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La Valtorta abitò in continuità la casa di Viareggio eccetto il periodo dal 24 aprile al 23 dicembre 1944 trascorso a S. Andrea di Còmpito, a causa dello sfollamento decretato dal Comune in conseguenza della guerra. La casa restò miracolosamente intatta sebbene quelle vicine fossero tutte colpite.

Maria Valtorta l’amava moltissimo per le apparizioni celesti che vi aveva avuto, mentre durante il soggiorno a Còmpito sofferse moltissimo, non solo per la scomodità, ma per il terribile periodo di “oscurità” spirituale durato quaranta giorni, quando si credette abbandonata da Cristo: un’esperienza ben nota che sembra toccare, prima o poi, a tutti i grandi mistici.

Commovente, a proposito della casa, è una lettera al suo direttore spirituale Padre Migliorini:

 

Tuteli, Padre, il ricordo di me nei cuori e faccia che essi mi diano dei suffragi. Tuteli, se resta in piedi la casa, il rispetto alla mia stanza in cui tanta vita celeste si è svolta. Quelle pareti sono santificate dallo sguardo di Dio, di Maria e dei Santi di Dio. Oh! Non potrò mai dimenticare che esse pareti si sono annullate per farmi vedere il cielo e il Padre Santo e il Figlio trionfante, che si sono empite del raggiare della Colomba e delle armonie celesti e che l’alito di Maria e la sua voce hanno carezzato quelle mura! Non potrò mai dimenticare che esse sono impregnate dal suono della parola del Verbo! Più che una chiesa esse erano per me, perché qui il Sacerdote eterno aveva predicato la sua dottrina e mi aveva fatto assistere alla sua Messa: la Passione.

 

Tutto il Cielo dunque si era mosso per la grande rivelazione privata. La prima apparizione fu il Giovedì Santo del 1943. Ella racconta:

 

D’un tratto ho visto, mentalmente, un terreno molto sassoso e brullo. Pareva la cima di un poggetto, come se ne vedono tanti sulle nostre colline. Nudo di vegetazione, solo ricco di pietre e selci ruvide e biancastre, aveva tutt’intorno un vasto orizzonte. Proprio sulla cima era nata una pianta di mammole. Unica cosa che vivesse in tanto squallore. Vedevo distintamente il ciuffo delle foglie ben folto e riunito come per opporre resistenza ai venti che battevano la cima. Qualche boccio di viola, più o meno aperto, sporgeva il capino dal cespo verde. Ma di completamente sbocciata non ce ne era che una. Bella, di un colore pieno, aperta e protesa verso l’alto.

Fu il suo stare così ritta, quasi fosse attirata da una forza speciale, che mi colpì l’attenzione e mi fece cercare con lo sguardo. E vidi un’asse, una grossa asse infissa nel suolo. Pareva un tronco appena piallato, quasi grezzo e scabro. A un mezzo metro dal suolo, forse meno, stavano due piedi trafitti… Non ho visto che quelli ieri sera. Due piedi torturati. E che fossero torturati acerbamente lo diceva la contrattura degli stessi con le dita quasi ripiegate verso la pianta come per spasimo tetanico.

Del sangue, scivolando lungo i calcagni, scendeva sull’asse scabra e la rigava fino al suolo. Altre gocce cadevano dalle dita contratte e piovevano sul cespo di viole. Ecco a che tendeva la violetta tutta tesa verso l’alto! A quel sangue che la nutriva come, fra tanto squallore di suolo, nutriva quell’unico cespo, saputo nascere contro quel legno.

Molte cose mi ha detto quella vista…”

 

Da allora la Valtorta scrisse quasi ogni giorno fino al 1947, e a intermittenze fino al 1951. In tutto i quaderni da lei riempiti sono 129, per un totale di 13.193 pagine. Sette quaderni sono occupati dall’autobiografia (che il confessore, Padre Romualdo Migliorini, le aveva chiesto di scrivere, intuendo la santità di lei e in vista di una futura causa di beatificazione), gli altri sono dedicati ad una serie di opere di altissimo contenuto teologico, la maggiore delle quali descrive in modo ammirevole la vita di Nostro Signore, e che venne dapprima pubblicata come Il poema dell’Uomo Dio, e poi sotto il titolo L’Evangelo come mi è stato rivelato.

Dai quaderni da lei riempiti, vennero estratte altre due opere teologiche importantissime: le Lezioni sull’Epistola di Paolo ai Romani e il Libro di Azaria, dettatole dal suo angelo custode, che contiene il commento alle letture della Messa, eccetto il Vangelo, il cui commento è costituito invece dall’opera principale. Restano ancora migliaia di pagine non raggruppate in opere definite e pubblicate in tre volumi di Quaderni e nei Quadernetti, che raccolgono appunti disparati con riflessioni varie e preghiere.

Le frequenti visite di Gesù, della Santissima Vergine e di altri abitanti del Cielo mandavano in estasi la veggente. Esclusa dal mondo a causa della paralisi, ella viveva al tempo stesso in paradiso e in purgatorio: in paradiso per le visite celesti che riceveva, in purgatorio per i molti mali che si procurava pregando Iddio di guarire qualche persona di sua conoscenza e di mandare a lei stessa la malattia, finché un giorno il Divino Maestro le disse: “Ora basta soffrire. Tu servi a me”.

Il pallore e l’aspetto che Maria Valtorta assumeva durante le estasi erano del tutto diversi da quelli che mostrava durante una delle sue frequenti e terribili crisi spinali o cardiache. Inoltre in una crisi voleva assistenza e cercava di curarsi, mentre durante le estasi non voleva nessuno intorno e si trasfigurava, mandando Marta Diciotti, la sua fedele amica e governante, fuori di casa, rassicurandola che non le sarebbe successo nulla: sapeva infatti di essere assistita da Cristo. Una volta Marta Diciotti e Paola Belfanti videro Maria in estasi, e seppero poi che la Madonna le aveva messo in grembo il Bambino Gesù. In un altra occasione, la vicina Eroma Mencarini era venuta a sfogarsi per certi suoi dispiaceri e Maria la pregò di stare attenta perché da due giorni in un angolo c’era Maria Santissima.

Maria Valtorta era immersa nelle visioni della vita di Gesù, al punto di avvertire gli odori, e anche le puzze, come nel caso del tanfo di cadavere alla risurrezione di Lazzaro, puzze che continuava ad avvertire a lungo. Gesù, quando appariva, si sedeva su una sedia vicino al letto di Maria. La sedia, purtroppo, si frantumò al trasloco di ritorno a Viareggio da S. Andrea di Còmpito.

Un giorno, dopo la visita di una povera madre che aveva perso un figlio e cercava conforto presso Maria, Marta Diciotti, mentre si occupava del bucato, pensò: “Per tutti c’è una parola, per me mai niente!” Maria la chiamò e le domandò cosa avesse pensato. Marta sul momento non ricordava, poi, dietro l’insistenza di Maria, stava per ricordarsi e riferire il suo pensiero, quando Maria disse: “Ecco la risposta”, e le lesse il dettato:

 

Questo è per Marta piccina, che non deve lamentarsi di non avere mai una parola, che deve essere sicura di essere molto amata attivamente dal suo Signore, il quale ha pensato a proteggerla da quando l’ha messa sotto la tenda dove Egli ha il suo riposo. Ti amava da prima, perché amare è il suo respiro. Ma quando ti credesti sola ti ha amato per tutta una famiglia, dandoti pace presso Maria. Le lettere si scrivono ai lontani, non a quelli che abitano con noi. E tu sei dove Io abito. Sii buona. Infondi la tua attività di Marta nella spiritualità di Maria che ha scelto la parte migliore, e per averla scelta col dolore e con l’amore completo e volontario ha avuto da Me la parte supermigliore. Tu sei sul cuore di Maria e Maria è sul mio Cuore. Non ti affannare perciò di troppe cose fra le quali quella di chiederti se Io penso a te. Riposati sui cuori di quelli che ti amano e abbi fede. Dio non abbandona coloro che sperano in Lui ed esercitano la carità. Abbi la mia pace.

 

Che questo dettato sia in risposta ad un pensiero inespresso di Marta Diciotti è senz’altro inspiegabile per chi dubita dell’origine soprannaturale di quanto Maria scriveva.

La sopravvivenza stessa della Valtorta, a detta di numerosi medici, era un vero miracolo. Nella sua infermità, spesso e fino alla fine, Maria aveva febbre altissima, fino a quarantun gradi. Già nel 1947 aveva la pressione sotto i 90. Non può sfuggire qui una notevole somiglianza con le febbri e le precarie condizioni fisiche di Padre Pio, sorretto, come la Valtorta, da una potenza superiore. I due santi si conoscevano, per misteriose vie, anche se non si incontrarono mai: quando parlarono al grande santo di Pietrelcina della condizioni di salute della veggente, Padre Pio rispose di conoscere la situazione, ma di non poter fare nulla, perché la veggente aveva preso i suoi mali su di sé volontariamente, per la salute fisica e spirituale del prossimo, e se l’avesse guarita si sarebbe ripresa tutte le sue malattie immediatamente”. E Gesù, il suo Divino Maestro, le disse una volta che, se non fosse stata la Sua grazia a sostenerla, lei sarebbe morta da tempo, ma Egli le dava forza perché potesse servirlo.

Maria Cristina, figlia della vicina Anna Maria Antonini, già in punto di morte, guarì in modo straordinario per intercessione di Maria Valtorta. Il fatto è testimoniato in due diverse deposizioni, del 1976 e del 1982, di parenti della bambina, testimoni dirette dei fatti. La piccola aveva poco più di tre anni quando si ammalò di una violenta broncopolmonite “capillare”. Il medico non tacque la gravità del caso, la curò con la penicillina ma senza effetto. Nella notte del secondo giorno la bambina aveva febbre altissima, gridava che c’era la “otte” (la morte) che la voleva portar via. A un certo punto allargò la braccia e disse che non aveva più paura, perché era venuto Gesù e aveva mandato via la morte con un gesto imperioso, ed era “tanto bello”. Erano le tre meno un quarto, la bambina non aveva sognato, era ben sveglia. La mattina seguente la madre si affacciò alla portafinestra di Maria e le raccontò il fatto. La veggente domandò che ora era, e fu evidente che proprio a quell’ora ella aveva chiesto a Gesù di guarire la bambina. Prima di quell’episodio, la piccola non aveva mai visto un teschio, che invece dovette vedere la prima volta all’apparizione della “otte” che veniva a portarla via; inoltre la descrizione di Gesù e del suo vestito coincideva perfettamente con la visione di Lui che aveva avuto la Valtorta.

La provvidenziale amicizia spirituale con la carmelitana Madre Teresa Maria fu alla base di un nutrito scambio di lettere che documenta le gravissime persecuzioni subite ad opera del clero, e specialmente dei Serviti che avrebbero dovuto proteggerla e che finirono per metterle contro il Sant’Uffizio.

Padre Sostegno M. Benedetti, sacerdote servita, credeva alla soprannaturalità dell’opera, tanto che il 28 aprile 1947, alle ore 17, appose la sua firma sull’ultimo quaderno autografo di lei e, letto il commento dell’angelo custode Azaria al Vangelo della Santa Messa I dell’Epifania, andò in estasi e disse: “Basta questo brano per far dichiarare soprannaturale il lavoro.” Ma si tratta di una rarissima eccezione. La Valtorta annota l’indignazione di Cristo nei confronti dei Serviti:

 

Non parla più per loro. E questo silenzio di Gesù è sempre il massimo del suo furore. A me fa paura quando tace. Segno che giudica morti i colpevoli…”

 

Nel 1949 il Sant’Uffizio bloccò la pubblicazione. Come si sa, quell’organismo non si muove se non dietro una denuncia formale, e tale denuncia ci fu da parte di un altolocato Servita, del quale per carità cristiana la Valtorta tace il nome. Costui, stanco dell’insistenza di Padre Corrado Berti che intercedeva per la Valtorta, afflitta dalle atroci sofferenze fisiche, dai sospetti, dalle infinite tergiversazioni, dalle tentazioni diaboliche (il diavolo la tentava a negare l’origine soprannaturale dell’Opera e a pubblicarla a suo nome), nonché da ristrettezze finanziarie, si comportò come Giuda. Gesù aveva predetto a Maria: “Gli Scritti avranno la mia stessa sorte”, ossia di essere traditi come Egli lo fu.

Con l’avvento del papa “buono”, nel 1958, la situazione precipitò e l’Opera venne messa all’Indice l’anno successivo, in base a criteri illustrati in un articolo dell’Osservatore Romano del 6 gennaio 1960, dal quale si desume che la decisione era stata presa con la massima superficialità: i rilievi della gerarchia si appuntano infatti su idiosincrasie stilistiche di nessun significato, e su inesistenti “svarioni storici e geografici” dei quelli non viene fornito un solo esempio. Dopo la messa all’Indice, i preti continuarono a leggere gli Scritti, eludendo la proibizione con piccoli sotterfugi da leguleio di terz’ordine.

Dopo la messa all’Indice dei quattro volumi della prima edizione, Marta Diciotti ebbe occasione di parlare con Padre Sostegno e gli domandò se per leggerli aveva bisogno di una dispensa speciale. Sostegno rispose che non ce n’era bisogno, perché si potevano sempre leggere gli originali o le copie dattiloscritte. Va notato che Padre Sostegno non era affatto un sostenitore della Valtorta: dubitava di lei, la aggrediva verbalmente con sospetto e violenza. Solo più tardi, quando si decise a leggere gli Scritti, le divenne favorevole. Non stava quindi dando un aiuto da amico, ma si limitava a svelare le astuzie di certo clero che non prende sul serio nemmeno se stesso.

Marta, nella sua semplicità, abituata all’evangelico “sì sì, no no”, ne fu scandalizzata: “Ma Padre, è un inganno, un’ipocrisia.” Risposta: “Non stare a pensarci su! Il Sant’Uffizio…” Marta esplose: “Il vostro Sant’Uffizio è davvero allora una grande istituzione!” E tra sé, perdendo il lume degli occhi, Marta pensava: “Razza di vipere!… anzi no! di pagliacci! falsi, ipocriti, bugiardi! La Russia [quella sovietica] ha imparato da voi, che c’eravate prima del Cremlino!” E Sostegno insistette: “Se uno ottiene il permesso di leggere [un testo messo all’Indice], può farlo ad alta voce e gli altri possono ascoltare.” A quel punto a Marta venne voglia di non confessarsi più.

E non basta ancora: a proposito della scarsa serietà clericale e del peso nullo del Sant’Uffizio, un Padre francescano raccontò che al tempo della messa all’Indice degli Scritti, aveva risolto il problema sciogliendo la rilegatura dei quattro volumi in fascicoli, perché il divieto era sui quattro tomi, non sui fascicoli che li componevano. Capziosità farisaiche a non finire: a questo punto come prendere sul serio i pronunciamenti della gerarchia sulla Valtorta?

Situazione disperata ma non seria: dopo la messa all’Indice, numerose attestazioni favorevoli a Maria Valtorta, scritte da dignitari ecclesiastici, teologi e docenti universitari, dichiararono di sottomettersi al futuro giudizio della Chiesa, come se il Sant’Uffizio non si fosse mai pronunciato. Peraltro, che può dire ormai la Chiesa su Maria Valtorta, dopo averne detto tutto il male possibile? E dopo che la gerarchia si ostina ad imporre che se ne può leggere l’Opera solo se si ritiene che la veggente non fosse tale, ma un’illusa o un’ingannatrice, e il Suo Divino Maestro un essere inesistente? Infatti il senso della nota che – Tettamanzi docet – tuttora accompagna ogni volume de L’Evangelo non può essere che questo: il Divino Maestro è una pure invenzione della scrittrice che evidentemente vaneggiava o forse imbrogliava.

L’incauta propagazione degli Scritti da parte di Padre Migliorini, oltre che contraria agli ordini del Divino Autore, era pure teologicamente pericolosa, perché il religioso li batteva a macchina con molti errori, che potevano comportare seri rischi di eresia come, per lume celeste, la veggente più volte ammonì. Infine la pubblicazione ebbe luogo ad opera di un editore laico, il Pisani, non costretto dalla disciplina ecclesiastica, e la Valtorta dovette fare uso del proprio diritto d’autore per poter pubblicare l’Opera, mentre, secondo le istruzioni del Divino Maestro, questa avrebbe dovuto uscire anonima, per sottolineare che non si trattava di opera umana. Alla fine, la gerarchia rese inevitabile che, pur di far giungere L’Evangelo alle anime, si adottasse almeno in parte (dato che la veggente non smise mai di proclamare la vera origine dell’Opera) il suggerimento del diavolo di pubblicare col nome “Maria Valtorta” stampato sulla copertina.

Nonostante la scarsa serietà di tutta l’operazione, la messa all’Indice peserà come un marchio d’infamia, anche dopo l’abolizione dell’Indice stesso col Motu Proprio di Paolo VI Integrae servandae, del dicembre 1965, dove di servanda, cioè “da salvare”, in questa penosa vicenda, sembra sia soprattutto la faccia dei gerarchi del Sant’Uffizio. Successive prese di posizione confermeranno la validità della condanna, in base all’assunto che l’Indice conserverebbe il proprio valore “morale” pur essendo abrogato: vero capolavoro di ambiguità. Ma se aveva questo valore morale perché abolirlo?

Invece di riesaminare seriamente la questione, pronunciamenti successivi di alti prelati, come le lettere del Cardinale Ratzinger del 1985 e di Tettamanzi del 1992, non faranno che richiamarsi alla scomunica e alle prese di posizione precedenti, dando tuttavia implicitamente via libera alla pubblicazione, nella quale nessuno ha mai ravvisato un singolo errore teologico.

Ratzinger sente il bisogno di una excusatio non petita, vulgo “giustificazione non richiesta” dei giudizi precedenti, poiché scrive: “non si ritiene opportuna la diffusione e raccomandazione di un’Opera la cui condanna non fu presa [da intendersi “decisa”] alla leggera ma dopo ponderate motivazioni” [che non spiega e che nessuno ha mai spiegato]. Per Tettamanzi, come già rilevato, si può leggere l’Opera purché il lettore accetti di ritenere Maria Valtorta, la quale (in perfetto accordo col suo Divino Maestro e su istruzioni di Lui) afferma in continuazione l’origine celeste degli Scritti, una bugiarda o un’illusa. Espressioni della veggente come “dice Gesù” o “dice Maria” non sarebbero, secondo l’alto prelato improvvisatosi critico letterario, che espedienti appunto letterari. Ma ci sono o non ci sono errori dottrinali? Se sì, perché non condannare e bloccare apertamente e definitivamente? E se non ci sono, perché tante complicazioni e ambiguità? Evidentemente, una volta commesso un errore, i dignitari ecclesiastici hanno qualche difficoltà ad ammetterlo.

Ma per comprendere quanto sia assurda l’idea che le espressioni valtortiane come “Dice Gesù”, “Vedo” ed altre simili che introducono i dettati e le visioni sarebbero solo “espedienti letterari” dell’autrice, proviamo a vedere come sarebbe, ad esempio, l’incipit del Cap. VII dei Promessi sposi se il capolavoro manzoniano fosse il risultato di una serie di visioni come quelle valtortiane.

 

Mi si illumina la visione di un frate che, dal vestito mi pare un cappuccino, il quale arranca per una viottola storta e sassosa di un posto che non conosco, ma che mi ricorda vagamente l’alta Lombardia. Mi sembra una persona decisa e mi pare di averlo già visto nella visione avuta tre mesi fa del lazzaretto di Milano durante la peste, quando mi sembrava sul punto di soccombere al morbo. Adesso invece il frate mi pare in salute e agile. Si avvicina a una casetta modesta ma non troppo povera, bussa ed entra. Ad attenderlo tre persone che da principio non distinguo bene per la poca luce, ma che, se non erro, mi sembrano essere un giovane e una giovane, fratello e sorella o fidanzati, non so.

Sono vestiti alla moda dei contadini lombardi del Seicento, credo. C’è anche una donna più anziana che potrebbe essere la madre di uno dei due, o di entrambi. Il mio interno ammonitore mi dice che sono due promessi sposi, e che la promessa sposa è insidiata da un prepotente signorotto del posto.

— La pace sia con voi, — dice il frate, nell’entrare. — Non c’è nulla da sperare dall’uomo: tanto più bisogna confidare in Dio: e già ho qualche pegno della sua protezione.

Osservo grave delusione in tutti i presenti, anche se non saprei dire se sperassero molto nel tentativo che il frate è andato a compiere e del quale non comprendo bene lo scopo, ma mi è comunque chiaro che il tentativo stesso non dev’essere andato a buon fine.

— Vorrei sapere, — grida, digrignando i denti e alzando la voce, il giovane, presumibilmente un contadino — vorrei sapere che ragioni ha dette quel cane, per sostenere… per sostenere che la mia sposa non dev’essere la mia sposa.

Il frate risponde con voce grave e pietosa, e dalla sua risposta capisco che il giovane indignato si chiama Renzo:

— Povero Renzo! se il potente che vuol commettere l’ingiustizia fosse sempre obbligato a dir le sue ragioni, le cose non anderebbero come vanno.

— Ha detto dunque quel cane, che non vuole, perché non vuole?

— Non ha detto nemmen questo, povero Renzo! Sarebbe ancora un vantaggio se, per commetter l’iniquità, dovessero confessarla apertamente.

— Ma qualcosa ha dovuto dire: cos’ha detto quel tizzone d’inferno?

Il frate dà una lunga risposta che l’emicrania mi ha impedito di comprendere perfettamente, anche per la confusione che c’era in quel momento nella mia camera, con gente che andava e veniva, e con la quale, per ordine del Divino Maestro, devo sempre esercitare pazienza. Non posso quindi ripetere ciò che il frate ha detto perché sarebbero parole mie e non quelle realmente pronunciate.

Mi pare comunque di capire che la risposta del frate non tranquillizzi affatto il giovane, dato che l’insidiatore della fanciulla sembra irremovibile.

Pronunciate parole di conforto e promesse di aiuto, il frate esce in fretta e va, correndo, e quasi saltelloni, giù per quella viottola storta e sassosa, per un motivo che non comprendo. Forse teme di arrivare tardi al convento.

A questo punto mi cessa la visione e tutto finisce.

Ed era ora, perché non ne posso più. Infatti sono da ieri sera in preda ad un attacco cardiaco che mi ha portato sull’orlo della tomba, la colonna vertebrale mi dà dolori atroci, come pure le ovaie invase dal cancro. Oltre che all’emicrania, ho una spaventevole nausea con capogiri che quasi mi levano di sentimento.

Lascio a lei, Padre Libroraptor, la decisione su dove inserire questa visione. Poiché sono sola e la paralisi non mi consente di prendere l’altro quaderno che si trova a tre metri da me, non sono in grado di decidere.

 

Ma quale scrittore scriverebbe in questo modo nell’esporre una storia inventata da lui stesso?

E non basta. Proviamo a immaginare dei Promessi Sposi scritti di getto in questo modo, senza correzioni se non qualche rarissimo e infinitesimo dettaglio di ortografia o di battitura a macchina.

Non basta ancora. Immaginiamo che siano stati scritti in molte centinaia di brani sparsi, in un ordine di questo genere:

– Fra’ Cristoforo assiste gli appestati nel lazzaretto di Milano,

– Il convito di Don Rodrigo,

– Renzo dal cugino Bortolo,

– La notte dell’Innominato,

– L’addio ai monti,

– Don Rodrigo si sveglia dopo un incubo e scopre di avere la peste,

– La monaca di Monza costretta a farsi suora,

– I capponi di Renzo,

– Il Griso deruba il padrone ammalato e fugge,

– Il passaggio dei lanzichenecchi,

– Don Abbondio minacciato dai “bravi” se farà “quel tal matrimonio”,

– L’osteria della Malanotte,

– Renzo decide che i suoi figli imparino a leggere e scrivere,

– Il carro dei monatti,

– La giovinezza dell’Innominato,

– Lo studio di Azzeccagarbugli,

– Quel ramo del lago di Como,

– La casa di Donna Prassede,

– Fra Cristoforo va a chiedere perdono al fratello dell’ucciso,

– Lucia riempie di noci la bisaccia di fra’ Galdino,

– eccetera eccetera.

E immaginate che, cucendo insieme lo spaventoso guazzabuglio di centinaia e centinaia di frammenti, scritti di getto senza un piano e in un tale disordine, per la maggior parte in disastrate condizioni di sfollamento in piena guerra, con i topi passeggianti sulle travi del soffitto, che tra l’altro perdeva, così che, in caso di pioggia, alla poveretta costretta a letto occorreva l’ombrello (tali erano infatti le condizioni a S. Andrea di Còmpito), ad opera di un autore semi-paralitico e non particolarmente dotto, venga fuori, completo, coerente ed elegante, il romanzo dei Promessi sposi. Provate pure ad immaginare che il romanzo contenga descrizioni del cielo stellato di parecchi secoli fa, introdotte dall’autore in modo casuale, senza rendersi conto della loro importanza e che queste descrizioni, ricostruite mediante effemeridi computerizzate, risultino assolutamente esatte. Provate inoltre a immaginare che contenga descrizioni di città e palazzi di cui si è perduta memoria, e che vengono riscoperti grazie alle dettagliate e precise informazioni del romanzo stesso. Pur di negare l’origine ispirata dell’Opera, i dottori difficili (perfino oggi!) non esitano a sfidare il ridicolo, a conferma del fatto che gli estremi si toccano. Infatti i presuntuosi tradizionisti convinti di essere i difensori di quella che credono essere la Tradizione, i sedevacantisti, come pure i progressisti estremi ultrarazionalisti alla Pier Angelo Gramaglia, si danno la mano a insultare una delle più grandi e sante veggenti mai esistite.

L’ordine mirabile de L’Evangelo, scaturito da un disordine inestricabile, i caratteri stilistici dell’Opera, e tutta una serie di altre prove astronomiche, naturalistiche ed archeologiche schiaccianti, sono tali da escludere senza il minimo dubbio l’invenzione autonoma, anzi da escludere l’invenzione umana, a parte qualche marginale notazione della grande veggente, notazione ben individuata e isolata dalle parti ispirate con frasi come: “Adesso parlo io”. Spesso la Valtorta riconosce luoghi che ha già visto in precedenti visioni che cronologicamente vengono dopo nel racconto che, come abbiamo visto, venne composto tutt’altro che in ordine.

Più di una volta, Maria Valtorta dà prova di una semplicità davvero disarmante, unita però ad un’assoluta lucidità, che sono del tutto incompatibili con qualunque inganno, illusione o autoinganno. Anzitutto va ricordata l’importantissima dichiarazione di lei: “Assicuro sulla mia coscienza che quanto scrivo, perché lo vedo e lo odo, lo scrivo mentre lo vedo e lo odo.” (17 settembre 1945, Cap. 361, corsivo aggiunto). Affermazione in netta e insanabile contraddizione con l’imposizione ai cattolici di non ritenere l’Opera “di origine soprannaturale”, tenuto anche conto che Maria Valtorta non poteva, con mezzi umani, assolutamente conoscere neppure la minima parte di quello che scrive.

La visione a Betsaida della profezia sul martirio degli apostoli (1° dicembre 1945, Cap. 347) suggerisce alla Valtorta una comica osservazione sul grande numero di discepoli: “Ormai tenerli a mente è un bel pasticcio.” E infatti spesso le capita di riconoscerne uno di vista ma di non ricordarne il nome. Non è esattamente quello che accadrebbe a uno scrittore che inventa.

Si aggiunga a ciò la perfetta e già ricordata descrizione delle posizioni degli astri negli anni della vita di Gesù, nonché di numerosi centri urbani, come Hazor (scavato nel 1955, quando l’Opera era finita da anni) o di edifici come il palazzo di Lazzaro (individuato dopo la morte di lei) o il passaggio segreto nelle mura del Tempio (pure scoperto dopo la morte delle veggente). Si consideri che i dettati e le visioni si susseguivano a ritmo serrato, per cui Maria Valtorta non avrebbe potuto prepararsi neppure se avesse voluto, e comunque non le era possibile, essendo priva di preparazione specifica e di testi adeguati (che comunque non avrebbero potuto riportare cose che, all’epoca, erano ignorate da tutti), avendo fatto solo modesti studi tecnici. La lista delle enormi conoscenze che umanamente non avrebbe potuto avere è lunghissima, ma aggiungiamo ancora un solo esempio: come poteva la Valtorta conoscere i coccodrilli nani del fiume Nahal Tainninim, estinti due secoli fa e noti solo a pochissimi specialisti?

E il tutto mentre era impossibilitata ad alzarsi dal letto; inoltre la maggior parte de L’Evangelo non venne scritta neppure a Viareggio, ma, come già detto, nelle spaventose condizioni dello sfollamento a S. Andrea di Còmpito.

Ebbene, tutte queste schiaccianti prove non sono ancora nulla. C’è un’altra ben più importante prova dell’autenticità e dell’origine celeste dell’Opera valtortiana. Sono le innumerevoli conversioni ottenute da chi l’ha letta. Prima ancora della pubblicazione, solo per aver letto solo qualcuno dei quaderni, un’intera famiglia atea e comunista ritornò alla Fede. Analoga la conversione di una coppia di hippies i quali, venuti a contatto con L’Evangelo come mi è stato rivelato, si sposarono, ebbero cinque figli e presero a condurre una vita morale. E gli esempi possono moltiplicarsi.

E non è ancora nulla. Cosa può esserci ancora? La riluttante testimonianza del demonio stesso costituisce la prova regina che non ammette replica. Se un volume valtortiano viene posto a contatto con un posseduto, il diavolo, attraverso il posseduto stesso, urla: “Toglietemelo! Brucia! Brucia!”

Sorge legittima la domanda: perché il Divino Maestro ci ha dato questa preziosa rivelazione privata? Perché Egli vede quello che noi non siamo in grado di vedere. Naturalmente Egli parla chiaro e con autorità, senza ricorrere a dotte citazioni e infinite sottigliezze come gli scribi (Marco 1, 22), e tanto meno insegue “consenso” e “convergenza”, ma proclama apertamente che il distacco di rami dalla Chiesa non è che il risultato del “morso di Satana” (L’Evangelo, Cap. 203), altroché corteggiare i protestanti (e manca poco che i progressisti facciano santo Lutero), e insegna che “da Dio ha libello di ripudio la sinagoga per i suoi troppo orrendi delitti” (L’Evangelo, Cap. 638). Affermazioni poco ecumeniche, naturalmente, ma il Divino Maestro onnisciente vede che “maiora premunt”, vede che si stanno perdendo le anime, ed ammonisce: “voi state perendo e vi voglio salvare” (L’Evangelo, Cap. 652).

L’Evangelo era infatti destinato principalmente ai direttori di anime, per offrire una migliore base alle loro predicazioni e al loro insegnamento, per compensare per i troppi pulpiti vuoti o male occupati. E forse, se quel dono celeste fosse stato preso sul serio dalla gerarchia, al Concilio Vaticano II e nel disastroso postconcilio molte cose sarebbero state diverse.


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