I Trigotti

Necessaria precisazione: e sia ben chiaro noi non siamo bigotti.

I Trigotti

Categoria: Humanae litterae (Pagina 34 di 36)

IL DESTINO ULTRATERRENO NE “IL SIGNORE DEGLI ANELLI”

Da: IPOTESI: periodico culturale di informazione critica,
Rapallo, Anno 4, N. 10-12, Anno 5, n. 1-8 (1979),
Numero speciale dedicato a “Il mondo fantastico di J.R.R. Tolkien”, pp. 361-362.

Emilio Biagini & Laura Faelli

IL CONCETTO DI DESTINO ULTRATERRENO NE “IL SIGNORE DEGLI ANELLI”

Il Signore degli anelli (The Lord of the Rings, d’ora innanzi indicato come LOTR) è stato a torto definito un romanzo senza religione. Più propriamente si può dire che manchino in essi accenni diretti ad un sistema religioso: non vi si trova dunque l’aspetto formale della religione, ma sono i fatti stessi del romanzo che presuppongono un ordine provvidenziale (Urang 1971), quindi una Divinità. Secondo il Fuller (1962) una teologia contiene la narrazione piuttosto che esservi  contenuta. Zimbardo (1968, in Isaacs & Zimbardo) pone in particolare evidenza la origine agostiniana della concezione del male in Tolkien. Una simile prospettiva si ritrova nel Kocher (1974), il quale tuttavia si dichiara contrario ad un eccessivo approfondimento teologico: ma è questa una premessa che lo stesso autore, nella sua discussione sull’ordine cosmico nel romanzo (Cap. 3), sembra non rispettare troppo. “Religione naturale” (Kocher, cit.) e “teologia naturale” (da parte dello stesso Tolkien 1966) rappresentano definizioni quanto mai calzanti del sistema religioso che, in forma implicita, sostiene e conferisce significato e rilevanza alla narrazione, mentre forzature deformanti appaiono le interpretazioni freudiane o pseudofreudiane che pretendono di porre in secondo piano la prospettiva religiosa, come ad esempio quella del Keenan (1968, in Isaacs & Zimbardo).
È d’altronde ben nota la fervida adesione, l’adesione di un’intera vita, di Tolkien alla Fede cattolica (Carpenter 1977). è pertanto legittimo analizzare sotto il profilo teologico il capolavoro tolkieniano e porne in evidenza conformità e divergenze dall’insegnamento della Chiesa. Sono a questo punto necessarie due precisazioni: anzitutto eventuali difformità riguardano esclusivamente il romanzo, dove la fantasia creatrice regna sovrana, e non possono coinvolgere il pensiero dell’autore di per sé; inoltre, data la vastità del campo d’indagine teologico, la presente nota si limiterà a considerare un solo aspetto: quello del destino ultraterreno dei viventi.
Nel mondo dell’Anello esiste un inferno, Udûn (che in Sindarin, una lingua degli Elfi, significa “non-ovest”, “mondo sotterraneo”); e le Terre immortali (dette anche “il Crepuscolo”, “il Regno Benedetto”, “l’Ovest più remoto”, “il Paradiso superiore”), dove risiedono i Valar e gli Elfi. Le Terre Immortali erano congiunte alla Terra di Mezzo, residenza dei mortali (non solamente uomini, ma anche Hobbit, Nani, Ent ed altre specie pensanti), tramite il mare, ma alla fine della Seconda Era — in seguito al sacrilego tentativo di una popolazione mortale di impadronirsene con la forza — esse furono rimosse per sempre “dai cerchi del mondo”, mentre la patria dei violatori, l’isola di Numenor, veniva inghiottita dalle onde a somiglianza di Atlantide (LOTR, Appendice A; Foster 1971; Tyler 1976).
In casi eccezionali, però, i destini si invertivano: gli immortali potevano rinunciare al loro posto nel Regno Benedetto e seguire il destino dei mortali: è il caso dell’elfa Arwen, andata sposa all’uomo Aragorn. Per contro, i mortali che si fossero distinti in modo speciale potevano accedere alle Terre Immortali, come gli Hobbit Bilbo e Frodo, ambedue portatori dell’Anello, e il nano Gimli, che viene accettato a causa della sua amicizia con l’elfo Legolas e della sua venerazione per la regina elfica Galadriel. L’ammissione è sempre subordinata ad una stretta associazione e amicizia con gli Elfi, cittadini di diritto delle Terre Immortali.
Nella concezione tolkieniana dell’Elfo si ritrova l’influsso del mito scandinavo e del concetto dell’uomo non tocco dal peccato originale (Carpenter cit.). Nulla è detto però dell’eventuale connessione, quanto a origini, tra uomini ed Elfi, mentre è fatto cenno ad una lontana parentela tra uomini e Hobbit (LOTR, Prologo). Analogamente, nulla è detto del destino ultraterreno degli Elfi uccisi in battaglia.
Un mortale destinato all’ammissione al Regno Benedetto subiva preventivamente, in seguito alla sua lunga associazione con gli Elfi, una graduale trasformazione che lo rendeva simile a loro. Questo processo è descritto in qualche dettaglio nel caso di Frodo: il corpo stesso talora si altera, sembra farsi più diafano, cambiano soprattutto gli aspetti psicologici e morali, così che il mortale trova difficoltà di adattamento nel vivere tra la sua gente. Infine, quando entra nell’immortalità — le Terre Immortali, benché rimosse dai cerchi del mondo, potevano ancora essere raggiunte dalle navi elfiche — vi entra da vivo, in corpo ed anima.
Sul destino degli altri mortali vi è un unico ma illuminante accenno. Aragorn morente, nel consolare Arwen, dice: “In sorrow we must go, but not in despair. Behold! We are not bound forever to the circles of the world, and beyond them there is more than memory.” (LOTR, Appendice A). I mortali hanno dunque, nel mondo dell’Anello, una sopravvivenza di carattere positivo, un paradiso. Abbiamo, in definitiva, due paradisi, ciò che diverge nettamente dall’insegnamento del Vangelo.
Il paradiso, come appare dalle Scritture e dalla Tradizione, rappresenta il totale ricongiungimento delle anime con Dio, senza più barriere di sorta, neppure tra anima e anima (Comunione dei Santi). Non così nel LOTR, dove il destino degli Elfi è nettamente separato da quello dei mortali: “their fate is not that of Men. The dominion passed long ago, and they dwell now beyond the circles of the world, and do not return” (LOTR, Appendice F). E, parlando della separazione da suo padre dell’elfa Arwen nell’andare sposa ad Aragorn, Tolkien toglie qualsiasi dubbio in proposito: “bitter was their parting that should endure beyond the ends (sic) of the world” (LOTR, The Return of the King).
Quale è la causa di tale discrepanza? La risposta più semplice, che certamente contiene molta verità, è che l’autore, abbandonandosi alla sua libera creazione, non si è posto il problema di far aderire il suo mondo ad alcun parametro esterno. Vi è tuttavia motivo di ritenere alquanto semplicistica una spiegazione esclusivamente legata alla considerazione di cui sopra. Un’opera d’arte è sempre basata su esperienze e conoscenze dell’autore, e ne risulta una complessa sintesi che contiene cose che l’autore stesso può non aver pensato di mettervi (Fuller cit.). Ben conosciuto è l’atteggiamento negativo di Tolkien verso il tecnicismo e il “progresso” in genere. La prospettiva di tale progresso è naturalmente rappresentata, nel LOTR, dagli uomini: “The deeds of Men will outlast us”, afferma l’elfo Legolas. Ma il progresso rinuncia alla purezza della natura incontaminata, simboleggiata dagli Elfi. Ecco dunque la separazione tra uomini ed Elfi, destinata a durare oltre la fine del mondo, in eterno.
Vi è dunque, nella grande creazione tolkieniana, peraltro permeata dal concetto di Provvidenza, e perciò piena di speranza, una vena, se non di pessimismo, certo di profonda malinconia di fronte all’indiscriminato saccheggio della natura, alla distruzione di quella quiete, di quel silenzio che è elemento vitale per tutti i veri creatori.

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GEOGRAFIA DELLA TERRA DI MEZZO DI TOLKIEN

Da: IPOTESI: periodico culturale di informazione critica,
Rapallo, Anno 4, N. 10-12, Anno 5, n. 1-8 (1979),
Numero speciale dedicato a “Il mondo fantastico di J.R.R. Tolkien”, pp. 369-371.

Emilio Biagini

ORGANIZZAZIONE DELLO SPAZIO E ASSETTO ETNICO IN UNA TERRA IMMAGINARIA

La concezione tolkieniana della Terra di Mezzo, teatro di un’epica lotta tra le forze del bene e quelle del male, sembra emergere e prender forma da un’infinita profondità di tempo.
Di tre ere Tolkien ci dà notizia, oltre all’inizio di una quarta. Ognuna di tali ere è scandita dal progressivo dilagare del male nel mondo. Raggiunto l’apice, si scatena una crisi che sconvolge la Terra di Mezzo. Il male viene abbattuto, ma la liberazione non è mai definitiva. Nell’era successiva l’assalto, sotto nuova forma, si ripeterà.
Il Signore degli anelli tratta della crisi alla fine della Terza Era, quando il demone Sauron, signore di Mordor, tenta la conquista della Terra di Mezzo coi suoi eserciti di mostruosi Orc e Troll e di uomini dei paesi di Harad e Rhûn. Sauron si sforza di recuperare un anello di potere, da lui perduto al termine della Seconda Era e caduto in mano ad un Hobbit: con la sua già formidabile potenza diverrebbe invincibile. Per i popoli liberi suoi avversari l’unica speranza sta nel distruggere l’oggetto, di cui non possono servirsi perché il potere che ne irradia, irrimediabilmente malvagio, li perderebbe comunque. Ma l’anello può essere distrutto solo se gettato nel vulcano Orodruin in cui fu forgiato, nel cuore stesso di Mordor, presso il covo di Sauron. Una spedizione dei popoli liberi parte dalla roccaforte elfica di Rivendell: la costituiscono quattro Hobbit (uno dei quali porta l’Anello), due uomini, un elfo, un nano e il mago Gandalf. Dopo innumerevoli peripezie, quando i popoli liberi stanno per essere sconfitti, l’Anello è distrutto, e con esso la potenza di Sauron.
Principale fonte d’ispirazione di Tolkien nel creare il suo mondo immaginario è la cultura nordeuropea dell’alto medioevo, da cui egli deriva sistemi linguistici, nomi di personaggi, usi funerari, tipologia dei rapporti sociali, il concetto del signore come “datore di anelli” e lo stesso toponimo Terra di Mezzo. Tale prospettiva si manifesta nel limitato controllo umano sull’ambiente, da cui l’incubo dei mostri e i labili confini tra naturale e soprannaturale: ecco quindi il paesaggio e l’organizzazione dello spazio divenire espressione di aspetti spirituali, buoni o malvagi.
La Terra di Mezzo appare interamente ricreata rispetto all’Europa, di cui ritiene posizione astronomica e clima, mentre i contorni poveri di articolazioni ricordano quelli del Galles. Mordor, la terra del male, è una sintesi tra il concetto di regione e quello di fortezza: inaccessibili montagne la circondano e i rari impervi valichi sono irti di fortificazioni. Più aperte le altre terre sotto il profilo fisico.
Lo spazio è organizzato in modo piuttosto debole, come appunto nell’alto medioevo: sparse comunità agricole o allevatrici autosufficienti, nulla quindi l’integrazione economica tra regione e regione, rade le strade, limitato il numero dei centri abitati, i quali sono piccoli e per lo più di tipo rurale. Unico insediamento di carattere urbano è, al tempo della guerra decisiva contro Sauron, la capitale di Gondor, Minas Tirith. Erano tuttavia esistite in precedenza anche altre città, ora distrutte dagli eserciti nemici.
I diversi gruppi etnici sono chiaramente distinguibili nel capolavoro tolkieniano, grazie alla minuziosa cura di filologo con cui l’autore li ha caratterizzati.
I meridionali abitanti di Harad, dediti alla pirateria, appaiono derivati dai Saraceni. Nelle orientali terre di Rhûn vivono numerosi popoli in assetto instabile e in frequente movimento verso occidente, ciò che rispecchia le incerte condizioni dell’Europa centro-orientale in età barbarica. Mordor, tra i nemici dell’Ovest, è quello che presenta più spiccate divergenze da tutte le altre terre: non vi è insediata alcuna popolazione umana dotata di una propria cultura, ma solo schiavi e orridi mostri quali gli Orc e i Troll: inoltre essa non ha il carattere alto-medioevale delle rimanenti aree della Terra di Mezzo, ma è al contrario tecnologica e “moderna” nel senso peggiore, con evidente derivazione dalla bruciata terra di nessuno sul fronte francese nella prima guerra mondiale e dalle Midland inglesi devastate dalla rivoluzione industriale, elementi che fanno parte ambedue dell’esperienza giovanile di Tolkien.
L’Ovest della Terra di Mezzo comprende due regioni principali: Gondor a sud, occupata dall’omonimo regno: Eriador a nord, che ha ospitato il regno di Arnor ma in cui, all’epoca del romanzo, l’unica unità politico-culturale degna di nota è ormai solo il piccolo Shire degli Hobbit. Un terzo paese occidentale è il regno di Rohan, tra le Montagne Nebbiose e le Montagne Bianche, sulla riva destra del fiume Anduin.
Sulla medesima riva, a nord di Rohan, si stende il bosco di Fangorn, in cui vivono gli Ent, i giganteschi pastori degli alberi che Tolkien deriva forse dal poema celtico Câd Goddeu o da Humbaba, il colossale guardiano della foresta di cedri in Gilgamesh. Più a nord ancora è il bosco di Lorien, sede di un regno degli Elfi.
Sono appunto gli Elfi che, oltre ad aver insegnato a parlare agli Ent, hanno introdotto la civiltà nell’Ovest, tramite uomini loro amici, i Numenoreans o Dunedain, con cui talvolta si sono uniti in matrimonio. La lingua comune dell’Occidente, il Westron, è fortemente influenzata dalle lingue degli Elfi, in connessione alle quali Tolkien fa riferimento, nelle appendici del romanzo, tre volte al latino e una al greco. Il concetto di influsso civilizzatore esterno, rappresentato nel Nord Europa alto-medioevale dal retaggio greco-latino, viene quindi trasferito nel romanzo agli Elfi. Principale depositario di tale influsso è, dopo la caduta di Arnor, il meridionale regno di Gondor, in cui nomi di località e di persone sono quasi per intero elfici, mentre una lingua elfica viene ancora parlata da alcuni nella capitale Minas Tirith. Quest’ultima città è paragonata dal Sale (1973) a una decadente Alessandria o Costantinopoli.
In aiuto dei Gondoriani, sul punto d’essere sopraffatti sui campi di Pelennor, giunge appena in tempo l’esercito di Rohan. Gli uomini di Rohan, i Rohirrim, si sono insediati ai confini settentrionali di Gondor in qualità di alleati, a somiglianza di molte tribù germaniche all’epoca del Basso Impero. La lingua che Tolkien fa loro parlare è l’anglosassone, ciò che permette di differenziarli culturalmente dagli altri popoli della Terra di Mezzo. I Rohirrim appaiono sotto ogni aspetto più energici e vitali dei Gondoriani; come pure estremamente vitali e di carattere decisamente anglosassone si mostrano gli Hobbit, i quali danno alla salvezza di Gondor un contributo ancora maggiore di quello dei Rohirrim: due di essi, con l’involontario aiuto del mostruoso ex-Hobbit Gollum, riescono infine a distruggere l’anello di Sauron. L’essenziale differenza tra Rohirrim e Hobbit è il carattere infantile di questi ultimi, testimoniato, oltre che dalle loro piccole dimensioni, dal fatto che, prima della loro comparsa ne Il Signore degli Anelli, essi appaiono in un romanzo per bambini (The Hobbit). Nel mondo dell’Anello, gli anglosassoni appaiono quindi sdoppiati in due gruppi etnici, simboleggianti l’uno i bambini, l’altro gli adulti: ambedue contribuiscono con le loro gesta eroiche a salvare dalle orde barbariche la decadente civiltà meridionale. è infine Aragorn, originario del nordico Eriador e affini in carattere ai Rohirrim, ad essere incoronato, dopo la vittoria, re dell’Ovest (Gondor e il ripristinato regno di Arnor). Rivive così il mito medioevale della restaurazione dell’impero con infusioni di nuovo sangue nordico.
Sulla Terra di Mezzo in ere precedenti le informazioni sono assai più scarse. Sulla base del Silmarillion si può dire ad esempio che l’organizzazione dello spazio durante la prima era appare ancor più debole. Uniche tracce di “antropizzazione” sono infatti alcune fortezze e radi insediamenti degli Elfi, oltre a qualche rarissima strada. Più semplice l’assetto etnico: non ancora apparsi gli Hobbit e poco numerosi gli uomini. Regnano ancora sulla Terra di Mezzo, in modo pressoché assoluto, i paesaggi naturali: immense foreste, alternate a paludi e praterie.
Gli Elfi, che in tale remotissima epoca costituiscono la specie dominante, a causa della loro vita in stretta comunione con la natura, non esercitano alcuna attività capace di alterarne l’equilibrio. La situazione che Tolkien in questo caso ci prospetta ricorda quindi i miti della più remota età barbarica del Nord Europa, antecedente allo stesso alto medioevo e ricollegantesi direttamente alla preistoria nordica.
Gli elementi dell’opera tolkieniana possono, come si vede, ricondursi a ben precise esperienze e cognizioni dell’autore. Ciò tuttavia nulla toglie alla prodigiosa capacità creativa che Tolkien dimostra nell’ordinare tali elementi in una sintesi di eccezionale coerenza.
L’immaginaria Terra di Mezzo rappresenta perciò un sistema complesso e ben ordinato, che ricrea l’ordine cosmico e provvidenziale del mondo reale, in cui anche il male — pur restando tale — ha una sua funzione in un ordinamento superiore. Conseguire tale risultato artistico non sarebbe stato possibile senza una profonda concezione religiosa.

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PERSECUZIONI ANTICATTOLICHE

Emilio Biagini

IL DISCEPOLO NON È DA PIÙ DEL MAESTRO

UBIQUITÀ DELLA PERSECUZIONE
“Il discepolo non è da più del maestro, né il servo da più del suo padrone”. Queste parole di Cristo, riportate dal Vangelo di San Matteo (10, 24) ammoniscono il cristiano a non aspettarsi di essere ben accetto al mondo: come il mondo ha crocifisso il Maestro così farà di tutto per offendere, calunniare, ferire e uccidere i discepoli. La persecuzione è connaturata al Cristianesimo e indica che siamo nel giusto, perché la verità suscita fastidio e opposizione.

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RECENSIONE DI “AMBIENTE, CONFLITTO E SVILUPPO”

AMBIENTE, CONFLITTO E SVILUPPO
di Emilio Biagini (Genova. Ed. E.C.I.G., 2a ed., 2007)

Recensione di Guido Milanese
Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano

Una lettura di quest’opera affidata ad uno studioso di altre discipline rispetto a quelle professate dall’autore può rivelarsi utile perché l’interesse  del volume consiste appunto non, banalmente, nel suo essere “interdisciplinare” (affermazione che è spesso una comoda scusa per giustificare la superficialità) ma nel collocare in sistema un ventaglio di competenze assolutamente non comune in un tempo di specialismi sempre più ferocemente autoreferenziali  . Dire che si tratta di un libro di storia della cultura è una definizione ragionevole, ben radicata nelle discipline praticate dall’autore. Insomma, domande diverse che rivelano la radice in una domanda comune, che è infine la dimensione storica (almeno per il presente lettore)  . “Ambiente” come spazio dell’uomo, “sviluppo” come concetto chiave che si oppone alla banalizzazione del “progresso” come chiave di lettura, consolantemente rettilinea, della storia, “conflitto” come luogo del rivelarsi delle tensioni ed emergere di spinte nuove: questi sembrano i concetti chiave del testo.
Ho volutamente usato la parola “testo”, intendendo richiamare il “libro di testo”; e in effetti diverse sezioni dell’opera rivelano un’origine (e anche una destinazione) di tipo didattico  . Ma non si tratta di un male, sibbene di un modo di rivelarsi della vocazione “unitaria” del Biagini, che si manifesta in capitoli apparentemente ‘digressivi’, quali quello sulla diffusione del Cristianesimo (I vol., pp. 468 sgg): come interpretare fatti come la distruzione dei monasteri, per esempio, senza capire le ragioni del vero e proprio odio antimonastico degli ambienti protestanti anglicani? sicché l’opera si presenta insieme come manuale e come “libro della vita” – il libro, che qualunque vero studioso prima o poi scrive, nella quale si condensa una visione del mondo e della propria disciplina: basti pensare ad esempio a Storia della tradizione e critica del testo del Pasquali, un’altra opera a suo modo “monumentale”, insieme sommamente didattica e sommamente scientifica.

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DIZIONARIO ITALIANO-INGLESE DI SCIENZE DELLA TERRA

A- : a- (abbreviation in chemistry for “asymmetrically substituted”)
A FORMA DI CRATERE : crater shaped
A STRATI SOTTILI : thin bedded
A STRATI SPESSI : thick bedded
ABBASSAMENTO DEL LIVELLO MARINO : lowering of sea level
ABBASSAMENTO DELLA FALDA FREATICA : groundwater lowering
ABBASSAMENTO DELLA LINEA DI CRESTA : plunge of the crest line (in a fold system)
ABBASSAMENTO SECOLARE DEL LIVELLO MARINO RELATIVAMENTE ALLE COSTE : secular rise
ABISSALE : abyssal
ABLAZIONE : denudation
ABLAZIONE INTERNA : englacial melting
ABRASIONE : abrasion, corrasion, eolian corrasion, planation (due to fluvial or glacial action), wind corrasion
ABRASIONE CAUSATA DALLE ONDE : wave planation
ABRASIONE GLACIALE : glacial erosion
ABRASIONE MARINA : marine abrasion
ABRASIVO : abrasive

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DIZIONARIO INGLESE-ITALIANO DI SCIENZE DELLA TERRA

INTRODUCTORY REMARKS
The extreme necessity of English for international contacts, in the field of Science and not only, is quite plain. This dictionary, born as a glossary for personal use in researches in physical geography, has later been extended to all Earth Sciences. It is the result not only of extensive bibliographic research but also of field research in English-speaking countries. The compilation is based upon a systematic comparison, for each item, of the definitions given by several dictionaries and books. This has entailed, among other things, a work of critical translation of items from English, German, Dutch and French.
Some specific items of fluvial geomorphology have been acquired during fieldwork in northern England in two sabatical years at the University of Durham, one of which as a Visiting Professor at the latter University.
Eart Science terms, being strictly technical, are seldom found in common dictionaries and some of them may be missing even in those of a general technical-scientific character, which do not always take account of the specific needs of the geologist, the palaeontologist, the geophysicist, the physical geographer. In the case of dictionaries specialized in the Earth Sciences, however, a new difficulty emerges, namely that new items are born rather frequently, and this causes these dictionaries to become swiftly dated.
Often the difficulty is overcome by non-English-speaking authors by using untranslated English terms. This however can be a problem for a reader, especially if he is a student. Consequently, it is preferable to attempt the translation anyway, or use the English term with an Italian explanation added. For this reason, this dictionary provides, when appropriate, a choice between different possible translations.
Sometimes the same term has more than one meaning. In this case, the different meanings are given in alphabetical order, separated by a comma. It will be up to the utiliser of the dictionary to choose the appropriate traslation on the basis of the context of the sentence. For some terms the English form itself, or the anglicized form derived from other languages, is given as the Italian translation, since the Italian scientific literature often uses such forms unchanged. To some items which could entail some difficulty for students, a short definition or an explicative circumlocution has been added within parenthesis. Besides the current terms, many others decidedly obsolete have been included, as they are still of considerable interest for the historian of science.
In a dictionary of this kind, items can be ordered in chapters or simply arranged in alphabetical order. For easier consultation and to avoid repetitions, it has been preferred to adopt the latter solution. Any time a term was found to have more than one meaning, each belonging to different disciplines, the various meanings have been detailed indicating the attendant disciplinary areas. Many items belonging to palaeontology, palaeobiology and ecology, come inevitably also within the purview of the biological sciences. Other items, linked to the management of natural resources, are common to economic geography, regional geography and regional planning.
Obsolete items have been sistematically included, since a bibliographic research by the utiliser of the dictionary can lead to perusing works published tens of years ago, and after all there is also a subject called History of Science. The translations of many terms may appear straightforward, being exactly or nearly identical in English and in Italian, on account of the root being in both cases from Greek or Latin. This is so common that no explicit indication of that origin is given in the dictionary, but only when the origin of a word is from less obvious languages. Even the cases of total or partial identity between English and Italian words, however, can give the non-native English speaker nasty surprises as to spelling.
When no indication is added, the terms are those commonly used in the standard English of England. Not a few examples of typically regional terms exist, however, inside England itself, especially in the North, where a strong Scandinavian influence has fostered the geordie dialect. American, Australian, South African, Scottish and Welsh terms, as well as those from English dialects, can be considerably different from their standard English equivalent, and it is useful to know them as there are important examples of them in the Earth Sciences.
Items originally un-English are also included, as English has acquired a great many of them. For example, the English-speaking Earth Sciences have acquired glaciological terms from various Scandinavian languages, volcanological terms from Hawaaian and Italian (even southern Italian dialects), and terms of desert geomorphology, as could well be expected, from Arabic and Berber languages. Thanks are due, for explanations concerning the latter terms, to Dr. Monia M’Sehli, Lecturer in Arabic at the University of Cagliari. The dictionary includes not merely single words, but also expressions and whole sentences commonly used in the international scientific literature.
Particular caution is necessary in reading numbers. These are consistently written in the dictionary according to the system in current use in each language system. In English, the comma is used to separate numbers in groups of three digits, while the full stop is used to separate decimals (e.g. 123,456.7). In Italian, the usage is exactly the opposite, with full stops used to separate digits in groups of three, and commas to separate decimals (e.g. 123.456,7).
It is hoped that this volume will be useful to Italian authors intending to publish in English, and possibly also to foreign authors wishing to carry out research in Italy. Any indication as to inaccuracies or the need of additions will be gratefully received.

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LA TORRE DEI TOPI

EMILIO BIAGINI

Una stanza all’interno della torre medievale di Bingen, su un’isola del Reno.

Personaggi:
Il Principe HATTO di Magonza;
il SERVO;
la SENTINELLA;
la VOCE del Frate;
una gigantesca torma di giganteschi topi di gigantesca cattiveria.

HATTO — Che corsa. Non ne posso più.
SERVO — Veramente ha corso la barca. Mai vascello fu più veloce tra Magonza e qui.
HATTO — È ben sicura la torre?
SERVO — Ma certo, Vostra Grazia. Nessuno ha mai conquistato la torre di Bingen.
HATTO — Forse perché nessuno l’ha mai presa d’assalto. Gli operai hanno finito di murare la porta?
SERVO — Certamente. Hanno fatto un ottimo lavoro e se ne sono già andati. Non passerebbe nemmeno un topo.
HATTO (con improvvisa angoscia) — Non nominarli.
SERVO — Ma come potrebbero seguirci? Si son mai visti animali del genere nuotare nel Reno? Ormai non avete più nulla da temere, principe.

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DEVELOPMENT, CONFLICT AND GLOBALIZATION

Emilio Biagini

There is no universally accepted definition of development, but a neutral definition as a process of innovative structural change in the economic, political and cultural fields, gives many advantages. It allows historical interpretation of past processes and understanding of current ones, constantly calling attention on the true motor of development: internal innovation (something that no external aid can replace). Globalization tends to be reified by many authors: one hears that “globalization does this or does that”. It is not so, globalization, like any other development process (such as the agricultural “revolution” of the Neolithic or the Industrial Revolution) by itself does nothing. Rather, globalization is moved by the innovative activities of dynamic actors, it is not in itself a prime mover, although it may act as multiplier of these activities. Last but not least, a neutral definition leaves space for the negative sides of development, as no one can guarantee that innovations will not have adverse outcomes.

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LA REALISTICA TEORIA DELLO SVILUPPO E LE MITOLOGIE INTORNO AL PROGRESSO, RECENSIONE DI PIERO VASSALLO

Concepita come testo universitario, la monumentale opera di Emilio Biagini (Ambiente, conflitto e sviluppo: Le Isole Britanniche nel contesto globale, 3 voll., E.C.I.G., Genova, 2007, 2a ed.) si rivela specialmente utile a quanti, per evitare la vana rincorsa delle mitologie intorno al progresso, intendono conoscere le leggi che condizionano lo sviluppo.
La nozione di progresso, infatti, è il risultato di quella famosa e ormai screditata speculazione ottocentesca, che ha concepito la storia come il fatale movimento dell’assoluto immanente, la caricatura della divinità, intesa a perfezionare e realizzare se stessa attraverso una vicenda feroce, che si svolge usando l’umanità come uno strumento vile.

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RECENSIONE DI “RULE BRITANNIA”

Recensione del volume “RULE BRITANNIA. THE WIELDING OF GLOBAL POWER” (HALLE, PROJEKTE VERLAG, 2006, 145 pp.), di EMILIO BIAGINI,
Pubblicata sulla RIVISTA GEOGRAFICA ITALIANA, CXIV, 3, pp. 460-461
Una lettura non convenzionale della globalizzazione, così può definirsi questo saggio (il cui titolo suonerebbe in italiano “Governa, Britannia. Il controllo del potere globale”) che ha il non trascurabile pregio di venir pubblicato all’estero, caso piuttosto raro per un geografo italiano.
Si tratta della sintesi di un’opera ben più vasta — 3 volumi per quasi 1.600 pagine — uscita nel 2004 per le edizioni Ecig di Genova (Ambiente, conflitto e sviluppo: Le Isole Britanniche nel contesto globale, € 40), sintesi che risulta più armonica e di facile lettura, anche se al prezzo di rinunciare ad una massa imponente di informazioni di dettaglio che nel loro insieme avvalorano le tesi sostenute. L’A. confessa di averci lavorato dieci anni, ma tutto sta ad indicare che si tratta del risultato di ricerche iniziate cinquant’anni fa [sic, saluti da Matusalemme, N.d.A.] e dunque siamo di fronte al lavoro di una vita.

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