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Queste frasi furono pubblicate in un capitolo, dal titolo “La prigione del dogma cristiano”, di un best-seller intitolato The Discoverers (Gli scopritori) (1983). L’autore non era uno scrittore qualunque, ma Daniel J. Boorstin (1914-2004), già professore presso l’università di Chicago, poi bibliotecario del Congresso e storico presso la Smithsonian Institution. Nel corso della sua prestigiosa carriera, Boorstin fu pure insignito del Premio Bancroft e del Premio Pulitzer, onorificenze legate alla sua posizione sui dannosi effetti della Chiesa cattolica sulla cultura classica. Per molto tempo, è stata opinione comune che, dopo la caduta di Roma, l’Europa si sia trascinata attraverso un millennio di ignoranza, millennio che (p. 107) finì con l’essere noto come “Secoli Bui” (e talvolta “Età della Fede”). Il celebre storico di Cambridge J.B. Bury (1861-1927) osservò che quando l’imperatore Costantino abbracciò il cristianesimo “ebbe inizio un millennio in cui la ragione fu incatenata, il pensiero schiavizzato e il sapere non progredì. E l’illustre William Manchester (1922-2004) descriveva questo periodo come “un’era di incessanti guerre, corruzione, illegalità, ossessione per strani miti e una quasi impenetrabile irrazionalità (…). I Secoli Bui furono una desolazione sotto ogni aspetto.” (p. 108).

“Francesco Petrarca (1304-1374) può essere stato il primo a definire il “periodo che va dalla caduta dell’Impero Romano fino ai suoi tempi, come un’epoca di ‘oscurità’, una valutazione anticattolica che è riecheggiata nei secoli. Così, Voltaire (1694-1778) descriveva questo lungo periodo come un’epoca in cui “barbarie, superstizione (e) ignoranza coprivano la faccia della Terra”. Secondo Rousseau (1712-1778), “l’Europa era ricaduta nella barbarie dei tempi più antichi. Gli abitanti di questa parte del mondo (…) alcuni secoli fa vivevano in una condizione peggiore dell’ignoranza”. Anche Edward Gibbon (1737-1794) sosteneva che la caduta di Roma fu “il trionfo della barbarie e della religione”. Più recentemente, sulla questione, Bertrand Russell (1872-1970) mise a disposizione la propria formidabile autorità, scrivendo nell’edizione illustrata del suo famoso libro di testo: “Quando decadde l’autorità centrale di Roma, i territori dell’Impero d’Occidente iniziarono a precipitare in un’era di barbarie durante la quale l’Europa subì un generale declino culturale. I Secoli Bui, come vengono chiamati (…) non è inappropriato definirli tali, specialmente se paragonati a quello che venne prima e a quello che venne dopo.” (p. 108).

Tutto falso.

“In parte, l’idea che l’Europa sarebbe precipitata nei “Secoli Bui” è frutto di un imbroglio, ordito da intellettuali fortemente antireligiosi come Voltaire e Gibbon, determinati a sostenere che la loro era ‘l’Età dei Lumi’. Un altro fattore sta nel fatto che troppo spesso gli intellettuali provano interesse soltanto per le questioni letterarie. È assai vero che, dopo la caduta di Roma, gli europei colti non scrivevano un latino elegante quanto quello dei migliori autori romani. Per molti fu un motivo sufficiente per considerarla un’epoca di arretratezza. Per giunta in questo periodo ai pensatori classici, come Platone e Aristotele, veniva dedicata solo una scarsa attenzione, e anche questa era considerata una prova di diffusa ignoranza.” (p. 112).

Un altro elemento che ha contribuito al mito dei Secoli Bui fu che, in quel periodo, non c’erano più grandi città con centinaia di migliaia di abitanti, come nel mondo antico Roma e Alessandria. Sembrava ovvio che una cultura elevata non avrebbe potuto esistere nelle piccole comunità dell’Europa medievale: nell’anno mille Parigi aveva solo 20.000 abitanti, a Londra non ce n’erano molti di più e Roma era scesa a poco meno di 30.000 abitanti. Forse però il fattore più importante nella creazione del mito dei Secoli Bui fu l’incapacità degli intellettuali di valutare, o persino notare, gli elementi fondamentali della vita reale. E dunque, rivoluzioni in campo agricolo, armamenti e tecnica militare, utilizzo di energie non direttamente fornite dall’uomo, trasporti, manifattura e commercio non vennero presi in considerazione. Lo stesso dicasi per il notevole progresso morale. Per esempio, al tempo della caduta di Roma ovunque in Europa c’era la schiavitù; all’epoca del rinascimento era sparita per sempre. Ma quello che è veramente difficile da spiegare è come gli inventori dei Secoli Bui abbiano potuto trascurare quello che sembrerebbe dovesse essere il loro interesse principale: la cultura di alto livello. Eppure non si accorsero, o snobbarono, l’enorme progresso che avvenne nel campo della musica, della letteratura, dell’istruzione e della scienza.” (p. 112).

“Non ci fu quasi alcun progresso tecnologico in epoca romana” (p. 113).

Questo non è esatto, come precisato anche nella recensione: i Romani realizzarono imponenti opere tecnologiche sia in campo ingegneristico, come acquedotti e cloache, sia militare, poiché la costruzione delle artiglierie pesanti a torsione usate dai Romani richiedevano la soluzione di equazioni di terzo grado, come è stato dimostrato dall’archeologia sperimentale, che ricostruisce in laboratorio i prodotti della cultura materiale delle civiltà del passato.

“Sarebbe ora che enciclopedie e dizionari la smettessero con il mito negativo del Medio Evo.” (p. 113).

[Ma sarebbe anche ora di smettere di sminuire Roma.]

Errore: la cavalleria pesante sarebbe stata inventata dai Franchi che sconfissero gli islamici a Poitiers nel 732. (p. 116). Non è vero: i romani d’epoca tarda avevano già cavalieri pesanti, i clibanarii.

“La base della fede nel progresso, tipicamente europea, non era un trionfo della laicità, ma della religione. (…) (p. 131).

“Basta dunque con l’assurdità del ‘trionfo della barbarie e della religione’ E basta con le sciocche affermazioni secondo cui azioni secondo cui l’Età della Ragione ebbe inizio verso il 1600. Forse l’aspetto più rivelatore di questa assurdità è la pretesa che fu Descartes, colui che spianò la strada e impersonò l’Età della Ragione. In effetti, esplicitamente, Descartes prese a modello i suoi predecessori Scolastici quando, partendo dal più basilare degli assiomi (“Penso, quindi sono”), cercò di ragionare sui fondamenti della fede cristiana. In seguito, vari filosofi hanno contestato la validità dei passaggi di questa sua catena deduttiva, ma la cosa importante è che Descartes non si ribellava all’Età della Fede, ma al contrario era perfettamente a proprio agio nell’estendere alla ragione la lunga tradizione dell’impegno cristiano.” (p.130).

Ma Descartes, come rilevato anche nella recensione, svaluta il concetto di Essere, e quindi porta ad un regresso della filosofia rispetto a san Tommaso d’Aquino. Da lui nasce il primo germe del funesto relativismo.

“Per contro, l’espressione ‘Età della Ragione’ deriva dal titolo di un libro di Thomas Paine, scritto nel 1793-94, mentre era in prigione durante la rivoluzione francese. Nonostante il titolo, non si trattava essenzialmente di un’opera della regione, ma di un’invettiva in nome della ragione, per la maggior parte dedicata agli attacchi contro la Bibbia e a tutte le religioni, in quanto ‘invenzioni fantasiose’.” (pp. 13°-1).

“Quando si analizza il profilo convenzionale della storia occidentale ci si imbatte in alcune invenzioni veramente fantasiose, che però non furono inventate dalla Chiesa, ma da intellettuali laici, i quali coniarono i Secoli Bui, il Rinascimento, l’Illuminismo e l’Età della Ragione: grandi epoche storiche, che in realtà non ci furono mai.” (p. 132).

Si aggiunga che fra queste grandi epoche storiche inesistenti si deve contare anche il Risorgimento e la sua appendice, la “resistenza”.


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