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La “lectio brevis” di quell’ultimo giorno cominciò in una baraonda ormai tollerata dall’insegnante, che si mise a discorrere con alcuni allievi, mentre altri invano supplicavano per conoscere i propri voti. Paolo estrasse un blocchetto per appunti e scrisse:

“Cara Claudia, ti amo tanto e vorrei chiederti…”.

Subito si fermò, con la certezza di aver scritto una puerilità. E poi se qualcuno l’avesse letto… Lacerato il foglio in minutissimi pezzetti, si mise in tasca i frammenti per disperderli più tardi, fuori della scuola, dove nessuno potesse rimetterli insieme. Questo si ripeté sei volte, prima che la forma del messaggio gli sembrasse soddisfacente:

“Cara Claudia, avrei voluto dirti tante cose, ma finora non ho trovato il coraggio. Posso vederti questo pomeriggio? — Paolo”.

Ripiegato con cura il foglio, lo passò trepidante al banco posteriore. Sentì con delizia le dita di lei sfiorare le sue nel prendere il messaggio. Ecco: il momento era giunto: si sentì battere leggermente sulla spalla, e lei gli porse lo stesso pezzetto di carta malamente ripiegato. Sotto le parole di lui aveva tracciato un grosso punto interrogativo. Nient’altro.

“Che significa?” pensò Paolo con ansia. Forse una richiesta di spiegazioni? Preparò dunque un altro biglietto.

“Cara Claudia, spero di non averti offesa. Desideravo solo offrirti un gelato e stare un po’ con te. Mi sembra che non ci sia niente di male”.

La risposta fu:

“Io adoro i gelati. Dove vuoi che ci vediamo?”.

Accettava. Paolo guardò quasi incredulo il biglietto di lei. Si volse a guardarla. Non gli era mai apparsa così bella e si sentì inondare di gioia. Subito pensò al luogo più adatto all’appuntamento: vicino alla casa di Claudia perché le riuscisse più comodo, ma abbastanza lontano dagli occhi dei genitori di tutti e due. I genitori erano un pericolo, fonte di minaccia e di crudele sarcasmo. L’immagine di sua madre ingigantiva nella mente di lui.

“Era un bambino dif-fic-cil-le”, con il solito imprecisato numero di consonanti doppie, aveva detto subito ad una compagna che, l’anno precedente, era semplicemente andata qualche volta a studiare da lui, senza che ci fosse alcuna intesa sentimentale fra loro. L’estranea andava subito messa in guardia, perché non nutrisse disegni su quel figlio che costava tanto. Una circostanza che Paolo ignorava era che, per maggior sicurezza, sua madre, di nascosto, aveva plasmato una rozza figurina di cera che avrebbe dovuto rappresentare l’estranea e l’aveva trafitta con un bel po’ di spilli, nascondendo poi il tutto nell’angolo più remoto di un cassetto dove soltanto lei era autorizzata a mettere le mani. Ogni ragazza che anche solo potenzialmente si profilasse all’orizzonte era “l’estranea”.

No, per carità, sua madre non doveva sapere nulla dell’“estranea”. O, almeno, se proprio era inevitabile, pensava Paolo, doveva saperlo il più tardi possibile, quando il loro rapporto si fosse consolidato, e meglio ancora quando lui fosse ormai in grado di mantenersi e di andar via da casa.

L’incontro con Claudia doveva essere un segreto. Ogni sguardo, ogni parola una gemma preziosa da custodire e celare a tutti gli altri, un dolcissimo ricordo da tener stretto per sempre. Scrisse ancora sul blocchetto:

“Davanti all’ingresso dei giardini pubblici alle quattro. Va bene?”

Rifletté qualche istante. Poi, gettata al vento ogni prudenza, aggiunse altre sei parole che a Claudia in tutta la sua vita non sarebbero mai più state rivolte con tale appassionata sincerità:

“Ti amo con tutta l’anima”.

Claudia, piena di trionfo, ma anche un po’ commossa (ma solo un po’, pochissimo, quasi niente), non gettò via subito quell’ultimo biglietto. Curvandosi verso il compagno gli sussurrò all’orecchio:

“Sei un simpaticone. Vacci ai giardini. È facile che venga.”

Le parole, il suono della voce, l’alito profumato della ragazza inebriarono Paolo. Il tempo volava, le cose avevano colori più belli, la luce non era più la stessa. Inaspettata per lui suonò la campanella del “finis”. Aveva sognato che quei momenti fossero eterni e dovette riscuotersi. Bisognava tornare alla realtà. Il chiasso dei compagni non gli era mai sembrato così molesto come quando si trattò di uscire e di separarsi da Claudia. Una sottile ansia entrò in lui.

Come puledri all’improvviso liberi, tutti i ragazzi si precipitarono tumultuando fuori dell’aula. Vi fu un gran stropiccìo di piedi, ribaltine dei banchi sbattute, schiocchi di serrature delle cartelle. Molti si affollavano intorno alla cattedra per fare gli auguri di buone vacanze all’insegnante, altri uscivano masticando amaro, prevedendo una brutta pagella. Alcuni si chiamavano ad alta voce. Ovunque incontenibile chiasso e confusione.

Paolo avrebbe voluto scambiare ancora qualche parola con Claudia, ma l’uscita della loro classe e delle altre che si mescolavano via via per i corridoi e le scale fu qualcosa di simile al Niagara. Stordito, si ritrovò in strada e, cercando con gli occhi la compagna prediletta, la vide allontanarsi insieme ad altri. In pochi balzi la raggiunse e le si mise a fianco. La “lectio brevis” era stata così “brevis” che erano appena le dieci. Una bella passeggiata in compagnia sembrava proprio adatta per concludere quella mattinata di festa. Sette ragazzi e tre ragazze. Nel gruppo dominava Andrea Falco, vivace come sempre. Stava attirando l’attenzione col movimentato racconto di una gara di sci cui aveva preso parte l’inverno scorso. Era arrivato ottavo, cadendo rovinosamente a venti metri dal traguardo e tagliandolo in uno strano groviglio di braccia, sci, gambe.

“Il bello è che non mi sono fatto niente, non mi sono rotto nessun osso. Ma sono rimasto così stordito che non riuscivo più a parlare. C’era un tapino all’altoparlante che continuava a ripetere: ‘Il numero, per favore, il numero del concorrente appena arrivato, comunicateci il numero, per favore’. Io non riuscivo a spiccicare parola e pensavo: ‘Possibile che non sappiano leggere?’. Il numero l’avevo sul maglione, davanti e dietro, a cifre grandi così.”

Tutti risero rumorosamente. Paolo pensava a quanto doveva essere bello poter sciare, se solo non ci fosse stato l’incubo del “pan dimandato”. Camminavano in gruppo per il centro. Ad un tratto sbucò davanti a loro un nutrito manipolo di goliardi con i caratteristici berretti. Erano in vena di scherzi e andavano molestando ragazze e passanti. Quando videro i liceali cominciarono ad avvicinarsi, con le mani in tasca, vociando che loro erano le colonne, e che ce l’avevano come una colonna, e se volevano vederlo. Non occorse altro perché Andrea, Paolo e tutti gli altri si precipitassero in rapida e prudente ritirata, prima ancora che qualcuno dicesse: “Gambe, ragazzi.”

“Però erano carini,” osservò Claudia, ansimando un poco “forse non era il caso di scappare così.”

“Ma non ti sei spaventata?” le domandò premurosamente Paolo, un po’ interdetto per l’uscita di lei.

“Io no, volevo solo allenarmi per le Olimpiadi, e tu?” ribatté Claudia ridendo. Aveva sempre la risposta pronta, ed egli non seppe cosa risponderle.

“A proposito di corse,” sparò fuori Andrea “sentite questa. Un signore compitissimo accompagna una signorina all’ippodromo. Alla ragazza vien voglia di scommettere e lo dice al suo cavaliere il quale, sempre compitissimo, studia un po’ i cavalli e propone: ‘Che ne direbbe se ci facessimo una bella accoppiata?’. E la ragazza: ‘Così, in mezzo a tutta questa gente?’.”

Paolo non capì, o meglio, ebbe solo una vaga intuizione di quel che la storiella voleva dire, ma si mise a ridere con gli altri per non passare da allocco.

“Ma Falco!” esclamarono le ragazze.

“Sì, avete ragione,” ammise Andrea “sentite quest’altra, ancora sulle corse. Al momento della partenza, fra il pubblico, intensa aspettativa ed eccitazione. Parte il colpo di pistola. Tutti trattengono il fiato, ma i cavalli non si muovono, anzi cadono addormentati sulla linea di partenza e i fantini crollano dalle selle vinti da un sonno irresistibile. Gran mormorio di delusione, poi una voce si leva dal fondo: ‘C’era da aspettarselo; è da tre mesi che si allenano’.”

Nessuno rise questa volta.

“È scema”, osservò deluso uno dei ragazzi.

“Lo so,” rispose Andrea “come volevasi dimostrare. Le barzellette sono di due tipi: o sporche o stupide.”

“No, di tre;” ribatté Marta, che non aveva riso né alla prima storiella né alla seconda” ci sono anche quelle che sono sporche e stupide.”

“Ah sì? allora sta a sentire questa.” riprese Andrea che non intendeva farsi mettere sotto “L’assessore alla cultura della nostra brillante amministrazione comunale telefona alla Scala per ottenere urgentemente un sostituto per una parte di tenore in un’opera che deve andare in scena qui da noi in capo a due giorni, dato che il titolare si è buscato il mal di gola e non può cantare. Gli passano il soprintendente, il quale avverte: ‘Sa, di tenori c’è penuria’. Risposta lapidaria del valente assessore: ‘Bene, me lo mandi’.”

“Ti concedo che questa è carina;” ammise Marta” ma dove l’hai pescata?”

“È autentica. Basta lasciar parlare i nostri politici, e da ridere ce n’è finché si vuole.”

“O da piangere”, completò Belmonte, che era sempre quello di umore meno allegro in tutta la compagnia.

La passeggiata continuò così per un’ora, fra scherzi e risate, poi il gruppo cominciò a sfilacciarsi, perché le ragazze presero a fermarsi incantate davanti alle vetrine di moda e parte dei ragazzi, con Andrea in testa, andarono avanti, mentre altri, fra cui Paolo, si fermavano ad aspettarle. Poi due dei più impazienti si staccarono dagli altri senza salutare ed entrarono in un bar a giocare al biliardino. Via via che il gruppo si trovava a passare nei pressi delle abitazioni dell’uno o dell’altro, si assottigliava sempre più, finché rimasero in due: Paolo e un tipo alto, bruno, con gli occhiali, piuttosto scontroso, che aveva pochi amici e amava le lunghe passeggiate. Con grave disappunto di Paolo, Claudia era stata fra i primi a tornarsene a casa. Comunque, assetato di compagnia com’era, e poco desideroso di rivedere il resto della famiglia, egli rimase insieme a quell’ultimo compagno e continuarono a camminare senza meta.

Quando si salutarono, mezzogiorno era passato da un pezzo, e Paolo arrivò a casa tardi, ad affrontare gli inevitabili rimbrotti materni e il solito ritornello “vita maledetta”. Ma era tutto eccitato e felice al pensiero del prossimo appuntamento e fece poco caso a ciò che usciva da quella bocca. A tavola mangiò poco e fu distrattissimo, mentre sua madre, che sedeva di fronte a lui, lo scrutava continuamente, intenta a fargli il processo alla faccia. Lo faceva spesso. Paolo aveva finito per considerarlo una specie di amaro gioco. Egli taceva e l’autrice dei suoi giorni si infuriava perché qualcosa nella sua espressione le dava fastidio, finché erompeva in imprecazioni su quell’impenetrabile figlio che le pareva nascondesse malignamente chissà quali inconfessabili segreti, finché giungeva all’inevitabile esplosione di “vita maledetta” e “maledetto il giorno e l’ora che son nata”. Anche quel giorno, per tutto il pranzo, il processo alla sua faccia andò avanti come da copione.

Dopo pranzo ecco il grave problema: sua madre gli avrebbe permesso di uscire?

“Non lasciarti trascinare troppo presto in amoretti e fantasie stupide. I frutti fuori stagione sono frutti cattivi.” Questo veniva dicendogli da un po’ di tempo, in modo calmo quando era calma, e con contorno di imprecazioni quando era agitata, ciò che avveniva piuttosto spesso. Il figlio era suo e doveva fare quel che voleva lei, o meglio non doveva far nulla. Lei sola lo avrebbe guidato quando fosse “venuto il tempo”. E quando sarebbe stato ciò? Nessuno lo sapeva, a cominciare da lei.

Confidarle tutto? Fuori questione. Era di gran lunga meglio dire che usciva a prendere una boccata d’aria. Naturalmente avrebbe voluto indossare il suo vestito migliore, ma anche questo era fuori questione. Si concesse solo la sua cravatta più bella, anche se un po’ lisa, fra le pochissime che possedeva. Con l’animo pieno di compromessi e sottintesi, abbordò la madre.

“Posso? vado a fare due passi.”

“Dove vai? quando torni?”

“Non so, dipende…”

“Come sarebbe a dire ‘dipende’?”

“Ma sì, dipende… dal tempo.”

“Non fare il cretino come al solito. Non credere di poter giocare d’audaccia con me.”

“Ma voglio solo uscire un po’.”

“Perché quella cravatta? Dimmi dove vai, disgraziato. Hai un appuntamento con qualche impiastro di ragazzetta. Di’ la verità.”

“Ma no, esco, e così puoi riposare in pace.” Il pomeriggio, infatti, sua madre doveva riposare perché era stanca, dopo aver passato la mattinata facendo lo “striglione” di casa. Voleva silenzio assoluto. Ma al tempo stesso proibiva che si chiudesse la porta della camera per attutire i rumori. Quella doveva restare aperta in modo che lei potesse controllare la situazione, perché “non si mai”. Dormire in pace e aver tutto sotto controllo. Così l’infelice marito e il malcapitato figlio dovevano fare ogni cosa in punta di piedi. La soluzione, qualche volta, era quella di andarsene di casa. Poteva essere una spiegazione plausibile per l’uscita. Ma la genitrice non la bevve.

“Mi prendi in giro. Cosa ci sto a fare io qui? lo striglione di casa?” urlò.

“Ma no, adesso non posso nemmeno uscire?”

“Ma dimmi dove vai.”

“Non lo so nemmeno io.”

“Bugiardo.”

“Ora basta, esco. Ciao.”

“Se esci da quella porta non tornare più a casa.”

“Andrò a dormire al ricovero di mendicità e dirò che mi ci ha mandato mia madre.”

“Sei sempre il solito. Vorrei sapere chi mi ha maledetto. Che male ho fatto in una vita precedente? Vita maledetta, maledetta, maledetta. Maledetto il giorno e l’ora che son nata. Che non si possa mai quietare con te.” La voce di lei era stridula.

“Vado a fare una passeggiata. Sono solo contento perché è finita la scuola.”

Ed egli uscì, inseguito da una sfilza di maledizioni, non dirette a lui, ma all’esistenza. Non avendo alcuna fiducia in se stessa, sua madre viveva odiandosi, odiando e tremando. La sua “oculatezza” nello spendere non era autentica avarizia, ma terrore della povertà. La sua ossessiva voglia di sapere e di controllare tutto ciò che faceva suo figlio era un misto di gelosia e di paura. Considerarsi l’indispensabile pilastro su cui si reggeva tutta la famiglia era l’autoinganno di uno spirito instabile e malsicuro. Non pensiamo troppo male della povera donna. Era la prima vittima di se stessa.

Paolo non era un fine psicologo, ma sentiva oscuramente come stavano realmente le cose. E poi era talmente abituato alle uscite di lei da lasciarsi dietro tutto quanto avveniva in casa non appena ne varcava la soglia per avventurarsi nel vasto mondo. Ora poi aveva ben altro cui pensare. Col cuore che batteva forte, si diresse a rapidi passi verso i giardini pubblici. Ad un tratto adocchiò un fioraio ambulante e, dilapidando quasi tutte le sue sostanze, acquistò un mazzolino di fiori da offrire alla compagna. Giunse al luogo fissato con venti minuti d’anticipo e, non potendo star fermo, prese a passeggiare nervosamente su e giù, guardando in continuazione l’orologio, l’unico che aveva e che spesso non portava con sé, nel timore che si guastasse o che glielo rubassero. Venne l’ora tanto attesa, e Claudia non appariva. Le quattro e un quarto: ancora niente.

“Le ragazze non sanno cosa sia la puntualità”, pensava Paolo con un po’ di sussiego, ma un orribile dubbio cominciò a insinuarsi in lui. Volle scacciarlo: tornava con insistenza. Era coperto di sudore per la corsa e il caldo. Cominciò a sentire il fastidio diffuso e indeterminato che si prova nell’incertezza, che ci fa quasi preferire il peggio, pur di sapere, purché sia finita. E al tempo stesso la speranza, contro ogni ragione, continua a tormentarci con i suoi miraggi.

Vennero le quattro e mezza, le quattro e tre quarti. L’attesa si faceva spasmodica. Intanto passavano coppiette di innamorati, che uscivano dai giardini o vi si addentravano fra le ombre amiche delle siepi e degli arbusti. Paolo cominciò a guardarle con rabbia. Un’ultima occhiata all’orologio: erano passate le cinque. Sentì una morsa gelida torcergli le viscere. Certo: lei si era presa gioco del suo amore. Fu in quell’attimo che vide una bella ragazza dai capelli rosso-bruni venirgli incontro: l’angoscia si dileguò d’incanto, si sentì sollevato in paradiso. Affrettandosi verso di lei, chiamò:

“Claudia.”

Quella, alzando il viso, trasalì, svoltò in fretta l’angolo più vicino e scomparve, mentre Paolo mormorava, pieno di vergogna:

“Mi scusi, credevo…”

Si appoggiò alla cancellata dei giardini. Qualcosa di simile all’odio e alla furia distruttiva si stava impossessando di lui. E allo stesso tempo ebbe voglia di piangere.

Si volse di scatto e s’allontanò stringendo in pugno i fiori, stritolandoli. Non seppe mai quanta strada percorse: camminava come un automa. Strade e case, volti e veicoli sfilavano davanti ai suoi occhi e nulla aveva più importanza o significato. Dopo lunghi giri giunse al fiume che attraversava la città. S’incamminò su uno dei ponti fermandovisi a guardare in giù.

L’acqua bassa scorreva lentamente. Vi affiorava ogni tanto un pezzo di legno marcio, una fronda strappata o qualche altro rifiuto. Il vento gli scompigliava i capelli, penetrando sotto il suo abito leggero, ma egli non vi badava. Scaraventò i fiori nella corrente e li seguì con lo sguardo mentre questa se li portava via piano piano, rifiuti in mezzo ad altri rifiuti, verso il Po, verso il mare.

Si distolse di là e riprese a vagare senza meta: il traffico veloce, i passanti frettolosi, il selciato grigio, le case tutte uguali con i muri gialli o biancastri e i tetti spioventi coperti di tegole rossastre, le coppie che passeggiavano tenendosi per mano. Ora prestava attenzione ad ogni particolare, con cura quasi morbosa. Il mondo era davvero ben congegnato, fin nei minimi ingranaggi. Solo un trascurabile dettaglio fuori posto: si erano dimenticati di lui. Perché tutti sembravano avere una creatura da amare e Paolo Donati no? — Ma a che serviva lamentarsi? chi gli avrebbe dato ascolto?

“Perché non è venuta? perché?” si chiedeva con angoscia.

A tratti si raffigurava Claudia gelida e indifferente. Poi non resisteva all’idea. La cancellava dalla fantasia. Gli appariva allora l’immagine della dolce fanciulla spasimante per lui, ma trattenuta dai genitori, dai fratelli… Anche lei aveva forse una madre che spiava ogni sua mossa, ogni piega del suo viso. Le aveva proibito di uscire. Aveva fatto una scenata maledicendo la vita. O almeno, così faceva l’unica madre che lui conosceva. Era così che facevano le madri, era il loro dovere materno. Colpa di lei quell’abbandono? Ma no di certo, povera piccola. Al contrario, ella invocava il nome di lui, rinchiusa in qualche segreta. Ed ecco lui correva a liberarla e, dopo eroica lotta, fuggivano insieme verso terre lontane.

Ma qualcosa era cambiato. I sogni fanciulleschi? dov’era la loro forza, ormai? E come spiegare questo nuovo senso della realtà? questa nuova coscienza dell’immutabilità, della granitica immutabilità dei fatti? Paolo vide, o meglio avvertì, un vuoto, una frattura imprevista, che non si sarebbe sanata mai più, ed ebbe paura.

Anche prima, nell’abbandonarsi alle fantasie, egli sapeva distinguere benissimo fra sogno e realtà. Non era mai stato un visionario. Ma era sempre esistita, o aveva creduto che esistesse, la ragionevole possibilità che il sogno, sia pure in forma diversa da quella avventurosa e fantastica immaginata, si avverasse. La decisione era posposta a un vago “domani”, che la mente poteva dipingere a piacimento. Ora, per la prima volta, il bel sogno di vetro colorato era infranto. La fanciullesca ingenuità viveva ancora in lui, per quanto ferita, ma ormai egli non era più soltanto un ragazzo.

Si era sentito pronto ad amare tutti. Avrebbe voluto far del bene. La vita, forse, non era del tutto squallida e dolorosa.

Ma adesso il mondo gli appariva contorto e disumano. Inutile sperare: stroncate e avvilite le più umili e spontanee aspirazioni. E ora? a chi aggrapparsi? Il miserabile diciassettenne che dà un appuntamento a una ragazza? Gli pareva di sentire le risate dei compagni, del mondo intero, intorno a sé. Eppure per lui l’episodio assumeva un’importanza gigantesca. Aveva cercato di allacciare un contatto umano, un legame d’affetto, un legame con la creatura amata, ed ecco un misero fallimento. Si sentì sperduto e impotente e desiderò morire, con l’incoscienza del ragazzo che non sa cosa significhi morire.

Non restava ormai che tornarsene a casa. Non prendeva sul serio la minaccia materna di non permettergli di rientrare. Era pur sempre sua madre, no? Le madri amano i figli. E lui aveva bisogno di una madre e di una casa. Era tardi. Nel suo vagabondare non aveva più fatto caso all’ora. Non si era neppure fermato, pur passandovi davanti due volte, alla solita vetrina di giocattoli, dove un trenino elettrico tesseva lunghe evoluzioni, sotto gli sguardi ammirati e cupidi dei bambini e dei “grandi”.

Sua madre lo attendeva con la faccia di pietra delle grandi occasioni. La cena era pronta, e fu a tavola che la tempesta scoppiò. La genitrice era esperta nella difficile arte dell’interpretazione fisionomica. Ogni minimo moto della faccia del figlio era sottoposto a rigoroso e continuo scrutinio. Da buona, anzi ottima, madre, quale era convinta di essere, era suo dovere non tralasciare nulla per sapere tutto del figlio e guidarlo in tutto e per tutto. Solo che lui si ribellava sempre. Non diceva nulla, ma proprio per questo era chiara la sua ribellione latente, che occorreva reprimere per il bene di lui. Nessuno meglio di una madre poteva sapere qual era il bene del figlio. Per scienza infusa, per illuminazione divina, lei sapeva cosa doveva dire e fare.

Quella sera la scienza fisionomica materna venne scatenata al massimo della potenza. Il silenzio di lui fece salire la febbre materna alle stelle. Certamente covava qualcosa di terribile, di pericoloso, di orrendo. Il suo istinto materno le gridava che doveva intervenire, presto, presto, presto. La sua voce saliva in crescendo dal ringhio fino all’urlo bestiale.

“Si può sapere cos’hai fatto?”

“Niente.”

“Come niente. Stai fuori tutto il giorno per non fare niente?”

Silenzio.

“Ti vuoi decidere a dirmi cos’hai fatto?”

Silenzio.

“Maledizione, ma vuoi proprio far morire tua madre?”

Silenzio.

“Poi quando non ci sarò più, te ne accorgerai.”

Silenzio. Una lievissima smorfia attraversò per un attimo la faccia del cattivo figlio.

“Ecco, se ti vedessi, con quella faccia odiosa che hai. Si può sapere cosa nascondi? Vita maledetta.”

Finalmente il cattivo figlio si decise a arrischiare qualche parola.

“Ma se non ho fatto niente. Ho camminato. Vuoi che ti dica tutti i posti dove sono stato?”

“Dimmi con chi sei stato.”

“Ma con nessuno.”

“Bugiardo. Ah, questo figlio mi farà morire. Faresti scappare la pazienza a un santo.” Il sospetto di essere una santa aveva più volte attraversato le latébre cerebrali della madre di Paolo. Non ne era mai stata così certa come in quel momento. Sentiva quasi l’aureola che le stringeva un po’ la povera testa così piena di preoccupazioni e di sacra sollecitudine per quella sua sgangherata famiglia, della quale lei si sentiva l’unico baluardo che ne impediva la totale rovina e la discesa al livello del “pan dimandato”.

Silenzio.

“Ma io ti caccio di casa se continui in questo modo. Cosa credi, che io faccia lo striglione di casa per te? per te, bestia gramma? perché tu vada a torsio con chissà chi?” Mai immemore della sua genovesità, la signora infilava talora nel discorso, specie quando era eccitata, qualche espressione vernacola, come “andare a torsio”, ossia andare bighellonando perdendo tempo e — orrore — sprecando soldi.

Le cena andò avanti al suono di questa solfa fino all’ultimo boccone, gettato giù di premura per finire il più presto possibile.

Finita di ingurgitare la sbobba, il taciturno padrone di casa si alzò da tavola. Presa una doppia dose di medicine contro l’ulcera, andò nel soggiorno ad accendere la radio per seguire la radiocronaca di un’importante partita di calcio. Infatti la squadra locale si apprestava a prenderle di santa ragione dal Milan in notturna, in un incontro per la Coppa Italia.

“Eccolo di nuovo col calcio”, ringhiò sottovoce la matrona, spostando per un momento il tiro dei cannoni.

Anche Paolo si alzò e si ritirò nella sua camera, inseguito dalla madre urlante.

“Cosa credi di fare andandotene mentre ti sto parlando? Ma Dio ti vede, sai? Lui sa quanto fai soffrire una povera madre.”

Egli si voltò verso di lei, cercando di essere più calmo possibile:

“Mamma, non posso dirti quello che non esiste. Se sono andato a fare una passeggiata, sono andato a fare una passeggiata. Non è successo assolutamente niente.”

Il cuore materno si intenerì e passò al registro piagnucoloso.

“Oh, povero mio bambino. Lo vedo che non stai bene. Dimmi cosa ti è successo. Devi confidarti con la tua mamma.”

“Ma se ti dico che non ho fatto niente. Devo inventare qualcosa, allora?”

“Ah, tu giochi d’audaccia. Ti prendi gioco della tua povera mamma.” Il tono era ancora piagnucoloso, ma stava risalendo al livello di una Erinni.

Ma la nuova esplosione durò poco. Dopo qualche urlo e un discreto numero di “vita maledetta” e “maledetto il giorno e l’ora che son nata”, sua madre sentì di aver speso tutte le proprie energie per la salvezza del figlio e si ritirò in camera a piangere e a domandarsi se non fosse il caso di modellare un’altra immagine di cera da trafiggere con gli spilli. I rumori, per quanto attenuati, della radiocronaca sportiva, cui suo marito teneva tanto, le davano un enorme fastidio.

“E quel besugo non dice una parola. Sta sempre lì con la proposcide appiccicata alla radio per quel maledetto calcio.”

La matrona detestava lo sport. Infatti aveva ottenuto l’esenzione del figlio dall’educazione fisica “perché è tanto delicato”. Inoltre viveva nella persuasione che gli elefanti avessero la “proposcide” e non la comune proboscide. Per qualche ragione, l’idea dello sport in lei si associava sempre all’immagine di un elefante con la “proposcide”, levata in segno di minaccia. Il mondo era pieno di minacce per la povera donna.

Paolo, una volta libero della tenera sollecitudine materna, andò subito a letto. Rapidamente archiviò nel reparto “ordinaria amministrazione” la scenata di un’ora e mezza appena finita e ritornò col pensiero a Claudia. Aveva il cuore gonfio. Quel giorno, che si era annunciato così ricco di promesse, era tramontato su un disastro.

Il sonno tardava, ed egli rimase lungamente sveglio a rimuginare sulla sua lunga e inutile attesa all’appuntamento. Si domandò con angoscia che fare: cercarla a casa? telefonarle? e da dove? non poteva certo usare il telefono di casa. Avrebbe dovuto spiegare alla madre, per filo e per segno, il motivo di quella telefonata, e poi il telefono costa. E i parenti di lei gli avrebbero fatto una scenata? Di certo non avrebbero gradito un corteggiatore come lui, un miserabile sull’orlo del “pan dimandato”. Presentarsi con un pretesto, tanto per sondare l’ambiente; ad esempio fingendo di voler sapere il titolo di un libro? La scusa non stava in piedi. Una come Claudia non era tipo da consigliare letture agli altri, non parlava mai di libri e doveva leggere pochissimo.

Troppi ostacoli, troppe paure gli tagliavano la strada. Sentiva di posare i piedi sul nulla, senza alcun sostegno né materiale né morale da nessuna parte. E la paura più grande, quella che non avrebbe mai ammesso, era la paura di scoprire la verità. Scoprire una Claudia indifferente, innamorata di un altro? o incapace di voler bene a chiunque? Due eventualità una più orrenda dell’altra. Prendere qualsiasi decisione gli fu impossibile. Del resto, che poteva fare? Si rigirò a lungo nel letto senza trovar pace. Lo assalirono tentazioni violente. Resistette pregando con disperato fervore. Le superò, ma la calma non venne.

Una struggente malinconia lo invase: la certezza che la felicità è irraggiungibile, l’impressione di essere in fondo a un pozzo, senz’altro conforto che contemplare con infinito desiderio il breve tratto di cielo lassù in alto. Cresceva in lui l’idea di un insanabile contrasto fra i sogni e la realtà che non si piega ai desideri umani. Nebulosamente intuì che il suo mondo non avrebbe mai più potuto essere quello di prima. Un nodo gli strinse la gola e il pianto proruppe irrefrenabile: pianse a lungo senza consolazione, solo con se stesso. Di nuovo desiderò la morte; pensava al paradiso, un luogo dove non si soffra più. Ma se ne sentì indegno e giurò di confessarsi l’indomani. Intanto si chiedeva: “per quanto ancora? cosa mi riserverà la vita?”.

Alti clangori metallici si levavano a ondate dallo scalo merci. Trascorsero le ore, e solo a notte alta il sonno venne a dargli sollievo.

 


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