I Trigotti

Necessaria precisazione: e sia ben chiaro noi non siamo bigotti.

I Trigotti

Categoria: Libri (Pagina 11 di 12)

ORO O LATTA? (LAVÈRE, L’ENIGMA VALTORTA)

Il volume del Lavère, infatti, non si perde in frascherie stilistiche, ma conduce una serrata analisi scientifica, in base allo studio di oltre 5000 dettagli dell’Opera. I risultati preliminari (infatti c’è ancora molto da scoprire, come dice lo stesso autore) sono stupefacenti. È la matematica, infatti, a dirci senza mezzi termini che le probabilità a favore di un’origine puramente umana de “L’Evangelo come mi è stato rivelato” sono talmente infinitesimali da invocare il principio di inflazione statistica.

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ORO O LATTA? (RINO CAMMILLERI, MEDJUGORJE)

 

L’esperienza di Medjugorje diventa, per l’autore, occasione di profonde riflessioni sul destino umano, sia in senso individuale che universale. Sul piano individuale regna il mistero: moltissimi supplicano per avere miracoli e pochi li ottengono, altri ottengono ciò che non hanno chiesto, o più di quello che hanno chiesto: Dio, nella sua onniscienza, distribuisce i Suoi doni sapendo meglio di noi ciò che è bene per noi. Sul piano universale, ossia riguardante il destino dell’umanità, il mistero non è meno fitto: la fine del mondo è prossima o ci attende una rinascita della Fede e un’epoca migliore di quella spaventosa che sta alle nostre spalle? Il demonio è scatenato come non mai perché ha poco tempo: ma ne ha poco perché il Giudizio finale è alle porte o perché verrà di nuovo incatenato e la storia umana continuerà con una svolta verso il bene?

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ORO O LATTA? (ROBERTO DAL BOSCO, CONTRO IL BUDDISMO)

ORO O O LATTA: QUESTO È IL PROBLEMA
Abbiamo deciso di premiare con opportuni segni del nostro apprezzamento le opere letterarie e cinematografiche che hanno attratto il nostro interesse. Questa rubrica viene aggiornata quando ci pare e il nostro giudizio è inappellabile.

I TRIGOTTI

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And the winner is …….

Ecco il vincitore della prossima Aquila d’oro:

Un valido studio che sfata molte banalità politicamente corrette:

DAL BOSCO, ROBERTO (2012) CONTRO IL BUDDISMO. IL VOLTO OSCURO DI UNA DOTTRINA ARCANA, Verona, Fede & Cultura

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ORO O LATTA? (UBALDO GIULIANI BALESTRINO, GUARESCHI)

 

Naturalmente, per poter schiacciare del tutto l’avversario, occorre dominarne anche la storia, facendo sì che creda ciò che vuole il vincitore. Così, gli sconfitti hanno compiuto atrocità d’ogni genere, mentre i vincitori erano puri crociati spinti esclusivamente dal desiderio di liberare le vittime oppresse. Col passare del tempo, studiosi più seri, anche di parte dei vincitori, rettificano, almeno in parte, queste storture ma solo quando, nella coscienza popolare, la vulgata storica dei vincitori si è ormai radicata in modo irreversibile. Il tentativo di far passare il carteggio Churchill-Mussolini come un falso è uno di questi stupri compiuti dai vincitori contro la verità.

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ORO O LATTA? (RINO CAMMILLERI, IL CROCIFISSO DEL SAMURAI)

ORO O LATTA: QUESTO È IL PROBLEMA

Abbiamo deciso di premiare con opportuni segni del nostro apprezzamento le opere letterarie e cinematografiche che hanno attratto il nostro interesse. Questa rubrica viene aggiornata quando ci pare e il nostro giudizio è inappellabile.

I TRIGOTTI

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And the winner is …….

Ecco i vincitori della prossima Aquila d’oro:

il romanzo storico “IL CROCIFISSO DEL SAMURAI”, di Rino Cammilleri.

Segue un commento di Emilio Biagini:

Questo libro è probabilmente il capolavoro (finora) del prolifico e impegnato scrittore Rino Cammilleri, un autore che senza peli sulla lingua si dedica a difendere la verità costantemente infangata dai lemuri politicamente corretti che imperversano nei mass media e nelle università, dove costantemente si lava il cervello degli studenti allo scopo di farne devoti sudditi del Nulla.

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ORO O LATTA? (UBALDO GIULIANI BALESTRINO, WATERLOO)

Lo studio psicologico del condottiero avversario è raccomandato da tutti gli strateghi, da Sun Tzu a von Clausewitz. Ora, questo geniale saggio colma una lacuna nella pur vastissima letteratura su Waterloo, rivelando alcuni fatti fondamentali, appunto di natura psicologica.

Il primo è l’immenso cinismo, tipicamente britannico, con il quale Wellington affrontò la battaglia, pronto a sacrificare il suo esercito con una strategia suicida. Tanto, per quel che valeva ……. Era composto in maggioranza da non britannici, quindi carne da cannone senza alcuna importanza, ed anche la minoritaria componente britannica era formata da gente che Wellington disprezzava cordialmente come feccia. Gli esseri inferiori potevano dunque ben essere sacrificati per la grandezza dei superuomini dei ceti dominanti inglesi, ai quali le traballanti ipotesi darwiniane avrebbero di lì a poco offerto ulteriori farneticanti puntelli ideologici. È opportuno ricordare che Wellington non era propriamente inglese, ma anglo-irlandese: nato a Dublino, faceva parte di quella élite coloniale inglese protestante impiantata a fare da sentinella nell’irrequieta e ingrata Irlanda cattolica, restìa a riconoscere gli immensi benefici della colonizzazione britannica. Data questa sua origine “coloniale”, Wellington era doppiamente portato ad atteggiamenti di “superiorità” nei confronti delle “razze inferiori”.
Il cinismo di Wellington fu mascherato da una morbosa segretezza. Nessuno seppe mai che cosa il condottiero britannico avesse in mente, neppure dopo la battaglia. In tal modo egli ingannò Napoleone, che credeva di aver a che fare con uno dei tanti generali che aveva sconfitto in passato, i quali ordinavano la ritirata quando la superiorità francese si faceva troppo pesante. Invece il corso si trovò di fronte una specie di “kamikaze” che a ritirarsi non ci pensava neppure. Un “kamikaze”, va aggiunto, di quelli che sacrificano gli altri, perché si può star certi che Wellington una via di fuga per sé l’avrebbe trovata. Ma il “Duca di Ferro” ingannò pure gli alleati prussiani, facendo credere che avrebbe “attaccato” Napoleone, cosa che si guardò bene dal fare.
Il terzo punto significativo è che Wellington ebbe l’intelligenza di saper riconoscere i propri limiti. Di fronte ad un genio strategico qual era Napoleone, riconobbe, fin dalla “guerra peninsulare” in Spagna, di non poter vincere contro di lui in campo aperto, e adottò una strategia di logoramento che diede otttimi frutti. Astutamente, fin dall’anno prima della battaglia di Waterloo, aveva visitato la zona e ne aveva riconosciuto le potenzialità per il tipo di battaglia che effettivamente condusse, e il cui progetto doveva avere già in mente.
Infine, è di particolare significato il ruolo magistrale esercitato dalla genialità romana. Dal grande stratega Quinto Fabio Massimo “il Temporeggiatore”, Wellington assorbì certamente il concetto fondamentale della guerra di logoramento, mentre da Scipione l’Africano dovette apprendere il concetto di consolidamento, al quale si ispirò per la fortificazione sulle linee di Torre Vedras, analoga ai Castra Cornelia creati da Scipione l’Africano subito dopo lo sbarco in Africa. Parimenti dovette ispirarsi a Roma anche l’altro supremo genio militare occidentale, il principe Eugenio di Savoia il quale, all’assedio di Belgrado del 1717, minacciato dall’esercito di soccorso di Kara Mustafa, imitò Cesare ad Alesia, diventando assediato e assediante al tempo stesso, e sconfiggendo il nemico su entrambi i fronti.
Il saggio del professor Giuliani Balestrino, Ordinario di Diritto Penale Commerciale, presso la Facoltà di Economia e Commercio dell’università di Torino, nonché Avvocato di Cassazione, dimostra come contributi essenziali per originalità e valore in campo storico possano venire da storici non professionisti, che apportano agli studi storici prospettive nuove e non convenzionali tratte da concrete esperienze professionali che pongono lo studioso maggiormente a contatto con la vita reale, evitando la classica “torre d’avorio” di chi fa solo il professore di storia. “Il segreto di Waterloo” appare estremamente convincente, per il grande numero di indizi, tutti fra loro concordanti, che l’autore espone con stile elegante ed efficace. Non era facile dire qualcosa di nuovo su un argomento sul quale sono state scritte intere biblioteche. L’Autore vi è riuscito in modo illuminante, ciò che giustifica pienamente la qualifica di geniale che, senza esitazione, si può attribuire a quest’opera.
EMILIO BIAGINI

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ORO O LATTA? (MARTIN BOJOWALD, URKNALL)

BOJOWALD M. (2004) Zurück vor den Urknall. Die ganze Geschichte des Universums, S. Fischer Verlag, Frankfurt am Main, € troppi.

Continua ad ogni costo la vecchia barzelletta atea dell’universo “eterno”. Il segreto è nel rinverdire la vecchia illazione dell’universo che “pulsa come un cuore”, e cioè che alternativamente si espande e si contrae, dichiarando al tempo stesso “suicide” per la fisica tutte le prove che puntano verso l’inevitabile morte dell’universo.

La bestia nera dell’autore è la “singolarità” del “big bang”, contro il quale manifesta un granitico pregiudizio. Il fatto che in corrispondenza di tale evento la densità della materia scenda al di sotto del limite planckiano tendendo ad infinito lo mette in crisi. La teoria delle stringhe viene sbrigativamente dichiarata incapace di descrivere l’universo antecedente al “big bang”.

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ORO O LATTA? (KEN FOLLETT, MONDO SENZA FINE)

ORO O LATTA: QUESTO È IL PROBLEMA

Abbiamo deciso di premiare con opportuni segni del nostro apprezzamento le opere letterarie e cinematografiche che hanno attratto il nostro interesse. Questa rubrica viene aggiornata quando ci pare e il nostro giudizio è inappellabile.

I TRIGOTTI

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L’onore oggi tocca a:

KEN FOLLETT, Mondo senza fine, Mondadori, Milano, 2007

Abbiamo il piacere di insignire l’autore di questa celebre opera del prestigioso riconoscimento della Vipera di latta.
 
Segue un commento di Emilio Biagini:

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ORO O LATTA? CROCIATA PER IL GRAAL (VASSALLO & FRANZO)

ORO O LATTA: QUESTO È IL PROBLEMA
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I TRIGOTTI

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Assolutamente meritevole del riconoscimento, è questo puntuale sudio della realtà anticristica del mondo contemporaneo:

VASSALLO P. & FRANZO G. (2008) Crociata per il Graal (Introduzione di A. Pertosa), Pinerolo, NovAntico Editrice

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ORO O LATTA? (REINHARDT O. HAHN)

Mentre da una parte il protagonista racconta con agghiacciante indifferenza verso le vittime, le proprie gesta, dall’altra non fa che piangersi addosso per il destino “cinico e baro” che lo ha improvvisamente privato della sua funzione e dei suoi privilegi di spia, repressore e persecutore, lo ha scacciato da un posto lungamente desiderato e da un lavoro che gli piaceva profondamente, e di cui racconta con soddisfazione tutti i meschini particolari. La “confessione” è spesso disordinata, mescola la descrizione dello sfacelo del suo servizio, al quale sta assistendo, con reminiscenze del passato, con sviolinamenti al mitico partito, giudizi buoni o cattivi sui colleghi, lusinghieri giudizi su se stesso, chiacchiere varie, ed improvvise incertezze, come se d’un tratto avesse dei dubbi di aver davvero sbagliato tutto.
Indirettamente, e involontariamente, egli dimostra tutta l’inutilità, tutto il girare a vuoto di un regime condannato in partenza, senza veri contatti col popolo: un regime in cui gli stessi delatori facevano il doppio gioco, avvisando le potenziali vittime e mettendole in guardia in modo che non si esponessero troppo, così che i “documenti” (ossia gli archivi delle delazioni ricevute sulle singole persone) si accumulavano, gonfiavano a dismisura, senza che fosse possibile trovare prove tali da schiacciare l’opposizione che serpeggiava ovunque. Il comunismo è per definizione (vedi “Il libro nero del comunismo”) un regime nemico del proprio popolo, ed è inevitabile che un regime del genere faccia paura ed abbia a sua volta paura. La Stasi “aveva paura del popolo”, dice l’estensore di questa “confessione”.
Ma in altri momenti, impenitente, si dichiara graniticamente persuaso che il “socialismo” avrebbe vinto se tutto il popolo fosse stato animato dal medesimo zelo che animava il servizio segreto. Oppure, ribaltando tutte le sue “convinzioni”, dice che qualsiasi Stato ha bisogno di un servizio segreto e, scopertamente, si manifesta pronto a servire qualunque Stato, di qualsiasi persuasione politica, purché lui possa continuare a fare in qualche modo il suo “lavoro” di spia e agente provocatore, che evidentemente gli piace e gli interessa tanto.
Il quadro storico d’insieme è chiaro. A partire dal trattato di Helsinki del 1975, il governo di Mosca, ossia in pratica la nomenklatura del partito comunista sovietico, fu costretta dall’inefficienza economica e dal malcontento sociale generati dal proprio regime, a venire a patti con l’Occidente. Proprio nel momento in cui cadeva il Vietnam e il comunismo sembrava dilagare in Africa, era stato raggiunto un massimo di espansione, che preludeva al declino. Proprio quando i corifei del marxismo, inclusi non pochi geografi, si sprecavano in “analisi marxiste” della situazione mondiale e in “profezie” sulla prossima, inevitabile “transizione dal capitalismo al socialismo”, proprio allora stava preparandosi il crollo. Ma i corifei, poveretti, continuarono a cantare le stessa solfa fino a quando il Muro di Berlino gli crollò sulla testa. Erano tanto intenti a spiegare cambiamenti che non stavano affatto avvenendo, e non avevano alcuna probabilità di verificarsi, da non accorgersi dei cambiamenti che stavano avvenendo sotto i loro occhi foderati di mortadella.
La nomenklatura moscovita fu costretta ad accettare concessioni che finirono per distruggerne il potere. Il blocco sovietico, mummificato dalla burocrazia e privo di spinta imprenditoriale ed innovativa, non era in grado di competere con l’Occidente sul piano economico. Tutto ciò impediva all’impero sovietico anche di tener dietro agli Stati Uniti nella corsa agli armamenti, da cui la prospettiva di una sicura sconfitta in caso di guerra aperta. Fra l’altro, storicamente, le forze armate russe, invincibili sul proprio territorio, hanno vinto al di fuori di esso soltanto quando appoggiate da potentissimi alleati. I movimenti terroristici e “pacifisti”, per quanto abbondantemente foraggiati dai servizi segreti dei Paesi dell’Est (mentre folle di sudditi di quei Paesi soffrivano il freddo e la fame), si rivelarono incapaci di arginare la superiorità militare dell’Occidente, che cresceva senza costare alle prospere economie occidentali, e soprattutto a quella degli Stati Uniti, consistenti sacrifici economici.
Chi, come il sottoscritto, non ha mai creduto nel trionfo e nella validità teorica del marxismo-leninismo, in qualunque forma, ha potuto toccare con mano quanto le sue persuasioni fossero fondate. Sconfitti su tutta la linea, ai teorici dello sfacelo occidentale non è rimasto che rifugiarsi nel “pensiero debole”, nell’ecologismo, nel filo-islamismo, nell’omosessualismo, nel terzomondismo, e in quanti altri “ismi” avevano sotto mano.
L’imperialismo sovietico degli “uomini duri che non devono chiedere mai” annidati nel Cremlino ad un certo punto spingeva per una guerra decisiva contro il “nemico di classe”. E infatti, si sa oggi che la nomenklatura di Mosca considerò seriamente l’opzione di un attacco nucleare, ma abbandonò l’idea in base a semplici considerazioni climatiche, ossia tenendo presente il regime dei venti prevalenti: anche nel caso di un completo successo, che impedisse agli occidentali di replicare con le medesime armi, le conseguenze per l’Europa orientale e la stessa Russia sarebbero state comunque disastrose a causa delle ricadute di fallout radioattivo portate dai venti, soffianti appunto in netta prevalenza da occidente (Durschmied 2001). Come spesso avviene, il clima fu determinante per gli esiti politico-strategici.
A questo punto, chiuse entrambe le possibilità di sconfiggere l’Occidente, sia militarmente sia in competizione pacifica, e tenuto pure conto dell’esplosiva tensione sociale ed etnica dell’Urss e di altri Paesi comunisti, a cominciare dalla Jugoslavia (evidentemente le foibe non erano bastate), le sorti del blocco di Varsavia erano segnate. Gli osservatori più avvertiti se ne erano resi conto da lungo tempo. Basti pensare all’interrogativo posto da Amalrik (1970): “Sopravviverà l’Unione Sovietica fino al 1984?”. Il dissidente sovietico Andrej Amalrik, ben presto assassinato dal Kgb, non senza prima aver sperimentato le delizie delle carceri sovietiche, si è sbagliato di soli cinque anni.
Dovrebbe pur significare qualcosa il fatto che tutte le “profezie” di Marx e dei suoi seguaci, dall’“inevitabile” vittoria comunista alla “scomparsa della religione”, fino (idiozia delle idiozie) alla “scomparsa del romanzo perché si tratta di una forma di espressione tipicamente borghese”, sono pietosamente fallite; mentre, al contrario, le predizioni degli anticomunisti sul fallimento comunista si sono puntualmente realizzate.
Ma c’è di più. C’è purtroppo, qualcosa che frena i facili entusiasmi. L’Occidente è assai complesso, e nonostante che nel suo insieme sia democratico ed incompatibile con le dittature, parti importanti del mondo occidentale hanno mostrato fin da principio una curiosa tendenza ad aiutare piuttosto che a contrastare il comunismo. I burocrati d’ogni tipo e d’ogni livello, inclusi i baroni universitari, sono propensi più alla vita comoda del posticino di ruolo assicurato (magari da lasciare in eredità al figlio) che alla competizione, e questo ne fa spesso dei volonterosi corifei della sinistra. D’altra parte, i grandi speculatori finanziari e le grandi imprese multinazionali hanno sostenuto fin da principio la dittatura sovietica e le varie dittature comuniste. I motivi di ciò sono almeno due: i Paesi paralizzati da una dittatura non sono competitori pericolosi sul mercato internazionale, e i popoli schiavizzati sono eccellenti riserve di manodopera a buon mercato. I rapporti del grande finanziere americano Andrew Mellon con Stalin sono un ottimo esempio di questo sostegno. Negli anni Venti e Trenta del secolo scorso, in pieno regime fascista da una parte e comunista dall’altra, la Fiat non mancò di lavorare assiduamente per l’Urss.
Il protagonista di questo libro, che racconta in prima persona le sue esperienze, è ben lontano dall’avere una reale percezione del mondo che lo circonda. Per questo i cambiamenti lo colgono del tutto impreparato. Si sente tradito dal “partito” e dallo “Stato” che ha fedelmente servito, eseguendo gli ordini ricevuti da bravo piccolo burocrate della delazione e della repressione. Ma, nonostante le menzogne di cui il libro è pieno (e che vengono ben rilevate nella postfazione Hans-Joachim Hanewinckel), in qualcosa almeno è sincero, in modo quasi disarmante. Non ha l’animo del camaleonte politico, capace di proclamare sfrontatamente: “ma quello non era comunismo”. Il camaleonte che, purtroppo, invece, è così diffuso invece in Italia, e che pretende, con qualche piccolo cambiamento di nome e di simbolo, di rifarsi una “verginità” politica e ricominciare da capo, avvinghiato alla sacra poltrona.
No, questo piccolo sbirro della polizia segreta comunista è un poveretto che non ha capito nulla. È solo ossessionato dagli Andersdenkende, “quelli che la pensano diversamente (da ciò che è permesso)”, i dissenzienti. Per lui è ovvio che non sia lecito pensarla diversamente. Chi la pensa diversamente non farà mai carriera e, se ne ha fatta un po’, viene ricacciato nei lavori più infimi, quando non gli capita di peggio. Spiare, spiare, spiare: bisogna sapere tutto di tutti, e controllare, controllare, controllare, e incontrarsi coi delatori, e scrivere, scrivere, scrivere, montagne di relazioni spionistiche segretissime, di documenti riservati, di atti di indagini da tenere gelosamente chiuse in cassaforte. È un’ossessione.
Bisogna impedire che la gente pensi, perché le idee rappresentano un gravissimo pericolo: nuocciono al pensiero unico ammesso, scavano la fossa alla mummia dell’ideologia, e quindi allo “Stato”, quando lo “Stato”, alla fin fine, non è che la nomenklatura e i suoi privilegi parassitari, come lo stesso autore della “confessione” sembra accorgersi con disappunto, quando si rende conto che gli alti papaveri del caduto regime in qualche modo se la cavano sempre (alcuni capi dei servizi segreti dell’Est stanno addirittura meglio, passando ai servizi dell’Ovest che pagano molto bene), mentre lui e i pesci piccoli come lui restano senza lavoro, senza soldi ed evitati da tutti come se avessero la peste.
L’opera di spionaggio e repressione al servizio del regime non prendeva neppure in considerazione il crimine comune, e lo stesso faceva la magistratura. La sicurezza dei cittadini era un insignificante dettaglio. Non a caso, mentre la “magistratura democratica” dell’Urss e degli altri Paesi comunisti era spietata contro i dissidenti, era invece relativamente mite con i criminali comuni.
Sempre la stessa storia: l’isterismo “antifascista”, ossia il considerare “fascista” chiunque la pensi diversamente è parte integrante di questa mentalità. “Fascista”, come tutti i termini inflazionati, non significa più nulla: è solo un insulto comunista contro gli “Andersdenkende”. L’“Andersdenkend” viene deumanizzato, ridotto a “soggetto”. L’uomo vale solo nella misura in cui serve agli interessi della nomenklatura parassita: bersaglio di violenza anarcoide quando i parassiti rivoluzionari di professione lottano per conquistare il potere, e di violenza di Stato quando i medesimi parassiti hanno raggiunto il loro scopo e sono ormai in sella. Né può essere diversamente, se l’uomo viene considerato solamente materia, spogliato della dignità spirituale che gli è propria come immagine di Dio.
Conosce bene questa mentalità chi è stato testimone della bestialità del Sessantotto (accuratamente pianificata e che, come ormai è impossibile negare, aveva il sostegno dei servizi segreti dell’Urss e di altri Paesi dell’Est), della sistematica demolizione della scuola italiana da parte della sinistra, e delle difficoltà di far carriera se non si appartiene al “partito” (e si è costituzionalmente incapaci di tenere vigliaccamente la bocca chiusa), delle infami gesta delle brigate rosse (anch’esse sostenute dai servizi segreti dell’Est, e che ogni tanto si risvegliano, anche se di quei servizi non hanno più il sostegno), e della nebbia di “soccorso rosso”, di ipocrisia, di menzogna che le sosteneva e le sostiene. In tale liquame ideologico i terroristi rossi, tutt’altro che “poveri proletari”, ma al contrario di solida estrazione “borghese”, nuotavano, e nuotano, come pesci nell’acqua. E ancora: non dimentichiamo l’attentato al Papa Giovanni Paolo II, pianificato dai soliti servizi segreti e presentato, al solito, come gesto della mitica “destra” (“oh, povera polizia segreta bulgara, quanto ti hanno calunniati i fascisti!”).
Se la smemoratezza non fosse la vera arma dei posseduti dal demonio della mentalità totalitaria (come ben ricorda Hans-Joachim Hanewinckel nella sua postfazione), oggi dovrebbero far inorridire slogan come: “le sedicenti brigate rosse”, “in realtà sono brigate nere”, “no alla repressione”, e poi, quando non era più possibile nasconderne la vera matrice ideologica marxista del terrorismo: “sono compagni che sbagliano”. E infatti sbagliano, dal punto di vista strategico, perché il giudice politicizzato con le sue inchieste sugli “Andersdenkend” nostrani e i suoi processi in piazza, grazie a giornalisti compiacenti, anche esteri, serve alla “causa” molto più di un terrorista.
Recandosi oggi nei Paesi dell’Europa orientale, già oppressi dalla cortina di ferro, si trovano popolazioni ormai vaccinate contro il comunismo, che raccontano storie squallide e deprimenti sull’oppressione dittatoriale, poliziesca e giudiziaria della quale solo da poco si sono liberati, sebbene vi siano tuttora nostalgici dello Stato di polizia tuttofare, lo Stato che assiste il suddito dalla culla alla tomba, eliminando il problema di pensare e di provvedere a se stessi e dicendogli anche cosa deve pensare (secondo un recente sondaggio, nell’ex DDR, questi burocratico-dipendenti auto-condannatisi all’inettitudine sarebbero il 32% della popolazione).
Si tratta comunque di minoranze. In tutta Europa, ad avere un governo che ancora corteggia l’incubo comunista, è rimasta quasi solo l’Italietta. Non c’è da meravigliarsene: un paese provinciale e ritardatario preferisce la via di Zapatero e di Chavez piuttosto che quella delle grandi democrazie. Ma se il comunismo è un fallimento irrimediabile in Europa e altrove, lo stesso Occidente secolarizzato, nel suo edonismo cieco, nel suo disfacimento morale, nella sua esaltazione del vizio come fosse “libertà” e “virtù”, nel suo odio per la normalità, nella sua criminale persecuzione contro il valore supremo della famiglia, nel suo isterico relativismo che serve a liberarsi della scomoda realtà e in particolare degli scomodissimi Dieci Comandamenti, questo Occidente secolarizzato, nella sua precipitosa fuga dalle proprie radici cristiane, non è meno ripugnante, ed è un corruttore ancora più subdolo, della peggior dittatura di destra o di sinistra. Fra l’altro, nessuno pensa che questa nostra deriva morale ci sta esponendo ad un immenso e ben meritato disprezzo da parte di altre civiltà, come quella cinese e quella islamica, tanto per citarne due che non sono proprio delle più insignificanti.
Se Atene piange, Sparta non ride. Del resto, Sparta e Atene si sono alleate nell’opera di distruzione. Il comunismo odierno (o post-comunismo, comunque lo si voglia chiamare) ha abbracciato entusiasticamente l’edonismo occidentale, sprofondando nella grottesca transizione da “partito dei lavoratori” a partito delle più avventate minoranze e dei più singolari “orientamenti sessuali”, allo scopo di racimolare qualche voto in più.
È fonte di autentico scandalo che tanti esponenti del clero cattolico, inclusi vescovi e cardinali, si ostinino a vedere nei comunisti i “difensori dei poveri” invece dei difensori della (propria) poltrona o poltroncina, e si affannino a voler gareggiare in laicismo con i laicisti e in anticlericalismo con gli anticlericali. Questi sprovveduti (ma lo sono poi davvero, o è tutta una commedia di cosciente tradimento e sabotaggio?) prima sostengono più o meno apertamente i partiti anticlericali, poi fingono di meravigliarsi se questi approvano leggi violentemente distruttive della famiglia.
Possa questo agghiacciante documento servire a non far dimenticare, almeno a qualcuno, la vera immutabile natura del comunismo, e non solo di quello ma soprattutto della negazione di Dio in genere. Negare Dio non vuol dire “libertà di pensiero” o “libertà dalle superstizioni”. Negare Dio vuol dire cadere nelle peggiori superstizioni, perché chi non crede in Dio crede a tutto: ai falsi profeti, ad un aberrante neopaganesimo da bar che “divinizza” la natura, alle farneticazioni filosofiche (da secoli si cerca infatti di persuadere i Cristiani a rinunciare a ciò che hanno sotto gli occhi per attendere dai filosofi stessi chissà quali mirabolanti “rivelazioni”), ai tarocchi, ai fondi di caffè, a Freud (tanto comodo perché distrugge il senso del peccato sostituendolo con fantomatici “complessi”), al mago Otelma, alla strega Nocciola, al “maestro Do Nascimiento”, alle vendite televisive di Vanna Marchi, agli oroscopi, al “Codice da Vinci”, alla magia nera, ai “segreti” dei templari e dei rosacroce, al Grande Fratello, al malocchio, ai filtri d’amore, ai “paradisi artificiali”, alla setta della luna calante (che ti frega il portafoglio sull’istante), ai miti dell’acquario, ai tavolini che ballano e agli spiriti che parlano. Negare Dio non serve ad un’interpretazione “scientifica” della realtà, dall’alto della quale i suoi sostenitori possano divertirsi a “dare i voti” agli altri. Non si tratta di un’“idea”. La negazione di Dio è un’oscena bestemmia e un orrendo crimine contro l’umanità. Essa porta con sé la distruzione non solo spirituale, ma anche fisica dell’essere umano.

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