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L’8 marzo 1949 la Valtorta constata con disappunto che, mentre tarda l’approvazione dell’Opera, Monsignor Traglia ha di recente approvato la vita di Cristo di un certo Caius che afferma che la Madonna e S. Giuseppe convivevano maritalmente in un’unica casa molto prima dell’Annunciazione, insidiando gravemente il dogma della Verginità di Maria. Lo stesso Traglia, però, fin dal maggio 1946 aveva espresso giudizio favorevole sull’Opera. Nel giugno 1946 Cristo disse: “Vorrei quest’Opera approvata da un vescovo italiano in Italia. Ma vescovi santi ve ne sono in ogni parte del mondo cattolico”. Ossia: vano sperare acquiescenza ai divini desideri in Italia. Infatti vi fu condanna per la Valtorta e l’Opera, condiscendenza per Caius. E condiscendenza pure, nella diocesi di Lucca, “per una frenetica che, anni fa, ha insozzato l’onore di un degno Sacerdote, dividendo la città in due partiti e addolorando talmente l’accusato di atti innominabili da produrne la paralisi. Costei, simulatrice, oltre calunniatrice, sino ad ungere di olio un Cristo che presentava poi a chi la consultava (a pagamento) come Cristo sudante… non solo è stata lasciata in pace, ma anzi ascoltata da chi ella consultava… e continua a vivere tranquilla dopo essersi fatta una religione a suo uso e consumo. E io?! Mi si dice che per credermi si vorrebbe avere delle prove. Quali? Le stigmate, forse, per poter dire meglio che sono isterica?” (pp. 32-33). Occorre ricordare che Padre Pio fu perseguitato e accusato di simulare le stigmate dal Padre Agostino Gemelli, che non le aveva neppure viste?

Il 24 luglio 1950 Maria scrisse al venerabile ecclesiastico: “Sin dal principio degli scritti, ossia nei primi mesi del 1943, il Divino Autore insieme a diverse predizioni, ora compiutesi, sulla caduta della Monarchia, la preservazione della Città del Vaticano nonostante i contrari voleri di Hitler, dell’invasione di tutto il nostro Paese, delle deportazioni in massa, del crollo della moralità, nonché del mal uso dei minerali chiusi nel globo terrestre dal Creatore a fine buono e presi per farne strumenti di distruzione della creazione e di disperazione per le anime, disse che dava questi scritti per combattere le dottrine anti-cristiane che dopo la guerra si sarebbero diffuse sul mondo preparando le vie all’avvento del comunismo, alla persecuzione religiosa e alla libertà di pensiero che lo stesso Dio rispetta nell’uomo, e per aiutare gli uomini a subire le prove tremende di future guerre, ancor più micidiali, senza che muoiano disperando. Nell’ottobre del 1944 [Cristo] predisse: ‘Ancor poco e verrà la pace, ma non sarà la mia pace. Solo una breve tregua tra questa ed altre più atroci guerre’. Nel 1947, in una pagina destinata al Santo Padre, il quale probabilmente non l’ebbe mai, diceva queste ragioni ed esortava Sua Santità a combattere e neutralizzare tutte le ideologie più o meno venefiche e a contrastare l’avanzata sulla Terra del Dragone Rosso opponendogli il Vangelo, reso completo e gradevole anche a quelle anime che non avrebbero, in alcun altro modo, mai letto la Parola che è Vita.” (p. 90, corsivi nel testo). Fu l’ignavia e l’ostilità degli uomini di Chiesa a vanificare questo divino progetto.

Il 24 luglio 1950, Maria rivelò: “Il 14 giugno, avvisandomi che avrebbe sospeso le spiegazioni delle Epistole Paoline [Cristo] mi disse che faceva così perché ‘si agiva male verso l’Opera ed era inutile proseguire e dare altre cose perché venissero disprezzate.’ Il 21 novembre 1948, quando ancora ignoravo che il Santo Uffizio aveva avocato a sé la cosa, strappandola dalle mani e al giudizio di S.E. il Vescovo di Sora e del Suo Revisore Monsignor Lattanzi, [ancora Cristo] disse che ‘avrebbe strappato a sua volta le cose a cui più tenevano, a coloro che non lo servivano e che sarebbe venuto un giorno in cui io e tutti avremmo conosciuto le azioni di molti’.” (p. 91). Questo avviso si ripete il 18 febbraio, il 22 febbraio, il 1° marzo e il 25 febbraio, quando infine il Divino Maestro chiamò la sanzione inflitta all’Opera “un peccato contro lo Spirito Santo”.

Il 16 giugno 1950 Maria riporta l’ammonizione divina data in occasione della festa del Sacro Cuore: “Avevo tratto dalla mia infinita carità un nuovo dono di misericordia: l’Opera. Doveva servire a fortificare negli spiriti le tre virtù Teologali e le quattro cardinali, e a dare l’esatta misura dell’estensione del mio amore a coloro che saranno travolti dall’odio di satana e degli anticristi. L’avevo data in tempo, assai prima della scadenza tremenda, perché fosse diffusa: manna e medicina alle moltitudini perché non insaniscano o pieghino all’onda del male e non muoiano, fatti senza fede dagli eventi, maledicendo Dio e negandone l’Essere dicendo: ‘Se ci fosse, non permetterebbe questo, Lui che ci dicono che tutto può’. L’avevo data in tempo, chiedendo ai miei servi primi: i Pastori, la lieve fatica di concederne la pubblicazione per carità verso le anime. Sono tre anni che lo chiedo, e sono tre anni che me lo negano, privando le anime dall’avere questo conforto per le ore che incombono. Mi si impedisce di essere il Re dei Re che vuole beneficare i suoi sudditi, e il Pastore dei Pastori per il mio gregge assalito da tanti nemici.” (pp. 94-95).

Il venerabile prelato era tanto convinto della santità di Maria Valtorta e dell’origine ispirata dell’Opera che davanti a lei giunse, con sommo imbarazzo della veggente, ad inginocchiarsi. Monsignor Carinci consigliava costantemente a Maria obbedienza e sopportazione. Lo scambio epistolare tra queste due anime elette dà un senso dell’isolamento e dell’impotenza del bene in un mare di indifferenza, superbia e malafede originata proprio nel seno stesso della Chiesa.

 EMILIO BIAGINI


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