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È la tesi di Max Weber che continua ad essere ritenuta valida dai sociologi, mentre gli storici dell’economia sanno bene che è totalmente errata: la demolì efficacemente anche Amintore Fanfani. Analogamente è “opinione comune che, ponendo l’accento sulla responsabilità individuale per raggiungere la salvezza, la Riforma produsse un grande risveglio di religiosità popolare che, libera dalla costrizione cattolica e potendo usufruire dei servizi religiosi nella sua lingua, la gente riempiva le chiese.” (p. 283).

Tutto falso.

Nei paesi protestanti, l’assenteismo domenicale era generalizzato. Quelli che andavano in chiesa erano spesso ubriachi, dormivano o schernivano il prete e gli facevano il verso, e nessuno si univa al canto degli inni. Lo stesso Lutero ne porta testimonianza, scrivendo, nel 1529: “L’uomo comune, soprattutto nei villaggi, non sa assolutamente nulla della dottrina cristiana; e di certo molti pastori sono assolutamente incompetenti e inadatti a insegnare, Eppure sono tutti cristiani, sono battezzati e ricevono i santi sacramenti, anche se non sono neppure capaci di recitare il Padre nostro, il Credo o i comandamenti. Vivono esattamente come animali.” (p. 285).

“Spiegava lo storico Hugh Trevor-Roper (1914-2003): ‘L’idea che il capitalismo industriale su larga scala fosse ideologicamente impossibile prima della Riforma è demolita dal semplice fatto che esisteva’. Il celebre Fernand Braudel lamentava: ‘tutti gli storici hanno contestato questa debole tesi (l’etica protestante) anche se non sono riusciti a spazzarla via una volta per tutte. Eppure è chiaramente falsa. I paesi settentrionali presero il posto che precedentemente, così a lungo e così brillantemente era stato occupato dai vecchi centri capitalisti del Mediterraneo. Non inventarono nulla, né in fatto di tecnologia né di gestione finanziaria’. Per giunta, nel loro cruciale periodo di sviluppo economico, persino questi nordici centri del capitalismo erano cattolici, non protestanti – la Riforma era ancora in un futuro molto lontano.” (p. 287).

“Le società tradizionali tenevano in grande considerazione i consumi e disprezzavano il lavoro. Questo valeva non solo le èlite privilegiate, ma anche per quanti trascorrevano le proprie giornate sgobbando. Concetto quali la ‘dignità’ del lavoro o l’idea che il lavoro è un’attività virtuosa erano incomprensibili nell’antica Roma o in qualsiasi altra società precapitalistica. Piuttosto, così come spendere è lo scopo della ricchezza, l’approccio preferito al lavoro è avere qualcun altro che lo faccia e, in mancanza di questo, lavorare il meno possibile. Per esempio in Cina i mandarini si facevano crescere le unghie quanto più potevano (arrivando persino al punto di proteggerle con scudi d’argento per evitarne la rottura) perché fosse evidente che non lavoravano. Sembra dunque che il capitalismo abbia imposto e incoraggiato un atteggiamento notevolmente diverso: considerare il lavoro intrinsecamente virtuoso e riconoscere la virtuosità di limitare i propri consumi. Ovviamente Weber lo definì ‘etica protestante’, perché riteneva che fosse assente nella cultura cattolica. Ma Weber si sbagliava.” (pp. 298-9).

“A differenza di quanto, per esempio, accadeva in Oriente, dove gli uomini santi si dedicavano alla meditazione e vivevano di carità, la maggior parte dei monaci cristiani medievali vivevano del proprio lavoro, contribuendo alla prosperità delle loro tenute agricole. Questo non solo impedì che ‘lo zelo ascetico si pietrificasse in fuga dal mondo’, ma incoraggiò un salutare interesse nei confronti delle questioni economiche. Pertanto, anche se la tesi ‘dell’etica protestante’ era sbagliata, di certo il capitalismo è stato legato a ‘un’etica protestante’.” (p. 300)

“La teologia cristiana non si è mai cristallizzata. Il fatto che Dio intendesse che la Sacra Scrittura sarebbe stata compresa in modo più adeguato, a mano a mano che gli esseri umani avessero acquisito maggior sapere ed esperienza, garantì una continua rielaborazione di dottrine e interpretazioni. E così fu.” (pp. 300-1). [Qui, come già notato nella recensione, l’autore confonde la dottrina, che è immutabile, con i possibili adattamenti pastorali, i quali tuttavia non possono mai andare contro la dottrina conservata nel Depositum fidei. Si tratta di un errore tipicamente protestante, che sa di “libero esame” luterano.]

“Molto probabilmente la conseguenza più profonda e duratura della Riforma protestante fu aver causato la Riforma cattolica, o Controriforma. Nel Concilio di Trento (1551-52), la Chiesa cattolica mise fine alla simonia (la vendita delle cariche ecclesiastiche), impose il celibato dei preti e rese disponibili versioni ufficiali e poco costose della Bibbia nelle lingue volgari. In poche parole, la Chiesa di Fede sostituì in modo permanente la Chiesa del Potere. A Trento la Chiesa decise anche di istituire una rete di seminari per istruire coloro che sarebbero diventati preti. Pertanto, nel XVIII la Chiesa vantava ormai uomini colti, ben preparati nella teologia e la cui vocazione era stata forgiata e messa alla prova in una sede formale e istituzionale. In questo modo la Chiesa affrontava il mondo moderno.” (p. 309).


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