La catastrofe della prima guerra mondiale — scatenata dalla congiura bosniaca che assassinò l’arciduca Francesco Ferdinando d’Austria, e della quale facevano parte l’ebreo Gavrilo Princip e il musulmano Drugalo Dukovac, presenti al congresso congiunto islamico-sionista di Istanbul, nel quale venne deciso lo sterminio dei cristiani armeni — colpì duramente l’Ungheria, che fu amputata dei quattro quinti del suo territorio, lasciando milioni di magiari fuori dei confini. Ciò corrispondeva al piano di disintegrazione del cattolico Impero asburgico formulato dal “Congresso delle Massonerie delle nazioni alleate e neutrali”, tenutosi a Parigi il 28-30 giugno 1917, i cui documenti dimostrano che un anno e mezzo prima che la guerra finisse, le alte sfere massoniche avevano già formalmente deliberato la distruzione dell’Austria-Ungheria, ferocemente odiata in quanto ultimo resto del cattolico Sacro Romano Inmpero.
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In tanto splendore di comodi, pace, sicurezza, un solo punto oscuro: la Chiesa cattolica, il grande “nemico dell’umanità” che pretende che l’uomo non possa essere Dio, ma che vi sia un vero ed unico Dio trascendente. I cattolici sono inorriditi dal materialismo che bandisce Dio dal mondo, e al tempo stesso scimmiotta la religione cattolica, adottandone le espressioni di adorazione e distorcendole ad onore non di Dio ma di Felsemburg. Costui si rivela per quello che è, ossia l’anticristo, e non esita ad ordinare lo sterminio dei cattolici, a cominciare da Roma, la quale, su suo ordine, viene rasa al suolo. Più tardi, anche l’ultima traccia del Papato e della
Chiesa, ormai ridotti alla clandestinità, vengono scoperti e sterminati.
Anche il padre è una figura rilevante in questi primi anni formativi per la sua personalità: “Da mio padre imparai la grande arte di pregare piangendo”.
Ciò era tipico delle comunità dell’Est europeo, caratterizzate dal rito e dalla cultura ashkenazita di antica origine palestinese, con in più elementi della cultura chassidica che professa una dottrina mistica che privilegia le fede e il sentimento rispetto all’intellettualismo talmudico della cultura sefardita. Questa formazione severa e profonda dà luogo a momenti di alta poesia e lirismo come l’inno d’amore a p. 31.
Un altro avvenimento che segna profondamente la vita del piccolo Israel è la frequentazione di un compagno di scuola cattolico orfano di padre che viveva con la madre in estrema povertà. In questa povera casa dove madre e figlio vivevano in affettuosa armonia, il piccolo Israel vede per la prima volta un Crocifisso.
Israel non conosceva Gesù, ma conosce i suoi seguaci e si domanda perché questi seguaci sono così buoni? E perché le signore cattoliche che aiutano sua madre nella carità sono buone? Anche quest’uomo appeso alla Croce dev’essere buono. Lui (con la “L” maiuscola) non può essere cattivo. E allora perché lo hanno crocifisso? Quale differenza con le reazioni odierne dei non cristiani che esigono la rimozione dei Crocifissi perché i loro figli non vengano “turbati”!
Conclusa l’infanzia e gli studi viene nominato Rabbino a Trieste. La sua sensibilità e la sua rettitudine morale cozzano contro i membri più influenti della comunità che vorrebbero un rabbino che dicesse quello che vogliono sentirsi dire, che desse ascolto ai membri più ricchi ed influenti e che, invece, si occupasse meno della carità ai più poveri e deboli. Intanto continua lo studio e la meditazione sulla Bibbia, sia sul Vecchio che sul Nuovo Testamento. Tale studio gli rende Gesù una figura consueta e strettamente legata alle profezie vetero-testamentarie.
Per Zolli è già il Messia, anche se non sente ancora l’esigenza della conversione. D’altra parte, egli riflette, Gesù stesso è ebreo e non ha mai rinnegato la sua ebraicità. Il libro è tutto un susseguirsi di meditazioni commoventi sulla ricerca di Dio, sul confronto fra religione e religiosità, mistica e conversione, sulla sofferenza e la tristezza di Dio, sul soffio dello Spirito. Nel 1917, in un momento molto doloroso per lui — è morta la prima moglie ed è rimasto solo con una figlia piccola — invoca così a lungo Gesù finché, come riferisce l’autore, il Signore gli appare “come un grande quadro senza cornice nell’angolo della stanza”.
Di anno in anno aumenta in lui l’amore per il Cristo e la convinzione della giustezza della dottrina cristiana.
Ma l’avvicinarsi dell’occupazione tedesca di Roma esclude la possibilità di una conversione. Tra Zolli Rabbino Capo di Roma e il Presidente della Comunità Israelitica Italiana (Dante Almessi) e il Presidente della Comunità Israelitica di Roma (avv. Ugo Foà) vi sono gravi incomprensioni sui pericoli che la comunità corre con l’occupazione nazista della città.
Zolli aveva avuto colloqui con esponenti ebrei tedeschi e austriaci riusciti a fuggire in Palestina ed era a conoscenza degli stermini di ebrei ovunque arrivassero le truppe germaniche. Propose quindi alle autorità ebraiche di chiudere le sinagoghe, distruggere gli elenchi delle famiglie ebree, recarsi in cerca di rifugi sicuri al di fuori del ghetto, avvisare le famiglie e i rabbini delle altre città che facessero altrettanto.
La risposta del presidente dell’Unione (ex prefetto ed ex vicecapo della polizia fascista) fu: “Ah, ah, ah, ……. Non più tardi di ieri sono stato dal Ministro e ho avuto informazioni del tutto rassicuranti. Stia tranquillo” (p. 196). Da quel momento cominciò il tentativo di Zolli di avvisare e far fuggire il maggior numero di ebrei. Lo stesso Zolli e la sua famiglia vissero in clandestinità.
Quando i nazisti chiesero cinquanta chili d’oro per non prelevare e uccidere trecento ostaggi, Zolli chiese ed ottenne dal Vaticano, dietro rilascio di una semplice ricevuta con promessa di restituzione (chissà se saranno stati poi restituiti?) i quindici chili mancanti, e li consegnò con una lettera ai capi della comunità, offrendosi lui, la moglie e la figlia come primi della lista degli ostaggi se la trattativa non fosse andata a buon fine. Questo fatto venne poi negato dai responsabili della comunità, che accusarono Zolli di essersi reso irreperibile ed aver abbandonato la comunità, e lo destituirono dall’incarico.
Conseguenza dell’aver trascurato gli allarmi di Zolli furono le deportazioni dei Rabbini di Modena, di Bologna e del Rabbino Capo di Genova Riccardo Pacifici che, catturato dai nazisti nel suo ufficio, fu torturato ed obbligato a convocare le famiglie di ebrei genovesi presso di lui, le quali, come giunsero, vennero caricate sui camion e deportate.
Numerose famiglie furono salvate dai portieri delle case vicine che bloccarono gli accessi alle strade dove abitava il dottor Pacifici e indussero le famiglie che stavano giungendo a fuggire.
Dopo la liberazione di Roma, reintegrato nel suo incarico nella sinagoga, nell’autunno del 1944, mentre stata presiedendo la liturgia nel tempio, vide Gesù e sentì nel suo cuore le parole: “Tu sei qui per l’ultima volta”. Il 13 febbraio 1945 ricevette il Battesimo insieme alla moglie e alla figlia.
Perché è consigliabile leggere questo libro? Innanzitutto perché apre a noi cristiani una finestra sulla religiosità e sulla cultura ebraiche, approfondite nelle precise ed esaurienti note, ricche anche di indicazioni bibliografiche.
Secondariamente perché ci mostra la figura di un Rabbino che, pur nella sua funzione di religioso non cristiano, non ha avuto paura del Crocifisso, non ha avuto paura di leggere i Vangeli e, grazie alla carica di amore e di misticismo che aveva in sé li ha in lunghi anni di studi assimilati con naturalezza, e poi ha aderito al Cristianesimo con tutto l’entusiasmo del suo animo ardente.
In terzo luogo attraverso la citazione di lettere e documenti offre una visione storica che fa luce sulla terribile vicenda della deportazione degli ebrei italiani e sulla spaventosa leggerezza dei loro capi che non vollero ascoltare gli accorati allarmi del rabbino Zolli.
Inoltre, vi è nel libro un lungo capitolo di elogio alla figura del Santo Padre Papa Pio XII e un ringraziamento per gli appelli accorati contro la guerra e la violenza e per quanto la Chiesa operò per l’aiuto e la salvezza di migliaia di ebrei. Sarebbe opportuno che cattolici ed ebrei, soprattutto quelli che, ascoltando i suoi allarmi, ebbero salva la vita, celebrassero insieme questa santa ed illustre figura di fratello.
MARIA ANTONIETTA NOVARA
Credo sia superfluo raccontare il contenuto del romanzo, del quale mi auguro di essere l’ultima riottosa lettrice. Mi associo totalmente al giudizio negativo di S. Em. il Card. Tarcisio Bertone nel condannare gli attacchi assolutamente ingiustificati e velenosamente malevoli portati alla Chiesa e all’Opus Dei. Ad esempio della bassezza del libro, valga l’appassionata difesa che uno dei protagonisti fa del blasfemo film “L’ultima tentazione di Cristo”. Mi soffermerei invece su qualche punto che dimostra la pochezza dell’opera, al di fuori della negatività assoluta dovuta all’offesa alla religione.
Uno dei protagonisti cita come simbolo sacro il pentacolo, ossia la stella a cinque punte che simboleggia “Venere, la dea della bellezza femminile e dell’amore sessuale”, usato dai satanisti come loro simbolo e, in Italia, anche dalle infami Brigate rosse.
Altra affermazione a dir poco clamorosa. A p. 150 l’autore scrive testualmente: “In trecento anni di caccia alle streghe, la Chiesa aveva bruciato sul rogo la sorprendente cifra di cinque milioni di donne”. A parte che la maggioranza delle streghe fu bruciata dai protestanti, applicando al numero di cinque milioni un po’ di quella matematica che tanto piace a Dan Brown, vorrebbe dire (periodico). donne bruciate all’anno, ossia (di nuovo periodico) donne bruciate al mese, bruciando tutti i giorni, incluse tutte le domeniche e le feste comandate. Assommando la denatalità causata dalla scomparsa di tante donne in età feconda, le vittime di epidemie e di guerre, l’umanità avrebbe dovuto estinguersi, per lo meno quella che viveva in paesi sotto l’influsso della Chiesa. L’enorme fabbisogno di combustibile per alimentare cinque milioni di pire avrebbe causato la scomparsa di tutte le foreste, e il fumo avrebbe provocato un effetto serra da far impallidire quello odierno. Possibile che nessun lettore si sia accorto come certe dichiarazioni che sembrano clamorose denunce finiscono per cadere nel ridicolo?
In un altro passo del libro viene annoverato tra i seguaci delle dottrine del Graal anche Walt Disney, rilevando nei suoi film una quantità di simboli esoterici. Ma, mentre fondamento della dottrina dei seguaci del “Tempio di Sion” è l’”eterno femminino”, la società dei fumetti di Disney è formata soprattutto da zii e nipoti, mentre mancano le madri, e le figure femminili sono comunque marginali, a meno che non si voglia considerare Nonna Papera l’eterno femminino e la ricetta della torta di mele un segreto esoterico.
Cercando sempre i significati simbolici, a p. 352 l’autore fa un elogio di Bill Gates, acquirente del Codice Hammer, raccolta di disegni di Leonardo Da Vinci, ma Bill Gates è anche proprietario della Microsoft, famosa azienda di prodotti informatici. Ed ecco allora che, con un portentoso colpo di genio, Dan Brown, a p. 489, cita la parola di cinque lettere “APPLE”, ossia “mela” (come tutti sanno, casa concorrente della Microsoft): la par condicio è rispettata e così il Nostro si assicura la riconoscenza dei due colossi per la pubblicità subliminale (si spera) gratuita.
A p. 399 il protagonista afferma che “tutte le religioni del mondo sono basate su falsificazioni (…….) ogni religione descrive Dio attraverso metafore (…….) il problema è quando cominciamo a credere alla lettera alle nostre metafore”. Ora questa grande mente razionale che rifiuta le credenze e le metafore di tutte le religioni della terra, alla fine del libro scrive: “La ricerca del Santo Graal è la ricerca del luogo dove inginocchiarsi davanti alle ossa di Maria Maddalena. Un viaggio per pregare ai piedi della regina cancellata dalla storia. Con un profondo senso di riverenza Robert Langdon si inginocchia. E allora [udite, udite che bell’esempio di coerenza] gli parve di udire una voce di donna — la saggezza delle età passate — sussurrare a lui la sua benedizione, dal profondo della terra”. Morale: chi non crede nell’unica Verità rivelata finisce per credere a qualunque idiozia.
Il mio giudizio conclusivo è che quest’opera, invece che un caso letterario, avrebbe dovuto essere considerata alla stregua di quei mirabolanti articoli di rotocalco sull’ultima scoperta di Atlantide, sul segreto delle piramidi, sull’invenzione del moto perpetuo, sull’elisir di lunga vita, ed altre simili fandonie, buone da leggere nelle sale d’attesa di parrucchieri, pedicure e quant’altri.
MARIA ANTONIETTA NOVARA



