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POVERI RECENSORI,

NON HANNO TEMPO DI LEGGERE

(di Emilio Biagini)

Molti recensori non leggono quello che recensiscono e fanno una figura penosa… Se poi uno il recensore lo fa di professione e non scrive altro, è degno della massima pietà: poveretto, mancando la capacità creativa, si limita a fare le pulci a quelli che, in qualche modo, più o meno, ce l’hanno.

Nella recensione che un ominide ha fatto del mio testo universitario Pianificazione territoriale in Occidente, mi sono visto rimproverare la “scelta casuale” degli esempi di paesi esaminati; ma c’era tutto un capitolo dedicato ai criteri della scelta, sia in base alla teoria dell sviluppo polarizzato, sia in base alle competenze linguistiche, evidentemente sfuggito al distratto recensore. Al sottosviluppato non andava giù che non avessi considerato quel modello di socialismo suicidario che è la Svezia, ma c’era il fatto che allora parlavo solo cinque lingue straniere e lo svedese non era tra queste, e come si fa ad esaminare i documenti degli uffici di pianificazione se non si conosce la lingua? Probabilmente lui sapeva lo svedese o, ancor più probabilmente, era abituato a parlare in base a documenti che non comprendeva, ma siccome era un sussiegoso barone universitario, non si poteva dirglielo sulla facciaccia.

Il mio primo romanzo, La luce, è ambientato nell’Emilia Romagna e conteneva un durissimo attacco ai trinariciuti ivi infelicemente dominanti. Un geniale recensore ha scritto che vi scarseggiava l’umorismo, forse non comprendendo che non tutti i temi narrativi si prestano a fare dell’umorismo. Un altro, che doveva averlo letto con particolare attenzione, ha ritenuto che fosse ambientato “in una cittadina della Riviera Ligure”. Ogni commento è superfluo.

Un altro mio romanzo La nuova terra, ambientato a Città del Capo, dopo tre ristampe oggi alla seconda edizione, avevo osato inizialmente proporlo alla Mondadori, ignorando che, senza una raccomandazione del “partito” (e spesso anche con la raccomandazione, per quelli che hanno lo stomaco di farsi raccomandare dai trinariciuti), non si batte chiodo. Mi hanno restituito il testo dicendo che era una semplice “love story”. Il sottosviluppato mezzemaniche autore della lettera non ha colto il caso del ragazzo che diventa scuro per via di una malattia al fegato e rischia di venire forzosamente strappato dalla famiglia per finire in un ghetto, e quindi comprende il dramma della discriminazione “dal di dentro”. Né ha colto il problema centrale delle discriminazioni incrociate, non solo degli afrikaner verso gli anglofoni e viceversa, non solo dei bianchi verso i colorati (a Città del Capo per lo più incroci tra bianchi e schiave giavanesi o singalesi), ma anche dei neri verso i colorati. Neppure ha recepito l’ipocrisia dei politicamente corretti che, a Londra dove la vicenda si conclude, si riempiono la bocca di buonismo verso le persone oneste.

A proposito del romanzo Nonna non raccontava le favole, di mia moglie Maria Antonietta, un annebbiato ominide ha scritto di riconoscervi “solo un valore storico” (sic!); evidentemente sono sfuggiti al sottosviluppato di turno tutto il pathos e l’humour della narrazione, il valore della famiglia, il senso dell’amore e del coraggio che permea le pagine, la tristezza del tempo che passa, della morte che taglia i legami più cari, della speranza di una luce al di là delle tenebre dell’esistenza.

Non tutti i recensori, naturalmente, sono dei pigri e incapaci che tirano per aria il libro e leggono solo le pagine dove è rimasto aperto. Ho avuto parecchie lusinghiere recensioni, ad esempio, del mio testo universitario Ambiente, conflitto e sviluppo: le Isole Britanniche nel contesto globale, un testo che peraltro ha suscitato le ire di alcuni colleghi trinariciuti della periferica università di Cagliari, secondo i quali avrebbe dovuto essere ritirato perché politicamente scorretto: infatti parlava dei “ghei” imperversanti nel mondo anglosassone senza dimostrare loro la debita deferenza e il debito servile omaggio. Il testo non è stato affatto ritirato, com’è ovvio, e la vicenda è stata oggetto di parecchie satire di mia moglie e mie, contenute nel volume dal titolo La scienza di Blateronte (spiegata al popolo), di prossima pubblicazione, illustrato dall’insigne pittrice Elena Pongiglione, di cui ho pure l’onore di essere cugino.

Nel volume blaterontico vi è, fra l’altro un atto unico dal titolo Il recensore letterario, ispirato alle figuracce dei recensori che pretendono di parlare di quello che non hanno letto. Ecco l’illustrazione di Elena Pongiglione che accompagna la pièce, nella quale si vede il recensore che blatera col dito alzato e l’autore, con la faccia lunga, che lo guarda esterrefatto.

 


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