici fontane (gli Apostoli) e le settantadue palme (i discepoli). Quello era il nucleo iniziale della Chiesa Apostolica, l’oasi che si è sempre più estesa, fertilizzando la terra, ristorando e salvando. Il Pane del Cielo, la Manna, prefigura l’Eucarestia e venne data perché il Signore voleva vedere se il Suo popolo camminava o no secondo la Legge: come gli antichi israeliti dovevano obbedire a precise istruzioni, raccogliendo manna solo per le necessità di ogni giorno e doppia razione la vigilia del sabato, giorno del riposo, così l’Eucarestia, amore di Dio, va preceduta da adeguata preparazione spirituale e deve cambiare l’uomo, unendosi alla buona volontà per produrre frutti di santificazione. Mancando la buona volontà, l’Eucarestia diventa nociva, come manna raccolta in contrasto coi precetti divini. La Settimana Santa è settimana dolorosa, ma Cristo ha dato a Maria Valtorta le sue gemme più belle proprio in questa settimana; le annuncia che avrà ancora molto da soffrire ma non avrà più l’ora delle tenebre (l’abbandono di Dio) che non si vive due volte. In quella tremenda ora al Getsemani, Cristo si era caricato di tutti i peccati, ma era un peso “esterno”, come una veste, non una colpa dello spirito. Così lei, anima vittima, sarà umiliata e crocifissa come Gesù per salvare le anime, nella certezza di ricevere anche lei un nome che è sopra quello che le è stato dato dagli uomini, così come, con le dovute proporzioni, fu dato a Gesù un Nome che è sopra ogni altro nome, tale che a quel Nome si deve piegare ogni ginocchio in Cielo, in terra e nell’Inferno (altro che genericamente “sottoterra”, come addolciscono le traduzioni postconciliari, quasi che si trattasse di ginocchia di innocenti minatori). La Verità separerà per sempre i volontari ciechi dai volonterosi veggenti e la Sua Luce si stabilirà nella gloria dei suoi eletti, mentre le Tenebre ingoieranno le tenebre e nell’Abisso sarà l’urlo di angoscia di coloro che non hanno saputo riconoscere Dio nei suoi servi. Merita di soffrire per la Croce per giungere a quel momento. Azaria la invita a pregare, e prega con lei: “Padre, se questo calice non può passare da me senza che io lo beva, sia fatta la tua Volontà.” Ed è la grande parola che molti che sono severi ai fratelli non sanno dire per ciò che li riguarda” (evidente allusione ai nuovi farisei).

Pasqua di Resurrezione. Gesù comanda ad Azaria di confortare la Valtorta, perché le parole dell’Introito “Resurrexi, et adhuc tecum sum” sono per lei. Lei deve solo conservarsi in modo da poter dire con verità: “Signore, tu mi scruti e mi conosci, che io sieda nell’accidia spirituale o mi levi a combattere il male. Tu sai la verità delle mie azioni.” In tal modo lei conserverà i doni ricevuti e la Mano forata sarà sempre posata su di lei, ed Egli le parlerà e le istruirà. In Cielo non ci saranno differenze tra le anime poste su vie particolari e quelle che in Cielo giunsero per via ordinaria, perché tutta l’intelligenza, tutta la sapienza, tutta la giustizia, tutta la carità saranno date a tutti. Per ora persiste l’incapacità di capirsi, come esisteva anche al tempo di Cristo fra i primi Apostoli e discepoli, che pure si amavano e tendevano al medesimo scopo. L’uomo è sempre uomo e anche nei migliori e beneamati Dio permette che restino delle particelle di umana imperfezione che aiutano, tenendo umile l’anima. La Parola si è immolata facendosi vittima per portare lo Spirito Santo. Il lievito nuovo non va mescolato con quello vecchio (farisaico), ormai impuro, malizioso, malvagio. Questo di Pasqua è giorno perfetto, in cui risplendono la Potenza e la Misericordia divine. Solo Dio poteva farsi vittima, testimoniando con la morte di essere vero Uomo, e risorgendo mostrando di essere Dio. I giudei ebbero tempo di ravvedersi e per quelli che lo fecero, il Dono fu benigno, per gli altri si tramutò in condanna. La Piena di Grazia ha detto questa verità: “Ha abbattuto i superbi, ha innalzato gli umili.” Pecca di superbia chi pretende di mettere limiti a Dio e suggerirgli cosa fare. Occorre al contrario avere carità, perché chi perde la carità perde Dio. Carità e silenzio devono conservare le anime vittime, le voci crocifisse; hanno lo Spirito Santo che le aiuta a convertire i superbi e a rispondere a coloro che le perseguitano.

Domenica in Albis. Come la guarigione del cieco nato dimostra l’azione divina, così la capacità di conversione delle pagine di Maria Valtorta dimostra la medesima origine. Come accogliere il latte spirituale? Non è nel frequentare i luoghi di orazione che ci si santifica, ma mettendo in pratica gli insegnamenti per tutta la vita. La vittoria che trionfa sul mondo è la Fede: il credente sa e non si lascia abbattere. Quelli che credono solo in ciò che capiscono peccano gravemente di superbia. Dio è infinito in tutto e loro sono in tutto limitati. Beati coloro che credono in umiltà anche se non capiscono il perché di una cosa. Ciò che viene da Dio si testifica per la sua durata. I fenomeni falsi presto cadono. Due sono i peccati alla carità (come quelli commessi dal clero contro Maria Valtorta): la pretesa di mettere limitazioni a Dio e l’ingiusta accusa ai suoi strumenti. Chi non capisce taccia, e non giudichi per non essere giudicato; in Cielo capirà, quando Dio farà brillare la Verità e la Misericordia. La Valtorta viene esortata a non accogliere il dubbio degli uomini e di satana, il che sarebbe un’offesa al Signore.

Domenica II dopo Pasqua. Della misericordia divina è piena la terra, ma gli uomini non l’accolgono, ciò che è causa di desolazione. Tanti che pure conoscono Cristo sono esuli perché separati, eretici, scismatici. Sono i falsi ricchi che soffrono della malinconia per la separazione. Per salvarli occorre soffrire, frangersi come il pane dell’Eucarestia, come Cristo si franse per amore dell’umanità. L’amore dà la chiave della gioia del soffrire. Dopo il dettato, l’Eterno a sera benedice Maria per quanto fa per le anime.

Domenica III dopo Pasqua. L’intero Creato loda Dio, ma l’uomo non lo sa fare, anzi vuol farsi dio come Lucifero. Egli che non sa creare uno stelo di fieno, pensa di fare a meno del Creatore e calpesta ogni diritto e dovere facendo opere di morte. L’uomo è anello di congiunzione fra la materialità dei bruti e la spiritualità degli angeli, con la sua anima che è “particella di Dio”. [Non potendo prendersela con Azaria, angelo del paradiso e fuori della loro portata, gli ipercritici, per questa espressione, hanno accusato la Valtorta di eresia panteista; l’anima “particella di Dio” va invece intesa nel senso ortodosso di partecipazione di Dio, come rileva Padre Berti nel suo commento.] Perfino negli Apostoli persisteva il peso dell’umanità con le sue imperfezioni. Il Padre aveva creato l’uomo alla Vita, il Figlio alla Grazia, lo Spirito Santo, agendo su queste due creazioni, la spirituale e la materiale, le volle completare e perfezionare, bruciando nell’uomo apostolico le più pesanti scorie dell’umanità: scese dapprima sulla Ss. Vergine formando una corona sul suo santissimo capo e poi si franse in lingue di fuoco che si posarono sul capo di ciascuno degli apostoli; il capo è il culmine dell’uomo, unico animale eretto, quasi a testimoniare la sua regalità sul creato. L’Apostolo Pietro, divenuto spirituale dopo la Comunione dello Spirito, insegna: “Vi scongiuro di guardarvi dai desideri carnali.” E farlo come pellegrini e forestieri fra le turbe pagane, procedendo guardinghi, perché non conosciamo il vero volto delle cose che vi circondano. Siate caritatevoli ma non accettate cose estranee. Obbedire all’autorità perché non si possa dire che siamo dei ribelli, ma opporvisi quando l’autorità vuole entrare nel dominio di Dio per imporre leggi contrarie a Dio (ammonimento di estrema attualità oggi, sotto la pioggia infernale di leggi blasfeme). Rispettare tutti poiché Dio lascia libero l’arbitrio dell’uomo. Essere avversari leali dei vostri nemici di idee, cercate di convincerli più con l’esempio che con le parole. Ubbidire e soffrire per loro per redimerli. Le parole dell’Apostolo hanno eco in quelle del serafico S. Francesco.

IV Domenica dopo Pasqua. Gli uomini non sanno più capire il significato degli avvenimenti, non possono capire perché non credono. Dio ha operato meraviglie, tutelando i suoi fedeli in mille modi nascosti, che saranno rivelati alle fine dei tempi. Se vi sono disastri, sono causati dall’uomo o da eventi che Dio permette quando la misura è colma. Ma gli uomini non sanno e non vedono la Misericordia divina nel tempo, né la Misericordia nell’eternità. La morte di una persona può essere misericordia se la coglie in grazia di Dio, mentre più tardi l’avrebbe perduta e si sarebbe perduta, oppure, se la morte è avvenuta senza pentimento è ancora misericordia, perché il reprobo, altrimenti, sarebbe sprofondato ancor più in basso. Invece gli uomini, incapaci di capire, accusano Dio, e lo bestemmiano dicendo che non è buono. Ma i buoni figli del Signore vengono esortati a vedere soprannaturalmente. Gesù non è mai mutato, così come non muta il Padre, ha sempre amato anche Giuda, e invece Giuda era mutevole, finché dopo molte oscillazioni ha scelto il peggio; ma anche dopo il tradimento, se si fosse pentito, sarebbe stato perdonato e Maria Ss. lo avrebbe accolto come figlio insieme a S. Giovanni, e avrebbe avuto due figli invece di uno. Ma l’umanità non meritava una così regale grazia. È inutile predicare a chi non vuole ascoltare: Cristo predicò ed evangelizzò tre anni ma la maggioranza dei giudei non cambiò. Lo interrogavano per vana curiosità o per coglierlo in fallo. Anche con Maria Valtorta la gente fa così e il Consolatore, a coloro che la respingono e non hanno pietà dello strumento e perciò si elevavano a giudici contro Dio che lo ha scelto, mostrerà il loro peccato, il loro errore di ostinazione e sordità, e l’anticarità avuta per una sorella. Perciò Azaria le trasmette il consiglio del Signore: non parlare più, perché lei non ha di fronte intenzioni rette, carità vera.

Domenica V dopo Pasqua. Alla Valtorta appare Maria Ss. in veste bianca come a Lourdes a Fatima. Maria non le chiede nulla, ma le si affida interamente e la Madonna la consola del cattivo trattamento che riceve e le ricorda che anche lei è stata disprezzata. Dopo la gloriosa Resurrezione del Figlio, molti avrebbero voluto poter dire: “L’abbiamo conosciuta.” Ma era troppo tardi. Azaria, il cui splendore è fioco rispetto a quello di Maria Ss., in ginocchio con le braccia conserte, a capo chino come di fronte a un altare, comincia a parlare. Umiltà e generosità nel donarsi a Dio sono la via della perfezione. Un solo atto di superbia distruggerebbe il dono. La Parola di Dio conculca tutto ciò che è basso nell’uomo, ma non ha effetto se non viene messa in pratica. Non la mettono in pratica i sacerdoti pieni di rispetti umani, che si preoccupano più del giudizio del mondo. I pericoli che essi corrono oggi sono festuche in confronto a quelli dell’epoca delle catacombe (quando i papi finivano tutti regolarmente martiri), eppure nulla li tratteneva dall’affrontarli perché il Sacerdozio è milizia che deve combattere a fianco dei laici, a protezione degli strumenti di Dio. Invece oggi pensano coi modi del mondo scristianizzato che schernisce le anime elette, e loro pure le scherniscono e spengono le “voci”. Povera Maria Valtorta che riceve parole elette sapendo che non saranno conosciute, che i primi a sminuirle saranno i preti (anche oggi, quando paludati frati e monsignori continuano a perseguitarla anche da morta, dopo aver “dato uno sguardo” all’Opera), impuri perché contaminati dal mondo (e la peggior contaminazione non è quella del senso, ma la superbia). Quando le anime elette saliranno al cielo con le loro corone di spine continueranno a pregare per i loro tormentatori, ma non è detto che il Padre perdoni tutto a quelli che hanno tormentato i suoi “portavoce”, gravandoli di some inumane. Azaria conclude esortando La Valtorta a stare in pace e dice: “Salutiamo la Benedetta col suo stesso canto che è quello degli umili grandi”, e intona in modo celestiale il Magnificat.

Domenica fra l’Ottava dell’Ascensione. Dice Azaria. “Questa Messa è tutta per te, anima mia” (il modo consueto con cui la chiama). Dio non ha vietato di pregare per i bisogni materiali, ma la preghiera perfetta è quella che non chiede nulla, ma solo ciò che dà gloria a Dio e santificazione ai fratelli e mai fa prevalere la volontà dell’orante, secondo l’esempio di Cristo, perfetto Obbediente. Obbedendo a Dio si ha la certezza di far bene, perché Dio è infallibile. San Pietro raccomanda la prudenza e la veglia nella preghiera, ma soprattutto la carità che copre i peccati. Non solo il peccato mortale uccide, ma anche quello veniale e la semplice imperfezione sono come colpi di spillo che finiscono per spossare l’anima. L’assolutore che corrobora e salva è l’amore. La carità dev’essere silenziosa. Ciascuno secondo il dono ricevuto deve metterlo al servizio di tutti, e questo è detto proprio per le “voci” (come Maria Valtorta). Al tempo di san Pietro le “voci” abbondavano per grazia di Dio e per l’eroismo dei primi cristiani. I direttori delle “voci” di oggi stanno inerti, attendono che Dio faccia, e così tentano il Signore e sono servi inutili, che rendono più pesante la croce delle anime vittime. Maria riposi nella promessa di Cristo di non lasciare orfani i suoi figli. E dopo aver adorato e lodato il Signore, Azaria suggerisce di dire a Padre Mariano De Sanctis di comprendere soprannaturalmente queste parole.

Domenica di Pentecoste. La limitatezza umana considera una sola Epifania di Dio, quella di Cristo, ma ve ne sono state altre. Solo l’uomo vivente in spirito la Ss. Trinità è in grado di comprendere. In realtà vi sono Epifanie del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Il Padre si manifesta una prima volta nella Creazione, e di tutto il Creato resteranno solo, oltre il tempo, solo il Paradiso e l’Inferno, a ricordare che Egli si è manifestato dal primo giorno creativo: ricordo luminoso e beato per i cittadini del Cielo, ricordo di punizione per quelli dell’Inferno, entrambi incancellabili. Altre manifestazioni del Padre sono state quelle ai patriarchi e sul Sinai, poi quella completa, per la presenza delle Tre Persone, al Battesimo di Cristo al Giordano, e l’altra ancora per scuotere Gentili e Giudei, migliori i primi, per preparare gli animi alla Passione ormai imminente. Alle Epifanie del Padre erano sempre unite quelle dell’Amore. Sublime la manifestazione dell’Amore nella casa verginale di Maria Ss., dal concepimento dell’Immacolata fino al divino concepimento, e poi sulle rive del Giordano fino all’Epifania Pentecostale per fare dei poveri Apostoli i grandi Apostoli, battezzati col fuoco dello Spirito Santo. Questo fa lo Spirito: prende il “nulla” ubbidiente che parla a Dio in confidente orazione, lo investe di Sé, lo trasforma, lo fa strumento di Dio. Maria Ss. è bella e amata perché bella di giustizia per volontà propria oltre che di Dio. Gli Apostoli meritarono il Crisma Pentecostale per la loro ubbidienza e preghiera preparatoria all’evento. Ogni anima deve con volontà propria volere l’Amore, altrimenti vana sarebbe su di lei la discesa dello Spirito Santo. Ciò è valido per tutti ma specialmente per gli strumenti vocati ad essere “voci”, ai quali si richiede perfetta ubbidienza, perfetta umiltà, spirito di unione con Dio, ossia preghiera vissuta. Molti sono i sapienti, ma pochi coloro che hanno anche la giustizia, e quindi non diventano creature spirituali a causa della superbia. Audaci nel giudicare ma piccoli nell’amare. La Pentecoste ha avuto una preparazione remota nel pensiero di Dio, quando decretò la venuta del Verbo sulla terra, la preparazione prossima va dall’Annunciazione all’Immolazione, quella immediata dalla Resurrezione alla Pentecoste. Non appena terminata la Pasqua, nel tempo prepentecostale, Cristo diede ai discepoli, senza più distrazione di turbe, l’estremo ammaestramento e li condusse fino al tempo dell’Ascensione, lasciandoli con l’ordine di attendere il Paraclito, nel Cenacolo silenzioso. Allora la Pentecoste esercitò i suoi effetti, alimentando le anime, rendendole atte a ricevere i settiformi frutti, di cui lo Spirito depone il seme, che la buona volontà dell’anima porta a maturazione.

Domenica I dopo la Pentecoste e festa della Ss. Trinità. In Dio tutto è continuità di amore, per questo le lezioni di sapienza dell’anno liturgico sono tutte concatenate: una genera l’altra come una Persona della Trinità è generata dall’altra. La liturgia invita a proclamare coraggiosamente le divine verità anche di fronte ai nemici, non tanto con parole, ma con l’esempio. Creature che non sanno di scienza, isolate e malate, ma che si mostrano umilmente pronte ad accettare la volontà di Dio (come Maria Valtorta) testimoniano la Fede più efficacemente dei dotti. Il maligno usa innumerevoli astuzie per sviare l’anima e ridicolizzare la Fede. Ma ecco dove si vede la giustizia delle tre virtù teologali. La Fede, sorretta dalla Speranza e soprattutto dalla Carità, non crolla perché è conoscenza che viene dall’amore e l’amore fa conoscere Dio Uno e Trino, mistero impenetrabile tanto che la fede più eroica può giungere solo alla sua soglia, essendo mistero superiore ad ogni altro. Dato che l’essere umano senza Dio non può nulla, Maria Valtora non può che restare affissa in Dio come una colomba stanca e ferita nel cavo del nido. Oppressa dal dolore che le viene dagli uomini, dolore non voluto da Dio, non può fare altro. Lei non deve giudicare. Dio giudicherà, Egli non sbaglia, le Sue vie sono imperscrutabili, i Suoi giudizi infallibili. Gli uomini che la opprimono (la Valtorta era nel pieno delle persecuzioni clericali, fino alla privazione della Comunione) sono privi di carità. Il maligno ha trovato il modo di ferirla per opera di chi doveva proteggerla più di ogni altro, ma il Signore è la sua forza e la sua protezione.

Corpus Domini. S. Azaria si annuncia con uno di quei dolcissimi e non ripetibili canti angelici che la rituffano nella pace piena, gaudiosa e solenne che è l’elemento di Maria Valtorta da quando è lo strumento del suo adorato Gesù, e che le permette di comprendere più cose in un attimo di quanto potrebbe in mesi di meditazione. Dopo non è capace di spiegare ciò che ha capito, ma il frutto resta nella sua anima. Il canto le fa comprendere cos’è l’Eucarestia per i Cieli e la illumina sull’ardente desiderio di avere questo Pane. Poi Azaria spiega che il Pane venuto dal Cielo è Dio stesso che si è fatto fior di farina per amore di quegli stessi uomini che lo tormentavano. Il pane celeste è Gesù ma anche Maria Vergine, la non moritura che ha provato tutte le amarezze della morte e della rinuncia, la Santa Madre e Nutrice del genere umano. La vita eucaristica è vita di fusione, concessa agli uomini perché potessero diventare dei. L’Eucarestia è il compendio dell’amore di Gesù in cui è già il compendio del Trino Amore Perfetto. Lo Spirito Santo dà lumi per comprendere, ma il Verbo Incarnato è divenuto Eucarestia dà i fuochi per parlare e convertire con la carità che abbatte le eresie, sana i cuori e li fa dotti di Dio, e dà gli ardori per essere martiri. La vita eucaristica è vita deificata dalla Carne e Sangue, Anima e Divinità di Cristo che scende a prendere dimora tra gli uomini. Ma guai a chi ne mangia indegnamente o con indifferenza, perché allora diventa condanna. S. Tommaso d’Aquino, l’innamorato dell’Eucarestia, non faceva che ascoltare ciò che dal suo spirito saliva con voce di luce. Era una “voce” che trasmetteva quanto l’Amore divino diceva a gioia del suo adoratore. La Parola e l’Eucarestia si aiutano e si completano, dando la completa ed eterna Vita secondo la promessa del Verbo Gesù: “Chi custodisce le mie parole non vedrà la morte in eterno”, “Chi mangia questo Pane vivrà in eterno”. Tre squillanti alleluia, e di nuovo l’inesprimibile canto che annulla ogni dolore, inquietudine, affanno, e immerge nell’aura dei Cieli.

Ottava del Corpus Domini. Non si deve uccidere l’amore con il dubbio o la negazione, non si deve imitare Zaccaria che all’annuncio dell’angelo dice: “Com’è possibile questo se…?”, e per punizione diventa muto. Esemplare invece la fede del Battista che riconosce subito Cristo al Giordano: il santo timore di Dio lo aveva santificato e il santissimo amore lo aveva reso veggente. Il timore di Dio è cosa buona perché è l’incubazione dell’amore, ma con esso l’uomo si sente ancora castigato per il peccato originale e per i suoi propri peccati. Ma chi ama si sente perdonato. Noi siamo stati trasportati da morte a vita perché amiamo i fratelli. La creatura ha una vita nella vita: l’anima immortale che può tuttavia morire se recide con l’odio il legame col Signore. Separata da Dio l’anima muore. Il peccato in tutte le sue forme è odio e l’odio è omicida anche se non assassina materialmente. Chi perseguita dei fratelli non è solo omicida ma deicida, poiché attraverso essi colpisce Dio e come tutti i deicidi è un morto. Non entrano morte e putrefazione nella Gerusalemme celeste, ma solo chi è scritto nel libro della Vita che è Carità. La misura della perfetta carità è l’immolazione. Gesù alla soglia della Passione aveva finito la sua predicazione e avrebbe potuto essere scoraggiato dal piccolo numero dei convertiti, ma fu immolandosi che attrasse tutti a sé. Maria Valtorta ha chiesto e ottenuto la croce per aiutare a salvare le anime. Dio, che la conosceva da prima che fosse formata nel seno della madre, che l’ha nutrita e formata, le ha concesso anche la Parola per attirare i fratelli a Dio.

Domenica dell’Ottava del Sacro Cuore e Commemorazione di S. Paolo. È vitale che ci sia equilibrio tra fiducia e umiltà. Fiducia nell’accettare i doni di Dio e umiltà nell’evitare di gloriarsene, come se il dono non fosse un dono divino gratuito. La vera fiducia si abbandona al Signore, come fece Maria Ss. all’Annunciazione: si pose nelle mani di Dio e così ottenne alla terra il Salvatore. Anche s. Paolo, sul punto di affrontare il martirio, si affidò a Dio, perché conservasse il tesoro degli ammaestramenti ricevuti. Il tesoro di Dio non può perire. Egli scruta e conosce: ha fatto di Simone un Apostolo, e gli ha cambiato il nome in Pietro. E Pietro ammonisce contro la superbia che assopisce la vigilanza dell’anima e permette al tentatore di indurre l’uomo al peccato. Troppo sicuro di sé, la sera del Getsemani Pietro dimenticò di cooperare con Dio: si sentiva sicuro, aveva ricevuto l’Eucarestia e si addormentò, restando esposto al maligno in agguato che ne fece il suo zimbello, perché aveva perduto l’unione con Dio, rinnegò Cristo tre volte e fuggì vilmente. Pietro sa quindi il male che un pensiero di compiacimento semina, e quindi ammonisce: “Umiliatevi sotto la potente mano di Dio, affinché Dio vi esalti al tempo della visita.” Dio può tutto, ma l’uomo non deve abbandonarsi e pensare che a tutto Dio provvederà, come se avesse l’obbligo; al contrario anche l’uomo deve unire il suo lavoro a quello di Dio, e da questo mutuo aiuto nasce l’operazione santa e perfetta. Tutti i credenti devono corrispondere al richiamo divino ad operare, specialmente le “voci”. Maria Valtorta può dire con s. Paolo: “Vi dichiaro che il Vangelo da me predicato non è dall’uomo, perché io non l’ho ricevuto né imparato dall’uomo, ma per rivelazione di Gesù Cristo.” Quindi non deve aver paura, perché le paure sono di origine satanica per strappare a Dio il suo strumento e le insinuazioni del mondo sono suono senza valore.

Domenica IV dopo Pasqua. Dio vuole che il suo Pane sia dato con abbondanza e la più alta carità è portare Dio alla creatura che ha fame di Lui. Chi non comprende questo e confonde la carità con l’elemosina non ha l’intelligenza della povertà e non è nella carità, e quindi non è in Dio (chiara allusione ai Serviti che, oltre a perseguitare la Valtorta con incredulità e sospetti, le lesinavano pure l’Eucarestia). Ma lei non sia desolata per questo, perché proprio dopo l’ora tremenda del Getsemani nella quale tutto il dubbio del mondo, mosso da satana, si riversa sull’anima vittima, viene il trionfo sulla morte e sul peccato. Le contraddizioni su un’opera buona, le persecuzioni di un’anima innocente sono il segno più certo che quell’opera è da Dio. Neppure il luogo sacro è esente da inquinamenti corrotti, la fede si dilegua, l’amore si corrompe. Le colpe senza numero accelerano la fine del mondo. Ma, come dice s. Paolo, i patimenti del tempo presente non sono da paragonarsi alla futura gloria che sarà manifestata in noi. Il Verbo salì al Cielo e alla sua gloria infinita unì la gloria di tutti i salvati. Quando tutte le vite saranno riunite nella resurrezione finale si comporrà il grande quadro della storia umana e si vedrà come fu felice colpa la caduta del peccato originale: se non avesse conosciuto l’umiliazione all’alba della sua esistenza, l’uomo (dopo un periodo iniziale di pace e di Grazia) si sarebbe inorgoglito a dismisura e invece di un Lucifero vi sarebbe stata un’intera umanità di Luciferi, convinti d’essere come Dio per virtù propria. Dio avrebbe potuto impedire al serpente di entrare nell’Eden, ma l’atto di Dio fu buono come tutto ciò che viene da Lui. Così, con sospiri e sofferenza, con pazienza e speranza, con fede e amore, l’uomo può ascendere e diventare simile a Dio, dopo aver riconosciuto le proprie cadute. Il possedere doni straordinari non elimina il dover soffrire, anzi in proporzione alla gioia che in Cielo attende chi ha doni straordinari, l’anima eletta soffrirà.

Domenica V dopo Pentecoste. Una lezione tutta per consolare Maria Valtorta nell’ora dolorosa della persecuzione. Inutile cercare di piegare gli uomini il cui volere nemico è come un durissimo blocco di pietra. Se resistono al Signore, non potrà certo lei cambiarli. Ma non si deve scoraggiare, perché a Dio ha dato tutto e Dio darà a lei infinitamente. Dimentichi il tempo degli uomini e guardi all’eternità, cercando di essere perfetta come il Padre Celeste. Alla perfezione si giunge con l’amore e con la più difficile virtù, quella del perdono. I suoi persecutori saranno per lei motivo di santificazione, se lei li amerà come Cristo amò e perdonò i suoi crocifissori.

Domenica VI dopo Pentecoste. Breve lezione sul Battesimo, che non è solo il Sacramento che cancella il peccato originale, ma è immersione nel patimento di Gesù, nel Suo sangue, nelle Sue umiliazioni, nella Sua morte. Il vincitore della morte si è sacrificato per distruggere la vera morte, quella del peccato. Chi è nato e risorto nel Sangue di Cristo non muore più se resta fedele a quel Sangue, ma vive in Gesù avendo, come lui, vinto il mondo e satana. Azaria dice alla Valtorta di riposare; le ha dato poche parole perché non si sentisse abbandonata, ma la carità gli vieta di esigere da lei anche solo uno sforzo di attenzione ed egli pregherà in sua vece, lei offra il suo soffrire come compartecipazione al S. Sacrificio della domenica. La Valtorta annota che veramente non ne può più e a fatica riesce a seguire le parole angeliche.

Domenica VII dopo Pentecoste. Azaria rassicura la Valtorta che la persecuzione che sta subendo è prova che l’Opera è proprio da Dio. Le stesse azioni di satana e degli uomini servono a maggior santificazione dei santi che resistono al male. Tutto è soggetto a Dio e anche il maligno, che gli si crede simile non è che un soggetto che lo serve, aumentando la corte celeste, così che i santi non diventano dolcemente santi ma fortemente santi, lottando contro l’accanimento del diavolo, tanto più furioso quanto più si rende conto che le prede gli sfuggono. Con continuo atto di fede, speranza e carità, la Valtorta tiene fissi gli occhi alla luce mentre le tenebre cercano di circondarla per darle paura e dolore. La santificazione si raggiunge con la rinuncia e la sofferenza. Tutti peccano, con la carne e con l’intelletto, ma le stesse cose, grazie alla penitenza e alla mortificazione, servono a riguadagnare la Grazia, voltando le spalle alla falsa libertà e alle gioie del mondo per conseguire la vera libertà e le vere gioie. Maria  Valtorta offra il suo sacrificio per i fratelli e i confratelli, così come fece Gesù, perché il sacrificio conduce molte anime a Dio. L’immolazione ottiene tutto ciò che chiede.

Domenica VIII dopo Pentecoste. Il Cristo reale, ossia il Cristo mistico, è il Tempio di Dio. Questa sua verità gli fu gettata contro come accusa e beffa durante la Sua Passione: “Lo abbiamo sentito dire: Posso distruggere il Tempio di Dio e riedificarlo in tre giorni”, “Tu che hai detto di poter ricostruire il Tempio in tre giorni”. Era una vile menzogna perché alterare quanto detto da un altro per mutare una frase giusta in una ingiusta onde accusarlo non è che uno dei modi di mentire. I malvagi usano questo sistema perché tutto serve loro per nuocere, ma talvolta non è volontà di nuocere, ma difetto e talora oppressione del nemico che cerca di sminuire le opere di Dio. I Celesti vogliono rendere dotta Maria Valtorta della Scienza delle Scienze che è la conoscenza degli spiriti, in modo che essa generi in lei un mare di misericordia dolcissima che le permetta di assolvere i fratelli da ogni colpa e pregare perché Dio li assolva, avendoli lei già assolti. Era questa dolcezza che sommergeva nei suoi amarissimi affanni il Cuore di Cristo nel contemplare un sole in cui erano i volti di tutti i redenti. La misericordia è venuta agli uomini dal Tempio vivo di Dio, il Tempio del Verbo Incarnato, e dal Tempio della Chiesa, attraverso il quale scendono le acque dei sette Sacramenti a irrorare e a nutrire le anime dei loro frutti, da cui procedono la Grazia, il Perdono, la Sapienza, la Giustizia, la Fortezza ed ogni altra virtù. Dice s. Paolo che non dobbiamo alcuna sudditanza alla carne, perché la carne è morte quando è regina, ma diventa mezzo quando è schiava. Lo spirito dominato dalla carne muore, lo spirito dominatore della carne vive e coloro che sono mossi dallo Spirito di Dio sono figli di Dio. Dove la carne è dominata nelle fami animali, scende lo Spirito di Dio e conduce l’uomo e lo trasforma, facendolo diventare parte di Dio (anche qui non in senso panteistico ma in quello di assimilazione a Dio). Agli angeli non è concesso di chiamare Dio “Padre”, agli uomini sì, perché gli uomini hanno ricevuto lo Spirito di Dio attraverso il sacrificio di Cristo.

Domenica IX dopo Pentecoste. Il tempo del rigore è passato e col Cristianesimo è venuto il tempo dell’amore, e Azaria esorta la Valtorta ad avere compassione per quelli che le danno dolore. Un giorno il Signore dirà di aver messo tra loro un “piccolo”: un “piccolo” tra i dottori, e di averlo istruito perché dicesse loro le Sue parole. Il Signore è venuto e non Lo hanno accolto, ha parlato (attraverso il “portavoce”) e non Lo hanno ascoltato, non hanno voluto entrare nella stanza dei Suoi tesori, il Suo amore non li ha commossi. Voleva farli ricchi e dar loro in mano uno strumento arricchito di nuove note, li voleva santi, e invece hanno tutto rifiutato (e hanno perseguitato il “portavoce”). E ora sono poveri. Ma Maria Valtorta è esortata a pregare tanto per loro. Desiderare la punizione dei nemici è cosa cattiva, frutto dell’odio e dell’idolatria di se stessi e l’idolatria porta l’uomo a culti selvaggi. S. Paolo enumera i peccati di Israele: il culto dell’idolo d’oro, l’uomo creatura perfetta che si umilia ad adorare un vitello d’oro e si avvilisce in ogni sorta di vizio. Si ammira invece la condotta di Mosé che, santo, rifiuta l’onore di essere il capostipite di un nuovo popolo dopo che Dio avrà distrutto gli idolatri, ma Mosé rinuncia al proprio onore temporaneo per supplicare invece Dio di perdonare ai poveri fratelli peccatori. (Per inciso, va notato che, nel supercolosso hollywoodiano “I dieci Comandamenti”, questo importantissimo episodio viene omesso, per non turbare le potenti lobbies degli ebrei americani, e la figura di Mosé viene deformata in una sorta di “liberatore” yankee la cui azione mira non al trionfo della religione, ma dell’ideologia statunitense della “libertà”.) S. Paolo ricorda anche, fra i peccati degli israeliti, accanto all’idolatria, la fornicazione e il suo cruento castigo, perché nel Popolo di Dio, destinato a entrare nella Terra Promessa, non dovevano esservi esseri impuri. Ora, nella legge d’amore instaurata da Cristo, le offese si lavano ancora coi sacrifici, ma non uccidendo i colpevoli, bensì offrendosi vittime (come Maria Valtorta) per essi. E ancora: Dio aveva provveduto ai bisogni del Suo Popolo proteggendolo contro gli Egiziani e con la manna, ma essi rimpiangevano le succose vettovaglie egiziane, dimostrando di preferire le delizie del ventre a quelle dell’unione con Dio. Avevano visto il miracolo dell’acqua dalla rupe ma mormoravano e tentavano Dio che, con poco sacrifico, voleva dar loro la terra dove scorrono latte e miele (anche questo episodio è omesso nel tormentone hollywoodiano ricordato sopra, nel quale invece si tessono, a solleticare i dubbi gusti del pubblico, lunghissimi ricami pseudostorici su un Mosé principe e condottiero egizio, amato dalla principessa Nefertiri). Risultato dell’aver tentato Dio: la piaga dei serpenti che ne fece strage. Triste esempio per molti cristiani che rischiano la perdita del Bene eterno per il mondo fugace. Grande è dunque l’ammonimento di s. Paolo: “Chi crede di stare in piedi guardi di non cadere.” Gli uomini peccarono in antico nonostante il terrore che avevano di Dio, ma non si deve dire: “Erano meno progrediti di noi.” Nonostante il perfezionamento della Legge e nonostante i canali di Grazia dei Sacramenti, gli uomini non hanno progredito affatto, hanno sì progredito nelle cognizioni umane, ma i nove decimi di tali cognizioni sono loro nocive. Se hanno progredito nel sapere non hanno progredito nello spirito, anzi sono diventati peggiori. Come S. Paolo è stato confortato a non temere quando veniva schiaffeggiato dall’invido angelo tenebroso, similmente Azaria conforta la Valtorta: “I precetti del Signore sono giusti, i suoi giudizi più del miele”, “Prendete su di voi il giogo di Cristo, è dolce e leggero.” E questo vale per tutti.

Domenica X dopo Pentecoste. La Valtorta ha perdonato ai suoi persecutori e chiesto che non siano colpiti dalla giustizia ma raggiunti invece dalla misericordia. È quanto volle ottenere Cristo stesso. Lei si è interposta fra i suoi persecutori per evitare loro il castigo ed è stata trapassata dai loro strali, i quali però hanno colpito Dio, la Carità, come l’hanno colpita durante tutta la predicazione di Cristo, che i persecutori vituperavano e chiamavano pazzo e satana. Tutto l’odio che è sulla terra e nell’inferno si sono scatenati contro il Redentore. L’Odio è eterno come l’Amore: esisteranno sempre il Re del Cielo e il re dell’abisso, ciascuno a capo del suo popolo. Quel popolo doveva essere uno ma di sua volontà si divise. Il male insanabile non è essere nati fuori della Chiesa ma, essendo nati nella Chiesa, vivere da pagani, eretici, morti per il peccato. Non c’è vita fuori della Chiesa Romana, ma tutti possono entrarvi. La Chiesa è Sposa e Madre e non desidera altro che partorire figli al suo sposo. Non è buon cattolico chi si preoccupa solo della propria anima: occorre cooperare alla salvezza degli altri, sostenendo la Chiesa spiritualmente e materialmente. Gli angeli vedono le tristezze delle anime prive della Grazia, e per salvarle occorrono sacerdoti, ma sono troppo pochi, mentre tante pecore sono ancora fuori dell’ovile. I cattolici non devono essere superbi come gli antichi farisei che si credevano unici eletti da Dio. Non c’è un abisso incolmabile tra cattolici e idolatri, ma i primi sono più colpevoli perché conoscendo la Verità le antepongono cose vane e viziose. Se uno usa male i doni di Dio o finge di possedere ciò che non ha o ha perduto per castigo avendoli usati male, è un ipocrita, un bugiardo e un idolatra di se stesso. Ognuno sia contento della sua sorte spirituale, chi ha doni particolari perché può dare, chi non li ha perché può ricevere. Sia che abbiamo beni spirituali sia che li riceviamo da chi li ha, riceviamo tutto da Uno solo: da Dio. Da Lui non si può esigere nulla come non si può rifiutare nulla di quanto Egli offre.

Domenica XI dopo Pentecoste. Alle domanda: “Quale è la santa dimora di Dio?” alcuni rispondono: “Il Cielo”, altri: “La Chiesa”, altri ancora. “Il cuore dell’uomo”. Tutte risposte non errate, ma la realtà è molto più profonda: Dio è in Se stesso. Ossia la Carità, ossia Dio stesso, è la santa dimora di Dio. E Dio fa abitare nella Sua casa, cioè in Se stesso, persone di uguale carattere, tutte diverse tra loro ma aventi in comune un cosa: la Carità. Chi ama è nato da Dio e lo conosce, per questo cerca di rientrare in Lui e rinascere in piena e propria volontà da Dio. La prima nascita è quella naturale, alla quale la Chiesa coopera con il Battesimo, la seconda è la coabitazione di Dio nell’uomo attraverso la Carità, la terza operazione è l’effusione sulla creatura dello Spirito Santo che è l’Amore. La Carità, ossia l’Amore, mette in fuga il demonio che cerca di turbare l’anima col ricordo di passate mancanze o tentazioni. Gesù chiama la Valtorta “il piccolo Giovanni”, ma Azaria vuole chiamarla “il piccolo Paolo”; lei non è mai stata Saulo perché la Carità l’ha folgorata prima ancora che avesse l’età della ragione, ma è diventata un piccolo Paolo per volere di Dio, e il volere di Dio è che dia agli uomini il Vangelo che ha ricevuto.

Domenica XII dopo Pentecoste. Tramite i Suoi servi, Dio spande in ogni luogo il profumo della Sua conoscenza: buon odore di Cristo per quelli che si salvano, odore di morte per coloro che, per loro colpa, si perdono. Chi è più adatto per tali cose? Chi lo fa per amore. Troppi si credono maestri perché conoscono le parole, ma non le fanno vivere in sé, troppi si gloriano di essere dottori perché portano una veste e spregiano chi non l’ha e vorrebbero imporre silenzio a chi parla in nome di Dio, negatori e derisori, pieni di invidia perché essere “portavoce” è toccato a un “nulla” e non a loro. A loro risponderà il Signore, e per loro sarà troppo tardi. Maria non si occupi di quanto sarebbe gloria caduca, vegli sul dono incorruttibile e lasci a loro il loro fumo.

Natività di Maria SS. e XIII dopo Pentecoste. Vi è apparente contrasto tra l’affermazione di Cristo secondo la quale chi mangia il Suo Pane non avrà mai fame e chi beve l’acqua che Egli darà non avrà sete in eterno, e la frase della Sapienza riferita a Maria: “Chi mi mangia avrà ancora fame e chi mi beve avrà ancora sete.” Dunque la Madonna sarebbe così inferiore al Suo Divinissimo Figlio che nutrirsi e dissetarsi di lei risulti insoddisfacente? Oppure Lei sarebbe tanto superiore al Figlio (cosa impensabile) da lasciare di Lei maggior desiderio? Né l’una né l’altra cosa. La risposta al quesito è sapienziale e profonda: Maria è la preparazione a Gesù; la Genitrice universale versa il Suo latte di Grazia a conforto dei figli poveri peccatori e turbati e li prepara a ricevere l’unione vera e fruttuosa con Gesù santissimo. Maria è la santa Necessità. Gesù è il Compimento. Ella prepara, Egli completa. Ella è la vera Eva, la radice e l’albero dei viventi. Il Padre l’ha creata, l’Amore l’ha fecondata, e da Lei è venuto il frutto che è la Grazia stessa. La Nascita di Maria è prova del riguardo di Dio per il patto da Lui stretto con l’umanità, preannunziato fin dal giardino dell’Eden, quando Dio promette che porrà inimicizia tra i serpente e la Donna. Segue il patto con Abramo. Infine il patto si compie con l’Incarnazione. Dio mantiene sempre le sue promesse, ma le mantiene al momento giusto, secondo la Sua infinita Sapienza. Gli uomini devono obbedire al comando ad Abramo: “Cammina alla mia presenza e sii perfetto”, e poi si lasci fare a Dio. Mentre le pecore camminano scrosciano su di loro i fulmini di Dio, ma non sono diretti a loro, bensì ai lupi e ai capri mescolati a loro. Anche il maligno scocca fulmini, proprio contro le pecore, e le ferisce, ma quelle ferite diventano solo motivo di futura gloria. La fede nelle promesse divine è incentivo a una vita perfetta più ancora della Legge, perché la promessa venne prima della Legge. La legge, minuziosamente codificata, era necessaria perché in essa i popoli trovassero motivo di camminare alla presenza di Dio e meritare il compimento della promessa, ma la Legge non era che preparazione alla Vita.

Domenica XIV dopo Pentecoste. Tutto il bene avviene mediante Gesù Cristo, che promette: “Non prevarranno”. La Chiesa è costruzione solida, fondata su un’unica invincibile Pietra. Anche Giovanni il Precursore non era una canna, ma era forte fino alla violenza, quella violenza con cui si difende e si conquista il Regno dei Cieli. La Chiesa militante è quella che precede la Chiesa trionfante ed eterna e prepara il trionfo dell’Agnello. Ma, come profetizza l’Apocalisse, un grande dragone rosso si traeva dietro con la coda un terzo delle stelle e le faceva precipitare (le stelle sono le anime dei sacerdoti). I cristiani devono pregare perché non più di un terzo delle stelle precipitino nell’abisso. Quest’ora lunga è sempre più tenebrosa, più tremenda perfino dell’ora delle tenebre in cui fu immolato Cristo, perché oggi il demonio non ha di fronte il Figlio di Dio, ma solamente uomini, i quali senza l’aiuto divino soccombono, infettati dai vapori del mondo e della scienza del mondo. Bisogna ricordare che la parte eletta è lo spirito, a cui la carne deve restare soggetta, e che il maligno è incatenato e non può nuocere oltre un certo limite; se fosse stato irresistibile Dio non l’avrebbe lasciato. Perciò i cristiani non devono temere, perché nulla e nessuno può strappare i doni dello Spirito a coloro che lo amano con tutto se stessi fino al sacrificio. Terminata la lezione, Azaria esorta Maria Valtorta a contemplare Maria Ss., straziatissima Corredentrice, sulla quale pesano tutte le spine dell’immenso roseto che è il mondo. E così lei ha la visione della Dolorosa sul cui cuore una mano diabolica avventa un fascio di spine, e Maria Ss. piange. La Valtorta, allora, di fronte al dolore della Madonna, dimentica il suo e la supplica di aumentare le sue capacità di consolarla per quanti sono coloro che la colpiscono.

Domenica XV dopo Pentecoste. Azaria dice che troppi spiriti di sacerdoti languiscono, pieni di scienza umana e poveri di amore, e la Valtorta offre tutto il suo disgusto, dolore, sacrificio e perdono perché si rianimino. Sarà più beata per questo che per la sua missione di portavoce, perché dare è più grande che ricevere. Essi sanno a memoria le parole ispirate e quelle evangeliche, ma hanno volontà fiacca e tanta vanagloria per la carica ricoperta, per la parola facile nella predicazione, nel sapere acquisito, nei successi ottenuti, nelle chiese costruite, nei conventi fondati, perfino nella prestanza fisica. Da un lato c’è lei, Maria Valtorta, col suo disinteressato spogliarsi di tutto ciò che poteva darle gloria umana (giunse a far bruciare, per ordine divino, il manoscritto del suo romanzo Cuore di una donna, che pare fosse bellissimo, affinché fosse ricordata solo come “portavoce”). Su di lei, bisognosa di cure e in ristrettezze, era facile al maligno far leva, tentandola con l’utile di una pubblicazione dell’Opera come sua, solleticando l’orgoglio della mente e il bisogno della carne. Se avesse accettato il maledetto consiglio, mentendo a Dio e agli uomini, tutto sarebbe finito (ossia non avrebbe più avuto consolazioni celesti). Prima ha vinto la tentazione, poi ha potuto avere. Osserva poi Azaria l’altro lato: senza merito da parte loro, i Serviti hanno avuto il grande dono dell’Opera, ma non hanno meditato le parole che accompagnavano il dono. Lei, già terziaria francescana, è stata iscritta senza consultarla, come terziaria all’Ordine Servita e nessuno dei due Ordini si è poi occupato caritatevolmente di lei. La vanagloria li ha presi nei suoi tentacoli, ne ha straziato carità, giustizia, discernimento, ubbidienza. Li ha fatti crudeli, invidi, provocatori e torturatori di un’innocente. Dicono che la Valtorta può essersi ingannata, ma non sono in grado di dimostrarlo. Loro seconda natura è diventata la vanagloria di mostrarsi dotti di sapienza e spiritualità che non avevano, li ha resi disubbidienti a Dio, arroganti e disordinati verso le regole canoniche e i presuli. La Valtorta sovraffaticata dalla sua missione e alla quale Gesù non voleva imporre altri pesi, aveva consegnato ai Serviti ciò che non poteva portare, perché lo portassero da buoni fratelli, ma essi non l’hanno voluto, e anzi glielo hanno rigettato sulle spalle e lo hanno aggravato delle loro azioni. Così la carità è morta. Dio sceglie i suoi strumenti e i suoi servi, ma se quelli si gloriano di essere qualcosa sono illusi o non sanno quello che fanno, e se poi addirittura cercano scientemente di rivestirsi di meriti non loro sono dei satana. Cristo ha sempre indicato il Tempio e il Sacerdozio come tramiti far Dio e gli uomini (e la Valtorta ha sempre rispettato e obbedito Tempio e Sacerdozio). Chi rifiuta di tutelare un’anima perché Dio la usa è un disertore nella propria milizia. Questo mondo perisce più per lo spegnersi delle luci sacerdotali preposte ad illuminarlo che per le dottrine sataniche.

Domenica XVI dopo Pentecoste. Insegna s. Paolo che non bisogna perdersi d’animo nelle tribolazioni. Lo Spirito dica alle membra della carne tormentata di Maria Valtorta che il suo soffrire è anche il suo soffrire e cagione di gloria per la vita eterna. I corpi dei santi brilleranno come stelle per tutta l’eternità, i giusti brilleranno e giudicheranno le nazioni, domineranno i popoli e il Signore regnerà in essi per l’eternità. Dio è carità e chi ha carità ha in sé Dio, Cristo è il compendio della carità dei Tre Divini. Gli ebrei sotto l’antica Legge avevano il Padre che riempiva della sua gloria il Tempio, e lo Spirito che empiva di sé qualche creatura. I cristiani hanno la pienezza della Trinità in Gesù Cristo: lo hanno per la Grazia e per i Sacramenti, specie nell’Eucarestia, nella quale è in Corpo, Sangue, Anima e Divinità il Verbo Incarnato, che di una nullità (come appunto la Valtorta) può fare una grandezza.

Domenica XVII dopo Pentecoste. L’ubbidienza a Dio ha per conseguenza una vita senza macchia volontaria e unisce strettamente a Dio, così che Egli scende ad abitare con la creatura che lo ama: l’ubbidienza è amore. La buona volontà è quello che rende attivi i doni dei Sacramenti. Il Padre non pretende la perfezione dai figli ma rende perfette le loro azioni purché abbiano buona volontà. Il mondo ha bisogno di santi folli per ottenere misericordia. La follia d’amore salva le anime, trattenute dal laccio pesante della carne, del mondo, del demonio, ma i folli d’amore divino ardono quel laccio pesante e trascinano le anime al Cielo. Nella notte seguente, Maria si sveglia tra le sofferenze di un’agonia fisica ed è assalita da insinuazioni diaboliche che cercano di atterrirla con la minaccia del giudizio divino. Alcuni giorni dopo il maligno le insinua che non troverà in paradiso né il padre né la madre. Lei risponde che non soffrirà perché amerà Dio comunque.

Domenica XVIII dopo Pentecoste. Chi è paziente ha certa ricompensa da Dio: la pace dello Spirito e l’esaudimento delle grazie richieste. Quelli che limitano la loro vita cristiana alle pratiche di culto ma non improntano tutta la loro vita alla testimonianza di Cristo hanno una ben debole vita cristiana e restano cristiani atrofizzati, facili a perire. Coloro che non sono “né freddi né caldi” (Apocalisse, 3,14-22) vengono rigettati da Cristo [il testo, erroneamente, dice “né tiepidi né caldi”, p. 290]. Due ore dopo la spiegazione della Messa, Maria riceve una lezione segreta e spiega che Gesù le ha detto di non scrivere più le direzioni intime alla sua anima, per castigo a quelli che non sanno riconoscere che Lui le parla. Lo stesso giorno lei è rapita in estasi e ama smisuratamente tutti gli abitanti del Cielo e della Terra e i penanti del purgatorio, come una madre può amare i figli malati.

Domenica XIX dopo Pentecoste. L’uomo di oggi vive nella paura perché dimentica il suo fine ultimo, ha assorbito senza accorgersene fin da bambino i pensieri del mondo, della carne, di satana, dimenticando che non si possono servire due padroni. Il cristiano dovrebbe invece rivestirsi dell’uomo nuovo, che anche di fronte al pericolo dice la verità, imitando Cristo che è Verità ed è l’antagonista di satana che è la menzogna. La menzogna è come una lebbra che danneggia chi la pronuncia e i fratelli. Chi si adira non deve peccare ma perdonare. Chi non perdona non ama e scaccia Dio accogliendo il diavolo. Non si deve rubare, ma il comandamento ha un significato più ampio: ruba anche chi non ha fisicamente toccato nulla ma sottrae un impiego o si appropria di un dono di Dio e se ne veste di gloria propria e denigra chi ha avuto il dono, tormentandolo e facendolo dubitare della sua ragione e della sua anima (palese allusione alle persecuzioni clericali contro la Valtorta). L’Apostolo Paolo consiglia di fare qualche lavoro onesto per aiutare i bisognosi, e qui Azaria si trattiene dal dire oltre, per carità, ma incoraggia la Valtorta a continuare così, fra le tribolazioni, ad ascendere il suo calvario e su sentiero sempre più arduo quanto più vicino alla vetta e alla consumazione. Dio la conforterà e impedirà ai suoi suppliziatori di andare oltre il limite. Dio permette le prove per dare maggior beatitudine ma non permette i capricci e le voglie ingiuste perché vuole la salvezza e non la morte degli spiriti.

Festa di Cristo Re e Domenica XX dopo Pentecoste. “L’Agnello che è stato immolato è degno di ricevere la potenza, la divinità, la sapienza, la fortezza e l’onore. A Lui gloria e impero nei secoli dei secoli.” L’Agnello è Cristo, vero Dio e vero uomo. Come uomo non ebbe alcun privilegio dal Padre, che lo trattò come ogni altro uomo, per cui dovette sottostare ad innumerevoli tentazioni e vincerle come uomo, e inoltre sacrificarsi per restaurare l’ordine sconvolto dalla colpa primigenia che nessun purgatorio poteva cancellare, ma il sacrifico rese possibile ai giusti del Limbo di raggiungere il paradiso, e inoltre l’imitazione del Martire Divino permise la compartecipazione della povere creature alla Passione, così da conseguire una gloria ben più alta delle ingenue e facili corone che si sarebbero potute ottenere nell’Eden. Così gli uomini sono diventati fratelli di Cristo e possono militare eroicamente, combattendo le stesse cose che Cristo combatté quando era sulla terra. Occorre vivere con la prudenza a compagna delle proprie azioni, perché il demonio può servirsi anche di una buona ispirazione per portare fuori strada. Bisogna saper distinguere: ciò che viene dall’Alto comunica pace e fortezza mentre ciò che viene dall’avversario dà sempre turbamento. Occorre guardarsi dalla superbia che fa dell’uomo non un superuomo ma un pigmeo. I cristiani, anche se hanno peccato, devono rialzarsi e procedere, lavarsi nel Sangue dell’Agnello, ristorarsi col Pane dei forti e procedere con fiducia. Chi spererà in Dio non resterà deluso.

Domenica XXI dopo Pentecoste. L’uomo, nuovo Lucifero, vuole deviare superbamente gli eventi voluti da Dio: il risultato è dolore. Chi si danna si punisce con le proprie mani. Dio è tanto Padre che a certe ferocie di castighi non giungerebbe mai. I reprobi stanno bene sulla terra perché sono protetti da satana, dato che lo servono, ma oltre la vita terrena l’equilibrio sarà ristabilito, con la gloria dei martiri in Paradiso e la punizione terribile dei superbi. Nel giorno di Tutti i Santi Azaria ha taciuto perché tutto il Paradiso parlava alla Valtorta del suo amore, con la stupenda lezione su che cosa sia la Comunione dei Santi. Azaria la esorta ad amare come si è sentita amata dal Popolo dei Santi. È tuttavia difficile amare in modo perfetto finché si è sulla terra, imitando Cristo che ebbe la prima parola d’amore per i Suoi torturatori. L’uomo ha difficoltà a controllare il suo io che è una trinità di forze e sensazioni, che reagiscono diversamente a ciò che le colpisce. L’io superiore, quello spirituale, ha volontà continua di amore e perdono per imitare Cristo. L’io morale reagisce con più forza, giudica severamente e si indurisce. La parte materiale urla e vuole reagire con violenza. Nell’uomo sono nascosti un dio e una belva. Altra forza pericolosa è la carne. Tuttavia la fede raffredda i dardi infuocati delle tentazioni. Così pure la pazienza è essenziale per perseverare. Il maligno non perde tempo a tentare i suoi, ma assale quelli che suoi non sono perché spera di condurli alla perdizione: infatti conosce solo il presente e il passato ma non il futuro, ciò che lo porta spesso ad illudersi di poter trionfare, come nel caso di Giobbe. Ma la pazienza di Giobbe permise infine a quest’ultimo di superare la prova. Non bisogna quindi perdersi d’animo, perché satana può tentare solo fino ad un certo limite e non oltre.

Domenica XXII dopo Pentecoste. Nel tempo del rigore l’uomo gridava dal profondo, atterrito dalla maestà divina e dalla propria colpa. Nel tempo della misericordia l’uomo grida dal sommo altare: la Croce di Cristo. È sempre per la Croce che si ottengono grazie per i fratelli che soffrono per colpa propria. Il dolore è il dono più grande che Dio conceda agli uomini e l’amore più grande è quello di chi, avendo tutto perdonato, dà la vita per i propri nemici. Cristo non ne parlò nell’Ultima Cena (disse infatti che non c’era amore più grande di chi dà la vita per i propri amici), perché gli Apostoli, ancora molto uomini, non avrebbero capito. Lo compresero dopo, con la discesa dello Spirito Santo.

Domenica XXIII dopo Pentecoste. Il mondo è ormai il vestibolo dell’inferno e il feudo di satana, ma non viene annientato da Dio, per toglierne l’orrore dall’universo, solamente perché vi sono in esso alcuni rari giusti che pregano. Una delle cause di giustizia è il conoscere se stessi e le opere di Dio in se stessi. Chi ha doni particolari (come Maria Valtorta) li tenga celati, si ricordi che è sempre un essere umano e non si lusinghi di essere perfetto, o che qualunque sua imprudenza sarà riparata dal Signore, o si illuda di essere al sicuro dalle tentazioni. Il demonio è un grande seduttore, ma a volte è l’uomo che si mette in pericolo da sé. In particolare nei prediletti del Signore con doni straordinari non tutelare col segreto il dono avuto è indursi in condizione di peccare. Tre volte imprudente è il sacerdote direttore spirituale dello strumento che, venuto a conoscenza di un caso straordinario, lo divulghi (proprio quello che Padre Migliorini fece con gli Scritti valtortiani). Gli strumenti di Dio devono splendere con la santità. Gli spiriti si dirigono a questi fari solitari perché, spesso inconsciamente, cercano Dio. A volte basta uno sguardo di occhi che guardano in modo non terreno, come se Cristo guardasse attraverso il suo strumento. Molti sono quelli per i quali la Chiesa e i Sacramenti non significano nulla ma possono essere salvati dalla Grazia attraverso un’anima che Dio ha messo su vie particolari.

Domenica XXIV dopo Pentecoste. S. Giovanni della Croce compendia nell’orazione della Messa tutta la teoria per essere perfetti cristiani: rinnegare se stessi e amare la Croce. Se avesse scritto i trattati di mistica che scrisse unicamente per capacità di scrittore e fosse stato un tiepido, sarebbe stato anche un ipocrita. Invece riformò eroicamente se stesso prima che altri e per questo è santo. Ognuno può diventarlo, con sapienza, intelligenza spirituale e conoscenza della volontà di Dio. Da un sacrificio si crea un perfezionamento, da un palpito di amore un amore al sacrificio, da questo viene maggior coraggio a rinnegare se stessi e imitare il Crocifisso, e le Tenebre non trovano dove appigliarsi per nuocere in un cuore che ha amputato tutti i punti di presa dove il maligno potrebbe appigliarsi per entrare e rovinare. Quindi Azaria incoraggia Maria ad andare avanti fino all’annichilimento assoluto della creatura perché la causa di Dio trionfi (precisamente ciò che la Valtorta fece, sacrificando alla fine anche il suo intelletto). Le piccole voci sono anche dei piccoli Mosé, la cui sorte è pregare sul monte mentre gli atleti del Signore combattono.

I Domenica di Avvento. Azaria parla della crudeltà degli uomini e le raccomanda di non rivolgersi più a loro. Solo Dio vede, sa e ama. È stato Maestro a Maria Valtorta, l’ha amata da sempre e ora la salvezza le è vicina più di quanto lei immagini. Quando tutto le si rivolterà contro e sarà sbigottita dall’accanimento di forze contrarie, allora il suo gaudio sarà vicino.

Immacolata Concezione e II di Avvento. Maria Ss. è Regina e Maestra. Vi sono misteri che agli angeli non è concesso svelare, ma ad Azaria è permesso alzare il velo per Maria Valtorta, anima molto amata. Quando il peccato di Lucifero sconvolse l’ordine del Paradiso, venne distrutta la completa carità e nacque l’Odio. La causa era stata un sussulto di superbia di Lucifero di fronte alla Prima Rivelazione del Pensiero Eterno: la Parola Divina. A confortare gli angeli fedeli, che erano gravemente turbati, venne la Seconda Rivelazione del Pensiero Eterno: Maria Ss., gemma dell’Amore e della Potenza divina. Gli angeli la salutarono col canto della loro luce, fu loro maestra nel non fare dei doni divini ricevuti uno strumento di rovina (come era stato per Lucifero). La sua spiritualità parlò loro senza parola e li preservò da ogni pensiero di superbia, ed essi continuarono ad operare nella soavità della sua fulgida rivelazione. Divina è l’umiltà di Maria Ss. che nessuno turba perché da più alte sfere e non ha affanno per ottenerla né affanno per conservarla. Dice infatti: “Tutto è bene perché così vuole la Sapienza.” Non brama, perché non è avara di ciò che le viene dato e non si sentirebbe menomata se le venisse tolto. Maria Ss. ebbe questa gioia che la sostenne anche nel lungo strazio del Calvario fino al sacrificio totale. Quale caduta sarebbe stata se la Madonna, avendo la Concezione Immacolata, avesse ceduto alla tentazione diabolica e si fosse ritirata dal disegno di Grazia, non volendo affrontare tanta sofferenza: le Redenzione non sarebbe avvenuta. Invece Maria, pur nella desolazione della Passione, ha cantato le lodi a Dio. La lunga Passione di Maria ha completato la Redenzione, unendo alle grandi cose di Dio quelle che Ella sapeva fare per il Signore. Nello strazio della tortura, ella cantava: “Io ti esalto, o Signore, perché mi hai protetta, e non hai permesso che i miei nemici potessero rallegrarsi al mio riguardo.” Chiunque altro avrebbe detto: “Sono contento di aver saputo restare fedele e fare la volontà di Dio”, e non sarebbe stato peccato, ma Lei dà a Dio il merito di averla mantenuta santa in quell’ora di lotta. Maria Ss. benedetta ama stare coi figli degli uomini per convertirli e ricostruire nel loro cuore ciò che satana e il mondo hanno distrutto. Chi vive in lei ha salute, vita, sapienza, gloria, letizia e onore, fondata com’è sul monte di Dio per essere il Tempio, in eterno Madre dell’Uomo. Maria è la Riparatrice che annulla Eva. La parola “Ave” è l’inverso di “Eva”, ma è anche una eco che ricorda il nome del Verbo: Jeoscué. Nel tetragranna sacro è già Ave, il principio della parola con cui Dio mandò a fare della Tutta Bella la Santa Madre Corredentrice. Azaria eleva un vero inno alla Madre di Dio e conclude che tutte le cose sono state fatte per il Verbo, ma le opere più grandi sono state fatte per l’Amore Eterno di Maria. Chi è potente l’ha amata senza limiti e la potenza di Dio è nelle Sue mani di Giglio purissimo per essere sparsa a chi ricorre a Lui (come dice il Sommo Poeta: “Donna, s’è tanto grande e tanto vali, / che qual vuol grazia ed a te non ricorre / sua disianza vuol volar sanz’ali.”).

Messa II d’Avvento. La liturgia di questa Messa si affianca molto bene a quella dell’Immacolata Concezione, perché è sempre per Maria che il Salvatore viene a redimere i popoli. Giovanni Battista precorre il Cristo preparandogli le vie. Maria lo precorre preparandogli la via dei nostri cuori. Tutto quanto è stato scritto per fare gli uomini sapienti nel Signore è stato scritto perché si conservi la speranza nelle promesse divine. Occorre infatti perseverare nella lotta con fede e speranza, ma soprattutto con carità, senza la quale ogni altra cosa è vana. Cristo amava tutti, ma i rabbi di allora non comprendevano, come non comprendono i nuovi rabbi di oggi, la suprema carità che vede negli uomini tanti fratelli e che li ama se sono santi, e ancora li ama se non lo sono per farli tali, anche fuori del gregge. Passa la processione alla Madona di Lourdes e la povera Valtorta si riduce a un cencio per lo sforzo di sollevarsi in modo da poterla vedere passare, e resta dolorosamente colpita dal “castigo dei veggenti”: vedere come è mortificata l’immagine di Maria Ss., potendola confrontare con l’ineffabile bellezza della Vergine che le appare.

III Domenica di Avvento. Il sabato precedente Maria Valtorta si sveglia e si carica la sua afflizione come una croce. Invoca Gesù che le dia una luce perché i Servi di Maria la fanno tanto soffrire, in particolare Padre Migliorini, e la inducono a dubitare di essere un’illusa, una malata di mente, un’ossessa, e chiede al Divino Maestro: “Sei tu o satana?” Il suo maggior dolore, infatti, è la paura di sbagliare dicendo “parola sua” ciò che invece è solo suo pensiero. Gesù la consola dicendo: “E anche se fosse?” Infatti dai frutti si riconosce l’albero e chi lavora per Lui non peccherà. Chi è saturo di Sapienza è saturo di Lui. Lei fa amare Dio, Maria e la Celeste Popolazione dei Santi, dunque non è in errore. I miopi che vivono nella piatta pianura e sono peccatori non possono comprendere le sue altezze. A lei, come promettono Isaia e san Giovanni, sarà dato un nome nuovo segreto, tutto per lei. Gesù la esorta a stare in pace e la chiama “piccola sposa”, promettendole, dopo il calvario, la resurrezione (a spiriti miscredenti e grossolani queste espressioni sembrano esaltazioni di una donna repressa, e lo sarebbero se fosse farina del sacco di lei, ma lei non faceva che scrivere quanto udiva dal Divino Maestro).

Domenica III di Avvento. Il Maestro ha detto: “Date a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio.” Là si riferiva a un’imposta, qui a un’opera. Ma sia nell’uno che nell’altro caso va sempre dato a Dio ciò che è di Dio. Anche se, insistendo a volere che sia riconosciuta l’origine soprannaturale dell’Opera, la Valtorta ottenesse che i sacerdoti non se occupassero più, lei li lasci fare. Di tre cose dovranno rispondere a Dio: non aver riconosciuto la Parola, aver dato scandalo a molte anime, aver mancato di carità verso di lei e verso gli affamati della Parola per i quali Gesù aveva dettato l’Opera. Beate le anime fedeli dei piccoli che servono Dio in umiltà. L’occhio di Dio è su di loro e vede la realtà dei loro cuori. Non si affannino di niente. È il maligno che semina dubbi e paure per il domani. Il Pater noster chiede il pane quotidiano per oggi, non per un anno o per sempre, e contiene i quattro atti di fede, speranza, carità e dolore. Quindi mai affannarsi, ma in ogni cosa rivolgersi a Dio con preghiere, suppliche e rendimento di grazie.

Domenica IV di Avvento. La gioia del Natale è alle porte e ogni volta il Natale crea delle resurrezioni di anime che vengono al Signore e si convertono. L’Epistola di oggi (Prima ai Corinti) è proprio per Maria Valtorta e per quelli che, come lei, hanno straordinario servizio. Vi sono infatti altri sacerdoti, che hanno ricevuto consacrazioni segrete, e non sono quelli ufficialmente consacrati che servono nelle chiese. Sono dispensatori della Parola, della Luce, della Sapienza e Misericordia di Dio, Parola che è come un Sacramento immateriale che non ha bisogno di formule, mezzi e specie per essere comunicata, ma che ha in sé la somma della Grazia e della Vita. In chi non ascolta la Parola muore la Grazia battesimale. La Parola non è mai diffusa a sufficienza, dato il lavoro continuo delle forze avverse. Molti sono i chiamati ma pochi gli eletti, come dimostrano le azioni di chi dirigeva la Valtorta (Padre Migliorini) e di altri che non hanno saputo conservarsi fedeli. A lei, come dice San Paolo, pochissimo deve importare di quelli che la giudicano e neppure deve giudicarsi da se stessa, ma rimettersi a Dio che farà luce su ciò che è nascosto nelle tenebre e manifesterà i consigli dei cuori, così che ciascuno avrà quello che gli spetta. Nessuna veste, nessuna calcolata maniera di agire, di parlare, di muoversi, sarà baluardo alla Luce. Le ombre delle altrui male volontà sulle pagine degli spiriti fedeli saranno dissipate.

Domenica fra l’Ottava di Natale. La Parola di Dio è sempre giudizio, pietra di paragone davanti agli uomini e a seconda delle loro reazioni saranno giudicati. Scese a metà della notte nel tempo dell’ira e ancora a metà della notte nel tempo della misericordia, ad essere potentissimo amore salvatore. Inesorabile castigo per quelli che la perseguitano e ne perseguitano i seguaci. La discesa della Parola avviene nelle ore intime, quando l’uomo è con se stesso e il ricordo delle sue azioni, buone o cattive. Beati quelli che non si insuperbiscono ma la ubbidiscono in ogni cosa. Non basta essere cristiani grazie al Battesimo, a meno che non si muoia in età infantile. Man mano che cresce, l’uomo ha bisogno della Chiesa che gli permette di nutrirsi, di crescere, di irrobustirsi. Guai a chi se ne separa credendo di poter fare da solo. Nonostante l’avanzare della corruzione, la Parola vive e germoglia anche nelle avversità. I cristiani non devono temere delle cose che passano, perché sono figli e possono chiamare Padre il Dio unico. Le orde diaboliche non possono sconfiggere il Paradiso, le cui gioie sono aperte anche ai fedeli che sono ancora sulla terra.

SS. Nome di Gesù e Vigilia dell’Epifania. Azaria tesse l’elogio dell’ubbidienza, che non è nominata fra le virtù, ma è in tutte le virtù. La Fede si ottiene ubbidendo a Dio che propone a credere verità e misteri e ubbidendo a ciò che dice la Chiesa. La Speranza si ottiene ubbidendo a Dio che infonde questa virtù. La Carità si ottiene ubbidendo al comando di amare Dio e il prossimo. Lo stesso per le virtù cardinali: la Prudenza ubbidendo ai consigli divini che indirizzano l’uomo ad agire per il giusto fine; la Giustizia obbedendo alla Legge morale; la Fortezza ubbidendo eroicamente anche di fronte alle persecuzioni; la Temperanza ancora ubbidendo ai divieti divini. L’ubbidienza è alla base dell’ordine: il Creato ubbidì disponendosi come il Creatore lo ordinava, l’Increato Verbo ubbidì sempre al Padre fino all’immolazione sulla Croce per restaurare l’ordine dopo il disordine portato dalla disubbidienza di Lucifero prima e dalla caduta di Adamo ed Eva poi. Il Verbo Incarnato avrebbe potuto avere un nome diverso, ma gli venne imposto Gesù perché così aveva ordinato l’angelo, e Maria Vergine e il padre putativo ubbidirono. Il nome di Gesù è preghiera e supplica al Padre. Dire “Gesù” è vincere le forze avverse. I demoni non possono tenere la preda se questa grida: “Gesù”. Non c’è altro nome in virtù del quale possiamo salvarci. La vita del Cristo e dei parenti e amici di Cristo è tutta ubbidienza. S. Giuseppe fu obbedientissimo con grandissima fede: ammonito del pericolo per il Bambino partì nel cuore della notte per l’Egitto; e dall’Egitto ritornò appena seppe per comunicazione soprannaturale che quelli che attentavano alla vita del Santo Bambino erano morti. Se la carità è Dio, l’ubbidienza è segno di figliolanza di Dio.

Domenica della Sacra Famiglia e fra l’Ottava dell’Epifania. Nei primi giorni dell’anno, la Valtorta riceve con gioia molte lezioni di Gesù, segrete e soavissime, ma il Divino Maestro le dice che è inutile che lei le scriva (forse perché gli altri non le meritano). Azaria parla della doppia natura di Cristo, pienamente ed eroicamente uomo. Gli eretici negano la sua umanità, ma fra i cattolici vi sono pure quelli che sbagliano immaginando che la Santità perfetta di Dio lo ponesse al di sopra di ogni evento. Ma non è affatto il Cristo sminuito in artistiche bellezze, in poetiche azioni, in placidi episodi dai quali esula la lotta. Cristo è il forte che si è affaticato, ha combattuto satana, si è sfigurato in fatica e sofferenza, si è trasfigurato in Martire eroico. Questo è il Cristo che ci invita ad imitarlo. Era senza difetto alcuno e perdonò tutti, così che nessuno potesse dire: “Io non perdono perché di perdono non ho bisogno.” Il vincolo della perfezione è la carità.

Domenica II dopo l’Epifania. Gli atei bestemmiano Dio negandolo, i razionalisti diminuendolo, gli eretici mutilandolo, gli indifferenti dimenticandolo, ma vi sono anche tanti cattolici disordinati che in altri tempi sarebbero stati farisei: egoisti, poco propensi alla carità ma assidui a tutte le funzioni, assetati di lodi umane. La Sapienza vuole l’amore in tutte le cose e non chiede l’esteriorità dell’atto ma l’anima dell’atto. Invece la concupiscenza spirituale, che è peccato contro il decimo comandamento, è insieme superbia, avarizia e invidia. Nessuno invidi chi ha doni straordinari e non finga di averli se non li ha. Chi ha doni straordinari non si insuperbisca ma distribuisca ciò che ha avuto al popolo, al quale la tiepidezza o il rigorismo di troppi pastori idoli dà cibo cattivo. Coloro che soffrono a causa della giustizia benedicano coloro che li perseguitano perché sono i principali autori del loro trionfo eterno. I nemici dei cristiani non sono nemici ma semplicemente dei poveri folli da compiangere, che non sanno quello che fanno.

Domenica III dopo l’Epifania. Una breve lezione dato lo sfinimento della Valtorta, e dovrebbe essere tutta per lei, visto che la sua umanità è continuamente messa alla prova da altre umanità non buone. Lei li lasci fare e cerchi di vincere il male col bene. Se poi non saranno vinti, i carboni ardenti saranno sul loro capo e lei arderà invece delle fiamme dell’amore. “Vedete come si amano?” dicevano i pagani dei primi cristiani, e anche oggi dovrebbe essere così, ma purtroppo così non è. L’apatia, i difetti, le ipocrisie, rendono i falsi e deboli cristiani esposti agli attacchi dei nemici di Dio. La religione e la Chiesa sono lese di più dalla tiepidezza dei fedeli che dall’aggressione dei nemici.

Domenica di Settuagesima. Nessun genere di sofferenza è stato risparmiato a Maria Valtorta. Solo Dio l’ha amata e l’ha portata in salvo. La vita del cristiano è una vita di atleta che si batte non per un premio corruttibile ma per un premio eterno, che non viene dato solo al più bravo ma a tutti quelli che hanno dimostrato buona volontà. Non c’è differenza in Cielo fra quelli che si sono macerati in penitenze inaudite e quelli che si sono limitati a obbedire con umiltà. L’atleta di Cristo non deve correre disordinatamente ma su norme sicure, deve combattere contro gli avversari silenziosamente, nel segreto dell’io, dove lo spirito ha contro il mondo, la carne, il diavolo. Ciò deve essere, perché la gente non dica: “Non dev’essere vero quello che insegnano, altrimenti si comporterebbero in modo diverso da ciò che fanno.” I cristiani in questo modo danno più scandalo di quelli che professano apertamente di non avere fede. Non basta il Battesimo e altri aiuti divini per essere salvi, ma occorre buona volontà, perché il possesso del Regno non è un dono gratuito, ma conquista individuale ottenuta grazie all’aiuto di Dio senza il quale non si può far nulla. Così il ciclo di lezioni è compiuto, ma Azaria assicura che non cesserà per Maria Valtorta la sua buona amicizia e la sua azione di guida e conforto. Insieme loderanno il Signore.

Un mese e mezzo dopo l’ultima lezione, che è del 2 febbraio 1947, Maria Valtorta, il 16 marzo, descrive le dolcezze e promesse ricevute da Gesù. Il Divino Maestro le appare col Ss. Cuore scoperto, tutto circondato di fiamme, più luminoso dell’oro, le fa bere il Suo Sangue che è come miele, più inebriante di un balsamo, mentre le fiamme le carezzano i capelli, dolce e fresche come vento d’aprile. Mentre gustava queste sensazioni soavi, poteva conservare tutte le sue facoltà, riflettere, analizzare e ricordare. E Gesù le disse: “Ecco: in questo differisce ogni fuoco, anche quello purgativo, dal mio fuoco. Perché questo mio è di carità perfettissima e non fa male neppure per fare del bene. E questo è il fuoco che io serbo per te. Questo solo. Ecco ciò che è parte del mio amore. Fuoco che conforta e non brucia, luce, armonia, carezza soave. Ecco ciò che per te è il mio sangue: dolcezza e forza. Ed ecco ciò che io faccio per te, a compensarti degli uomini. Ti spremo il mio sangue come una madre fa col latte al suo nato, tu, figlia mia! Così Io ti amo.” La visione si ripete giornalmente e Gesù vi aggiunge che quello sarà già sulla terra il premio del suo fedele servizio e dopo sarà l’unione perfetta. Il 14 marzo, cinquantesimo compleanno di Maria Valtorta, dopo una visione di Gesù che andava cantando i salmi sulla via di Gerusalemme, lei pensa tristemente che, finito il Vangelo, non l’avrebbe più sentito, ma Egli Le appare dicendo: “Perché dici questo? Puoi pensare che Io te ne privi perché tu hai ultimato il lavoro? Io sempre verrò. E per te sola. E sarà ancora più dolce, perché sarò tutto per te. Mio piccolo Giovanni, fedele portavoce, non ti leverò nulla di quello che tu hai meritato: vedermi e sentirmi. Ma anzi ti porterò più sù, nelle pure sfere della pura contemplazione, avvolta nei veli mistici che faranno tenda ai nostri amori. Sarai unicamente Maria. Ora dovevi essere anche Marta perché dovevi lavorare attivamente per essere il portavoce. D’ora in poi contemplerai soltanto. E sarà tanto bello. Sii felice. Tanto. Io ti amo tanto. E tu mi ami tanto. I nostri due amori!… Il Cielo che già ti accoglie. Viene la bella stagione, o mia tortorella nascosta. E Io verrò a te fra il vivo profumo delle vigne e dei pometi e ti smemorerò del mondo nel mio amore…” (corsivi nel testo). E Maria Valtorta, evidentemente in estasi, conclude che “non si può dire ciò che è questo!”

Una santa giunta a queste altezze evidentemente non ha bisogno della sanzione clericale di una beatificazione: lei stessa faceva dell’ironia sul “padellino”, l’aureola intorno al capo dei santi che si vede nei quadri. Lasciamo pure che i grandi dignitari della Chiesa canonizzino i loro colleghi e trascurino le piccole, insignificanti “voci” degli umili. Non serve più, ormai, l’Imprimatur: l’Opera valtortiana corre il mondo ugualmente, suscitando ovunque conversioni. Allora l’Imprimatur e la beatificazione di Maria Valtorta sarebbero inutili? No. Un sollecito Imprimatur avrebbe permesso di far giungere l’Opera più tempestivamente alle anime (e a convertirle, per fare argine alla tremenda ondata di ateismo del secolo XX e di di questo infelicissimo inizio di secolo XXI), e anche a dissetare le povere anime aride dei negatori, dei superbi, degli invidiosi che hanno perseguitato la Valtorta e continuano a perseguitarne la memoria, a negarle il riconoscimento della sua santità, a bestemmiare la Parola da lei ricevuta rifiutando di riconoscerne la vera origine. L’ostinazione dei chierici che rifiutano l’immenso tesoro valtortiano non toglie neppure una scintilla alla gloria del Paradiso, e a quella di Maria Valtorta in particolare, ma impoverisce loro quaggiù, e di riflesso l’intero gregge, del quale non si può certo dire che venga curato al meglio secondo l’esempio del Buon Pastore.

 EMILIO BIAGINI


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