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Il 25 gennaio 1943  Maria gli illustra una magnifica pagina sulla catechesi del dolore: “La Comunione di dolore! La quale è quella che si consuma soffrendo, chiedendo, volendo, assaporando, amando il dolore, fondendo il nostro sangue a quello di Gesù Crocifisso, appoggiando il nostro io alla sua stessa croce per essere su quella inchiodati, torturati, innalzati, unendo i capi sullo stesso legno perché le stesse spine siano tormento ad ambedue… ma trovando anche nel contempo il bacio di Gesù che ci consola di tutto. La Comunione di dolore ci fa vittime col Cristo… È sempre stata la perla rara che ho cercato, da anni, per tutti i giorni della mia vita.” (p. 13, corsivi nel testo). E il 1° febbraio 1943 aggiunge: “Vorrei portare a Dio tutti i peccatori e spendo per questa opera tutte le mie monete spirituali”. (p. 19). Sembra quasi lei la docente e lui, suo direttore spirituale, l’allievo. E questa non è certo arroganza da parte di lei. Lei non è nulla: glielo dice Gesù e lo dice lei stessa, ma il dolore lo conosce bene. Ed è illuminata da grazie speciali e gratuite a lei elargite dal Cielo.

Del 21 febbraio 1943 è la fondamentale testimonianza alle sue manifestazioni soprannaturali: “(…) le assicuro formalmente che non le ho mai cercate, desiderate, fabbricate con l’autosuggestione. Del resto mi accorgo che quando in momenti penosi per dolore fisico, accresciuto, o dolore morale, io penso intensamente a Dio, per trarne conforto, mai lo vedo o lo sento in quel modo speciale. Lo penso io e capisco che Lui è lì, ma come lo possono pensare e capire tutti. Invece l’altra cosa è ben diversa. È lui che viene quando meno ci penso e anche quando mi occupo d’altro, parlo, scrivo, lavoro, mangio, sonnecchio è lì, lo vedo, lo odo e vedo la Madonnina santa. Ma cercarle, quelle cose, no. Prima di tutto ho sempre paura di un inganno e in secondo luogo mi parrebbe di forzare, turlupinare, offendere Dio e l’anima mia, commettendo dell’istrionismo in cose tutte sante. (…)” (p. 37, corsivi nel testo).

Non è certo così che parla una infatuata e tanto meno una posseduta dal demonio, e non occorre essere dottori in teologia per capirlo, anzi la troppa scienza e l’abitudine a dissezionare le questioni il più delle volte annebbiano e ottundono, mentre l’orgoglio e l’invidia fanno il resto, e l’anima vittima viene perseguitata proprio dai chierici che dovrebbero amarla e sostenerla, precisamente come accadde alla Valtorta.

Il 30 aprile 1943, Maria riferisce di aver ricevuto il primo dettato di Cristo una settimana prima, il Venerdì Santo 23 aprile 1943. Non era affatto intenta ad occuparsi di cose spirituali, non ricorda cosa stesse facendo, forse preparava la minestra (p. 41). Infatti, nonostante la paralisi, la Valtorta lavorava, purché le venisse recato l’occorrente. Anche alla beata Anna Maria Taigi, Cristo parlava in occasioni simili: fra le innumerevoli cose buone amate da Cristo ci sono evidentemente le donne di casa che preparano la minestra.

Dal 9 aprile 1944 e per quaranta giorni, la Valtorta soffre, come avviene ai maggiori santi, di uno spaventoso periodo di aridità, durante il quale si sente abbandonata da Dio e confessa a Padre Migliorini la propria terribile desolazione (1-19 maggio 1944, pp. 61-75).

Il 19 maggio 1944 Maria rivela che Cristo le annuncia nuove e più terribili prove: dovrà conoscere molte amarezze, spera nella guida di Padre Migliorini, ma dovrà perdere tutto (p. 75). E infatti, grazie alla disobbedienza e alla cattiveria dei chierici, le si preparavano tempi orribili.

Il 9 novembre 1944 Maria registra il deprecabile comportamento razionalistico di Padre Pennoni: “Il vecchio razionalismo, che il tuffo nel divino in un’anima aveva scompigliato, diviso e precipitato al fondo, appunto perché vecchio, e costituente perciò un vero abito morale, riaffiora a tratti in Padre Pennoni e lo spinge a ledere e sminuire ciò che è divino e come tale va accettato con rispetto o negato con sincerità ma senza le ‘vivisezioni’ che il Maestro odia.” (p. 82, corsivo nel testo).

Da una lettera del 7 dicembre 1944 apprendiamo la triste situazione di Maria nello sfollamento a Còmpito, dove ella ospitava i parenti Belfanti da Reggio Calabria (partiti il 10 novembre per far ritorno a Reggio), tra incomprensioni, sofferenze, danneggiamenti dei mobili che la Valtorta si era portata da Viareggio. Si approfondisce il solco tra lei e Padre Migliorini che dimostra scarsa comprensione e carità. “Ma chi lo ha cambiato a mio riguardo, talmente cambiato da non capirmi più?” (p. 93).

Al rientro da S. Andrea di Còmpito si palesa tutto il danno arrecato dalla disastrosa pubblicità che Padre Migliorini ha fatto intorno alla veggente e agli Scritti e occupandosi di altri casi “soprannaturali” non proprio limpidi, ciò che lo ha messo in cattiva luce coi superiori e attirato discredito anche sulla Valtorta. Perciò viene inviato a Roma, in disgrazia e in sospetto di comportamenti imprudenti, per allontanarlo da Viareggio. Lascia Padre Mariano ad assistere (molto brevemente) la Valtorta. Gli altri Padri Serviti cercano di intrudersi solo per curiosità o per spiare Maria, la quale non li riceve, avendo avuto precise istruzioni soprannaturali in materia. In una lettera indirizzata del 25 marzo 1946 a Padre Migliorini, piena di carità e filiale rispetto ma ferma, la Valtorta descrive la situazione di grave disagio in cui si trova (pp. 97-102) Il suo angelo custode Azaria l’ha ammonita: “non è necessario che vengano altri Padri”. (p. 101).

Drammatica la lettera dell’11 aprile 1946. Padre Migliorini è perseguitato perché vicino alla Valtorta: risultato delle gravi imprudenze da lui commesse. I preti della parrocchia sono “infuriati” contro di lei. Il vicecurato Don Dati non ha voluto entrare nella sua camera durante la benedizione della casa: l’ha benedetta dalla soglia con una faccia “dura come il granito”. (p. 104) La Valtorta, calunniata e perseguitata, rimprovera il Padre: “Se lei avesse conservato le lettere della Federici, compresa quella di risposta alle mie domande sulla Dora, avrebbe documenti inoppugnabili. Ma lei ha distrutto le prove, si è chiuso nel guscio credendosi sicuro… Né la Federici né lei non avete mai fatto ciò che ho detto per questa faccenda, ed ora mi fate soffrire e morire cooperando così all’intento del Male di troncare l’opera che Dio mi faceva fare, e distruggerla. (…) Ma se lei fosse andato e dal Vescovo di Lucca, come ha saputo andarci per Dora, e a Firenze alla Casa Provincializia dei Servi, e magari a quella Generale, e avesse parlato coi suoi Superiori, se avesse affrontato con le prove alla mano la Generale delle Stimmatine, tanta rovina non sarebbe avvenuta. Mi fa stupore che così impunemente uno studente sia penetrato nella camera di un suo superiore e abbia preso il fascicolo, lo abbia copiato, ecc. ecc. Ma possibile che ve la facciano tutti così facilmente e come suol dirsi fra gli occhi e il naso?” (pp. 107-108). Infatti, lettere spontanee dal settembre al dicembre 1945 dalla Federici che scagionavano la Valtorta erano state scioccamente distrutte da Padre Migliorini. (p. 110).

Il 15 aprile 1946 la Valtorta lamenta i gravi errori introdotti da Padre Migliorini nel ricopiare l’Opera, errori che danno luogo a deviazioni dai Vangeli ed offrono il fianco a possibili condanne. “Un nulla può produrre una bestemmia o un errore”. (p. 122).

Maria lamenta che, grazie alle indiscrezioni di Padre Migliorini, ha dovuto sentirsi dire: “A giudicare che quegli scritti non vengono da un’anima santa basta il fatto che questa li ha sbandierati qua e là per averne lode ed essere conosciuta. I santi non si autoproclamano tali.” Lei non ha potuto che dar ragione a chi le parlava così: e aveva ragione davvero, solo che lo sbandieratore non era lei, ma lo stesso Padre, spinto probabilmente dalla vanagloria di mostrarsi a parte di un così grande segreto (20 aprile 1946, p. 134, corsivo nel testo). E aveva il coraggio, il Padre, di parlare dell’Opera come dei “nostri scritti” (sic) (es. p. 168, lettera del 17 maggio 1946).

Gravi difficoltà (7 maggio 1946) sorgono per il caso di Suor Maria Gabriella, al secolo Emma Federici, personaggio di buone intenzioni ma instabile, che aveva ingiustamente accusato la Valtorta di averla consigliata di lasciare l’ordine delle Stimmatine, coinvolgendo lei e i dettati. Una lettera della Federici da Narni avrebbe permesso di smentire la menzogna, ma Padre Migliorini l’aveva scioccamente bruciata (p. 154). I Superiori dei Serviti (Priore, Provinciale, Procuratore, Generale) si tenevano lontani da Maria per vedere come sarebbe andata a finire. Se bene ne avrebbero avuto gloria, se l’opera fosse stata condannata avrebbero potuto dire: “Vedete che non siamo caduti nella trappola di quella pazza eretica”.

Abbondano, in compenso, per Maria, le consolazioni spirituali, ma anche queste tutt’altro che prive di ansietà per la possibile interferenza di persone ostili: teme di poter essere vista da qualche comunista o altro nemico della Fede che non deve conoscere la sua speciale condizione. Scrive infatti (29 settembre 1948): “Ormai io cado sovente in uno stato estatico visibile a chiunque entri in stanza mia.” (p. 178).

Il 16 novembre 1949, Padre Migliorini, si lamenta di essere “calunniato”: “lei è da anni che sparla di un sacerdote contravvenendo alla carità ed anche alla riconoscenza perché questo sacerdote le ha fatto molto del bene sia nello spirito che nel materiale” (sic) (pp.182-183).

Della fine del 1949, ma senza data, è l’ultima lettera della Valtorta al Padre, mai spedita. Si tratta di una minuta autografa, sul margine sinistro della quale Maria ha annotato: “Lettera che poi non ho spedita ritenendola inutile. Il silenzio è più pesante… per certi tipi!…”. Nella lettera ella si difende dall’accusa di aver “sparlato”: “Sono i fatti che hanno parlato, non io. Né io, accusata per lettera il 2 aprile u.s. ai laici [I “laici” erano alcune persone che avrebbero dovuto costituire una casa editrice per pubblicare l’Opera ma non ne fecero nulla, per le calunnie dei Serviti] per pazza, amorale, invasata dal demonio, davanti a questi che erano venuti per constatare le mie… anormalità che gratuitamente mi attribuivate, potevo, anche per il bene dell’opera, lasciarli credere che ero come a loro mi dipingevate? Ho dovuto chiarire le cose. Questo non è sparlare. È semplicemente parlare per ristabilire la verità.” (pp. 185-186). E la Valtorta non esita ad esprimere la sua indignazione per “… la condotta di due Sacerdoti [Padre Migliorini e Padre Berti], discesa sino a stendere atti falsi, a carpire firme con inganno, a tentare un’anima alla ribellione alla Chiesa ecc. ecc. E quale scandalo ne ho avuto io ora che, finalmente, la sua ira verso di me l’ha tratto involontariamente a confessare che l’Ordine non si era mai occupato di me, né spiritualmente, né moralmente, né materialmente. E quindi il dubbio che avevo io, che quell’atto che Lei mi mandò nel giugno 1946 a nome del R.P. generale fosse falso perché smentito dopo pochi giorni dall’ordine del R.P. Generale di sospendermi anche l’assistenza religiosa, che l’altro atto del 1° novembre 1947, scritto a mano da P. Berti, controfirmato dal R.P. Giacomo Keane Consultore Generale O.S.M. a nome di P. Benetti fosse pure falso, e che il R.P. Generale non c’entrava per nulla, e quindi il dubbio non è più dubbio. È certezza di falso, come falso era quel contratto presentato come sempre pro-forma, come false tante altre cosette, tutte documentabili. Queste azioni non avranno dato scandalo a me?” (pp. 189-190).

Durezza da parte della grande veggente? No. Aveva ogni diritto di ristabilire la verità dopo tutto il male subito e poteva permettersi di parlare così perché, non certo per forza propria, ma per il fatto che, grazie ai lumi ricevuti dal Cielo, anche lei conosceva i cuori. E soprattutto non si trattava tanto di tutelare Maria Valtorta, ma l’Opera dettata da Cristo e da Sua Madre.

 EMILIO BIAGINI


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