I Trigotti

Necessaria precisazione: e sia ben chiaro noi non siamo bigotti.

I Trigotti

Categoria: Humanae litterae (Pagina 33 di 36)

ARCANGELI CADUTI E UNIVERSITA’ INTOLLERANTE

ARCANGELI DEL CIELO,
PROTEGGETECI DAGLI ARCANGELI CADUTI

Un po’ di tempo fa, chissà perché, il Professor Biagini fu attaccato in tutti i modi da giornalucoli e radiucce locali della Sardegna.

Chissà chi aveva dato loro i numeri di telefono riservati del Professor Biagini, insieme a un dossier di frasi “contestate” tratte da un libro di testo?

(Ma chi è costui? Non so, credo che sia il Duce.)

Il dossier era evidentemente compilato da gente che non aveva capito niente, non era capace di capire e non voleva capire, dato che si era avventurata a pontificare su argomenti al di fuori della propria competenza (ammesso che avesse qualche competenza, a parte un’isterica adesione al relativismo al nichilismo, e alla cultura della morte).

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IL FARAONE PATAPUNFÉTE E LA DISASTROSA GUERRA AGLI ETTITI

IL FARAONE PATAPUNFÉTE

E LA DISASTROSA GUERRA AGLI ETTITI

Antiche cronache riferiscono che agli allievi del tempio di Amon-Ra a Tebe venne un giorno assegnato il compito di scrivere un breve esercizio sui rischi del malgoverno, e tutti gli studenti furono concordi nell’additare ad esempio negativo la miseranda storia del faraone Patapunféte. Dopo un brevissimo regno di soli due anni, era piaciuto agli dei che fosse abbattuto, spogliato del potere e condannato alla cancellazione del suo nome da tutti i templi e gli obelischi.

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UNA CULLA PER LA VITA

BABYKLAPPE: UNA CULLA PER LA VITA

Dobbiamo modernizzarci!! Prendere esempio dai paesi più evoluti!! La Chiesa cattolica incombe ed è un ostacolo insormontabile alle conquiste di civiltà!! Liberarci dagli influssi negativi delle gerarchie ecclasiastiche nella morale e nella bioetica!!

Mi trovavo nella Germania settentrionale e precisamente a Lubecca, città situata nella parte protestante della nazione e lontana anni luce dalle influenze vaticane.

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IS GOD EEN MOLOCH? ANTOLOGIA DELLA POESIA NEDERLANDESE E AFRIKAANS

 

IS GOD EEN MOLOCH?

ANTOLOGIA DELLA POESIA NEDERLANDESE E AFRIKAANS

Il curatore di questa antologia, Emilio Biagini, è autore di romanzi, racconti ed opere teatrali e confessa, non senza vergogna, di essere anche professore universitario, e cioè di essere riuscito ad entrare, grazie ai propri avvocati, nella politicamente corretta casta di Cattedropoli, che è in gran parte marcia di relativismo morale e di grottesco (e contraddittorio) nichilismo, ma che offre l’inestimabile vantaggio di fornire un’inesauribile fonte di ispirazione per la satira.

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ORAZIA

La satira può accordarsi con l’amore cristiano? Era un dubbio che mi metteva a disagio. Mi addormentavo pensandoci e mi pareva che il mio impulso a scrivere, la mia “ispirazione”, fossero impediti dallo scrupolo.

Una notte che, contrariamente a quanto dicono i racconti a proposito del mitico momento cruciale, era buia ma non particolarmente tempestosa, mi apparve in sogno un uomo di aspetto piacevole, sereno ma con un tocco di velata malinconia. Vestiva una toga romana e calzava eleganti sandali, pure di tipo romano. Era come avvolto da una tenuissima nebbia e mi guardava intento. Mi voltai a chiamare mio marito, che (eccezionalmente, in quel particolare sogno) non era con me, ma l’apparizione, come se mi leggesse nel pensiero, mi fermò:

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L’INTERVISTA

L’INTERVISTA

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Le poltroncine, rivestite di cuoio nero, erano eleganti, intorno al grande tavolo dalla lucida superficie di cristallo. Tutta la stanza della redazione giornalistica trasudava funzionalità ed efficienza: almeno, quella dell’architetto che l’aveva progettata. L’intervistatore e il fotografo, invece, sembravano due ultrà appena reduci dalla curva sud.

Il ruolo del fotografo: scattare in continuazione foto all’intervistato, tra le quali sarebbe stata poi scelta quella che lo metteva nella luce peggiore.

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LA NOTTE DELLA LIBERTÀ

Maria Antonietta Novara Biagini

Faceva un orribile freddo e il povero Aba rabbrividiva rannicchiato sul suo povero giaciglio, nella stamberga che divideva con un’altra ventina di africani, arrivati come lui su barconi strapieni fin quasi ad affondare, portati al campo di prima accoglienza, e subito fuggiti in massa.
I suoi compagni lo mandavano fuori a vendere cianfrusaglie e lo picchiavano se alla sera non portava abbastanza soldi. Alcuni di loro avevano anche cercato di “fargli la festa” e aveva dovuto respingerli a pugni.
Quella notte decise che ne aveva abbastanza. Prese il suo zaino e si allontanò correndo per la città deserta. Corse e corse finché, svoltando un angolo, gli si parò di fronte un altro giovane africano.
— Aba, — esclamò quello — cosa fai qui? —
Allora egli riconobbe Chekhou, il suo coetaneo insieme al quale, pochi mesi prima, al villaggio, aveva superato le prove per l’ingresso nell’età adulta.
— Sto scappando — rispose — non ne potevo più. —
— Anch’io — rispose l’altro.
Così i due ragazzi decisero di andare insieme: ad un tratto incrociarono una banda di bulli ubriachi che cercarono di aggredirli, allora corsero, corsero, corsero. Girato un angolo della strada, si parò loro davanti un muro. Aiutandosi a vicenda lo scavalcarono e si trovarono in un grande parco. Mezzi morti di freddo, si addentrarono in un prato e sedettero, stanchi, con le spalle appoggiate ad un albero. In breve si addormentarono.
Quando si svegliarono erano riposati e tranquilli. Aprirono i loro zaini, si liberarono degli stracci di cui erano ricoperti e indossarono la tunica bianca della festa e presero i loro tamburi.
L’atmosfera era irreale e lentamente, al suono ritmico dei tamburi, iniziarono a danzare. Accompagnarono la danza col canto del cacciatore che tante volte avevano udito nella loro infanzia. All’inizio i loro movimenti erano timidi ed impacciati, poi, man mano che le loro voci si facevano più sicure, la loro danza assunse un ritmo più solenne.
Fu un vecchio elefante che, alzando la proboscide al cielo, avvertì nell’aria quell’odore diverso, non il solito odore della moltitudine dei visitatori dello zoo, ma l’odore dell’Uomo, il cacciatore che temevano e rispettavano. Il vecchio elefante lanciò un barrito e il suo piccolo branco, quasi tutto nato in cattività, accorse al richiamo. Agitavano le grosse orecchie e udivano in lontananza il canto dei due ragazzi. Lentamente presero a dondolarsi a quel ritmo magico e inaspettato.
Anche Simba, il leone, fu svegliato nel suo sonno sempre uguale, percepì qualcosa di insolito. L’odore dell’Uomo risvegliò in lui i ricordi di quando, cucciolo, seguiva la madre nella savana e doveva stare attento a quei suoni e a quegli odori che significavano pericolo. Pericolo sì, ma quale libertà nelle cacce spietate alle gazzelle, ai bufali, negli ampi spazi. I fiumi, gli alberi, i tramonti infuocati ……. ora si trovava in un ambiente ristretto, e l’unico cibo gli veniva lanciato dai guardiani. Lanciò un ruggito e si alzò con rinnovato vigore.
Tutti gli animali, al richiamo del leone, si svegliarono e iniziarono attenti a seguire quel canto che ricordava ai più vecchi l’infanzia libera nell’incontaminata natura africana.
Aba e Chekhou pensarono di stare sognando, danzavano circondati dai rumori della loro terra: il barrito degli elefanti, il ruggito del leone, il verso delle gazzelle, la risata della iena, gli urli delle scimmie.
In un momento magico, sia per i ragazzi che gli animali dello zoo, era scomparsa l’atmosfera cupa e fredda di quella città del nord, e quella notte era diventata una notte di libertà in Africa. Aba e Chekhou continuarono a danzare, eccitati dagli urli degli animali, finché caddero esausti e si addormentarono.
Il mattino seguente i guardiani trovarono due giovani africani, vestiti con gli abiti tribali, seduti con le spalle contro un albero, ciascuno con il suo tamburo fra le gambe. Morti assiderati, sorridevano.
Quello che i guardiani non riuscirono a vedere fu lo sguardo fiero risvegliato negli occhi degli animali da quella notte magica di libertà.

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LA DONNA IN AZZURRO

Emilio Biagini

Il parlatorio del convento francescano femminile dell’Immacolata Concezione di Agreda. Il Padre Alonzo de Benavides e il converso attendono le suore.

Personaggi:
Il Padre Alonzo de BENAVIDES;
il CONVERSO;
la Madre SUPERIORA;
Suor MARIA Coronel de Agreda;
VOCE di una Suora.

BENAVIDES — Pazienza, fratello. Non è senza motivo che vi ho chiesto di accompagnarmi. Ho voluto che foste mio testimone. La mente umana facilmente si confonde ed è bene essere prudenti in casi come questo.
CONVERSO — Devo avvertirvi, padre, che il mio istinto sempre mi porta a dubitare.
BENAVIDES — Proprio per questo ho scelto voi.
CONVERSO — È già un po’ che aspettiamo.
BENAVIDES — Stanno cercando la Madre Superiora. È un vasto convento.
CONVERSO — Vorrei che facessero presto.
(Entra la Madre Superiora.)
BENAVIDES — Pace e bene, Reverenda Madre.
CONVERSO — Pace e bene.
SUPERIORA — Pace e bene a voi, Reverendi Padri.
BENAVIDES — Reverenda Madre, la mia presenza qui non è per una visita casuale, ma ha uno scopo ben preciso riguardo a certi fatti che di sicuro interesseranno anche il Santo Padre, la Chiesa in generale e il re nostro signore. Quando cominciammo a mandare missionari dal Messico verso le terre selvagge del nord, per volontà del Padre provinciale fui inviato lungo il Rio Grande. Qui incontrai un popolo povero: gli Jumanos, cacciatori e raccoglitori di frutti e bacche, ignoranti dell’agricoltura. Mentre andavo verso il loro misero accampamento, incontrai una fanciulla, forse dodicenne, che raccoglieva dai magri arbusti quel poco di cibo offerto da una terra arida e avara. La salutai, e con mia immensa sorpresa mi accorsi che la piccola parlava un poco di castigliano, in un luogo dove pochissimi spagnoli, forse nessuno, era mai penetrato. Le domandai come facesse a conoscere la nostra lingua e appresi da lei che la sua gente era stata molte volte visitata da una donna castamente vestita in azzurro. Le dissi allora che venivo da parte del Grande Padre di tutte le genti della lontana Roma, e che venivo a parlare del vero Dio fatto uomo. Ma la piccola mi interruppe dicendo: “La signora ci ha già parlato di tutto questo. Ci ha raccontato la vera storia di una santa Vergine alla quale apparve un angelo, che le annunciò un’immensa gioia. Il Grande Spirito, inviato dal Padre di tutti i viventi, avrebbe steso su di lei la Sua mano onnipotente, ed ella avrebbe generato, senza conoscere uomo, il Figlio dell’unico Dio vincitore del male, che vive e regna in tre Persone. Così avvenne, e il Figlio, vero Dio e vero uomo, predicò la buona notizia dell’infinita bontà e misericordia divina, sanò i malati, cacciò i demoni nemici. Ma l’invidia della sua stessa gente lo fece uccidere con grande tormento. Allora si manifestò il braccio potente del Grande Spirito, poiché Egli risorse, e da allora è accanto a tutti coloro che lo amano, fino alla fine del mondo”. Come ella può ben immaginare, Reverenda Madre, rimasi attonito nell’ascoltare quella fanciulla e non sapevo dapprima cosa dire. Poi domandai della misteriosa donna in azzurro, e la fanciulla indiana mi disse che costei, soggiornando presso di loro, aveva cacciato i demoni e sanato i malati, proprio come il santo Figlio di Dio, e per questo le avevano creduto, perché era un povero popolo abbandonato, e nessuno aveva mai fatto per loro quello che la donna aveva fatto. All’agglomerato di povere tende che finalmente raggiunsi insieme alla mia nuova amica, trovai ad accogliermi volti amichevoli e sorridenti. Non dovetti fare alcuna fatica. Quelle anime semplici erano veramente già convertite al Cristianesimo. Tutti dicevano la stessa cosa: la santa dottrina era stata loro insegnata dalla misteriosa donna in azzurro. La stessa anima gentile aveva dato loro dei rosari, aveva curato le ferite, fatto conoscere il messaggio di Gesù Cristo. Quale meraviglia, vedere selvaggi primitivi che dicevano spontaneamente il rosario, e con quale devozione. Appena tornato tra i confratelli in Messico, sbalordito quanto turbato, tentai immediatamente di venire a sapere, per lettera, sia al Papa sia al nostro re e signore, chi mi avesse preceduto nel sacro ministero. Mi risposero con cortesia che erano stupiti quanto me. Di ritorno in Spagna, ho sentito parlare di Suor Maria; per questo sono qui e vedo che l’abito del suo ordine è proprio come quello che mi è stato descritto dagli Jumanos.
SUPERIORA — Quanto lei mi dice, Reverendo Padre, mi meraviglierebbe se non conoscessi da tanti anni Suor Maria Coronel de Agreda. È nata nel 1602, da famiglia ricca e altolocata. Avrebbe potuto avere una vita di agi e di piaceri, ma la sua vocazione la chiamava altrove. Ebbe fin da bambina intense visioni ed estasi. In giovane età entrò in questo nostro convento francescano dell’Immacolata Concezione di Agreda, dove preghiamo intensamente perché il Santo Padre si decida a proclamare finalmente i grandi dogmi mariani, dell’Immacolata Concezione, appunto, e della Santissima Vergine Corredentrice. Nessuno fu più assiduo in queste preghiere di Suor Maria, che si impose un regime di lunghi digiuni, privazione del sonno e autoflagellazioni, tanto che dovetti qualche volta intervenire perché non eccedesse, rovinando la sua delicata salute. Ella sa leggere nella mente altrui, e risponde ai pensieri inespressi di altre persone. Più d’una volta l’abbiamo vista levitare in aria. Abbiamo assistito a circa cinquecento bilocazioni fra il 1620 e il nostro anno di Grazia 1630. Ella ci ha più volte raccontato di una terra lontana e di poveri indigeni che attendevano la luce di Cristo. Suor Maria sapeva della vostra visita, l’aveva predetta prima che giungesse la vostra richiesta di udienza. Mi ha pregato che fossi io sola a ricevervi, perché non ama che si parli di lei come di una predestinata, non ama che si accenni ad una sia pur minima lode nei suoi confronti.
BENAVIDES — Capisco, sono i falsi santi che amano mettersi in mostra.
SUPERIORA — Proprio così. Ora la chiamo, se volete vederla e parlarle.
BENAVIDES — Ve ne saremmo grati.
SUPERIORA (chiamando verso l’interno) — Fate venire Suor Maria.
VOCE (dall’interno) — Suor Maria, Suor Maria, per santa obbedienza vi vogliono in parlatorio.
(Entra Suor Maria, angelica e bellissima.)
MARIA — Pace e bene.
TUTTI — Pace e bene.
SUPERIORA — Suor Maria, questo reverendo padre, consacrato come noi al serafico padre San Francesco, è venuto, insieme a questo converso, per interrogarti su certi fatti avvenuti nel Nuovo Mondo.
MARIA (guardando il converso) — Pace e bene a te, Ramon Mendoza de Azevedo.
CONVERSO (profondamente colpito) — Come sa il mio nome?
MARIA — Cos’è un nome? È solo un piccolo segno per distinguerci l’uno dall’altro. Ma ciò che conta è quello che abbiamo dentro di noi.
BENAVIDES — Come ho detto alla Madre Superiora …….
MARIA — Ah, i miei cari Jumanos. Sì, ora non vado più da loro. Hanno la luce della fede, e il santo cappuccino che è rimasto presso di loro ad amministrare i sacramenti sta compiendo la sua opera con piena soddisfazione di Colui che tutto vede di lassù.
BENAVIDES (turbato) — Posso rivolgerle una domanda?
MARIA — Lei vuole sapere che cosa facevo qui, mentre mi trovavo anche laggiù, al di là del mare. Bene, io qui godevo la pace di questo luogo di luce e di amore. Ed ero felice, contemporaneamente qui e laggiù.
BENAVIDES — Avrei un’altra domanda, se posso …….
MARIA (sorridendo) — Cosa porterà il futuro? Altri, nei secoli avvenire, ben più grandi di me, povera serva, andranno come me nel Nuovo Mondo, bilocati dall’onnipotenza divina. Ma i saccenti ogni cosa ridurranno alla misura della loro misera intelligenza. Il mondo dei saccenti stenderà sui fatti miracolosi, avvenuti per grazia di Dio, un sudario di silenzio, per impedire alla gente di credere. E diranno che la scienza umana è più grande e più saggia. E chiameranno la Fede superstizione. E, peggio, il male entrerà in quelle terre ora monde, dapprima con l’eresia, poi col materialismo. Il mondo intero, ritornato pagano, adorerà Mammona, le pietre, gli alberi, gli animali, e i propri istinti perversi, invece del vero Dio.
BENAVIDES (ancor più turbato) — Ma sono cose terribili, e lei le dice sorridendo!
MARIA (come sopra) — Dio semina per l’eternità. E la testa del serpente è ben premuta sotto il calcagno della donna. Il serpente inganna cento anime, ne inganna mille, un milione, vince una battaglia, ne vince dieci, cento. Alla fine perde la guerra, perché così dev’essere. Anzi, dal male Dio trae il bene, per la Sua infinita sapienza, e il serpente si arrovella perché ha fatto del bene che non desiderava fare. Ecco perché il male scatenato dal serpente non mi rattrista. Io vedo solo la Luce, laggiù, dove tutte le cose ritornano a Colui che le ha create.
BENAVIDES — Lei porterebbe alla fede anche un moro infedele.
MARIA — Molti sono fedeli, tra i mori, di nascosto, per paura, soprattutto fra le loro donne, che essi tanto disprezzano, ma che hanno il battesimo di desiderio. Nell’ultimo giorno si vedrà che alcuni che sembravano fedeli, anche rivestiti di talare o di porpora, erano demoni, e molti, che apparivano lontani e fuori della Santa Chiesa, erano invece spiritualmente uniti a Cristo e degni della salvezza eterna.
BENAVIDES — Di tutte queste cose di cui abbiamo parlato dovrò fare rapporto al nostro Padre Generale, al Santo Padre a Roma e al re nostro signore. Anche per questo ho voluto che vi fosse un testimone.
CONVERSO — Un umile e indegno testimone, ma con tutto il cuore attesterò quello che ho visto e udito.
SUPERIORA — Noi pregheremo per entrambi, e per i nostri superiori. Pace e bene a lei, padre, e al suo compagno. E grazie per essere venuti.
MARIA — Grazie, padre. Grazie, Ramon. Pace e bene.
CONVERSO — Posso parlare, padre?
BENAVIDES — Parli.
CONVERSO (con voce rotta e le lacrime agli occhi) — Chiedo perdono per aver dubitato.
BENAVIDES — Via via, non si vergogni. Il dono delle lacrime viene dallo Spirito Santo, o dal Grande Spirito, se vogliamo esprimerci come la piccola e santa tribù Jumanos. Le lacrime sono il segno della commozione davanti al Mistero divino.

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PRESTO RISOLTO

Emilio Biagini

Una stanza tipo ufficio. Scrivania, poltrona, telefono.

Personaggi:
Il MAESTRO;
il TIRAPIEDI.

TIRAPIEDI (entra con le braccia alzate in segno di estrema disperazione) — Maestro, maestro, una catastrofe.
MAESTRO — Che c’è?
TIRAPIEDI — È morto, è morto.
MAESTRO — Chi è morto?
TIRAPIEDI — Che disastro, è morto, è morto.
MAESTRO — Ma chi è morto, accidenti?
TIRAPIEDI — Il marxismo, maestro, è morto.
MAESTRO — Morto? Ma se due minuti fa stava benissimo.
TIRAPIEDI — Eppure è lungo stecchito.
MAESTRO — Ma se la teoria della transizione funzionava così bene.
TIRAPIEDI — Lo so, però all’improvviso la transizione è andata storta.
MAESTRO — Vuol dire che invece di transìre dal capitalismo al socialismo …….
TIRAPIEDI — Abbiamo transìto alla rovescia, dannazione.
MAESTRO (facendo l’atto di tirare il collo a qualcuno) — Ci dev’essere un traditore. Bisogna scovarlo.
TIRAPIEDI (torcendosi le mani) — Proprio ora che avevo il concorso. A chi la daranno la mia poltrona, adesso?
(squilla il telefono)
MAESTRO — Pronto. Ah, è lei, Eminenza.
TIRAPIEDI — Chi è?
MAESTRO — È l’Eminenza.
TIRAPIEDI — Ah …….
MAESTRO — Si, ho sentito, Eminenza ……. Me l’hanno appena comunicato, Eminenza ……. Chi penserà adesso ai poveri, Eminenza? ……. Mah? Anche noi siamo preoccupati, Eminenza …… Grazie della telefonata, Eminenza ……. Lei è molto buono, Eminenza ……. Grazie, Eminenza ……. La sua solidarietà ci rinfranca, Eminenza ……. (depone la cornetta) Era l’Eminenza ……. l’Arci-Vescovo, il Vescovo dell’Arci.
TIRAPIEDI — E adesso?
MAESTRO — Bisognerebbe avere notizie più precise.
TIRAPIEDI — Io so tutto.
MAESTRO — Cosa ne vuol sapere? Non sono io il Maestro? Ci diamo delle arie? Ohi, giovanotto .…….
TIRAPIEDI — Ma io ho assistito all’incidente.
MAESTRO — Che incidente?
TIRAPIEDI — Gli è caduto un muro in testa.
MAESTRO — Un muro?
TIRAPIEDI — Era il muro che doveva servire a tener dentro i polli, e invece …….
MAESTRO — Ha sofferto molto?
TIRAPIEDI — Non credo. È stato tutto così all’improvviso.
MAESTRO — Dove l’hanno portato?
TIRAPIEDI — All’obitorio.
MAESTRO — Mi viene un’idea. Io sono uno specialista di obitori.
(compone un numero telefonico)
TIRAPIEDI — Lei è grande, maestro.
MAESTRO — Pronto, obitorio ……. mi passi il dottor Dinamo ……. Dottor Dinamo, c’è da lei un ospite molto rosso ……. In che posizione? ……. Orizzontale, credo ……. Sì? ……. L’ha visto ……. Cosa dice, è molto brutto? ……. Ma no, ma no, è tutta questione di abitudine ……. Senta, noi abbiamo un problema ……. Tutti hanno problemi, sì ……. Però noi ne abbiamo uno molto grosso ……. Senta, dovremmo organizzare il funerale ……. Ma non un funerale qualsiasi, lei m’intende? ……. Un funerale con sorpresa …….
TIRAPIEDI — Devo preparare la lista degli invitati?
MAESTRO — Sì, sì, prepari, prepari ……. No, non intendevo il caro estinto ……. Stavo parlando col mio collaboratore ……. Senta, Dinamo ……. Lei s’intende di elettricità, no? ……. Appunto ……. Ora, ha presente l’imbalsamatore? ……. Quello che lavora per il museo di storia naturale ……. Vicino al fabbricante di bare ……. Ecco, ora mi segua …… Bisognerebbe fare un’imbalsamazione flessibile …… Sì, flessibile ……. Che possa piegare gambe e braccia ……. No, non tanto ……. basta un po’ ……. E poi ……. e poi entra in scena lei ……. Vedo che ha già capito ……. Sì, con un po’ di elettronica e un accumulatore ……. Lo facciamo muovere come se fosse vivo …… Così all’improvviso si alza dalla bara e fa una bella sorpresa a tutti ……. Chi vuole che se ne accorga? ……. Malamente si muoveva anche da vivo …… La faccia? Ma cadaverica l’ha sempre avuta ……. Ecco, bravo, una bella mummia meccanica ……. Domani vengo a vedere ……. Quanto ci vorrà? …… Di tempo, voglio dire ……. Ah, bene, un paio di giorni ……. Per la spesa non si preoccupi ……. Paga il partito …… Bene, bene …… A presto, allora ……. Saluti in famiglia ……. Presenterò ……. Arrivederla ……. Ecco fatto.
TIRAPIEDI — Tutto a posto?
MAESTRO — Ancora no.
TIRAPIEDI — Cosa manca?
MAESTRO — Ci vuole il piano mimetico e la campagna pubblicitaria.
TIRAPIEDI — Che piano mimetico?
MAESTRO — Prima di tutto bisogna cambiare un po’ di nomi, di sigle e di simboli.
TIRAPIEDI — Perché?
MAESTRO — I polli devono credere che tutto sia cambiato.
TIRAPIEDI — Capito.
MAESTRO — Poi, per la pubblicità, bisogna trovare un capro espiatorio.
TIRAPIEDI — Cos’è un capro espiatorio?
MAESTRO — Qualcuno da odiare.
TIRAPIEDI — Ah.
MAESTRO — L’odio è una lente d’ingrandimento.
TIRAPIEDI — Per vedere cosa?
MAESTRO — Non serve a vedere.
TIRAPIEDI — E allora ……
MAESTRO — Serve da specchio ustorio.
TIRAPIEDI — Che cosa?
MAESTRO — Concentra i raggi e brucia, cretino.
TIRAPIEDI — E chi dobbiamo bruciare?
MAESTRO — Qualcuno che distolga l’attenzione dal caro estinto.
TIRAPIEDI — Per esempio?
MAESTRO — Qualche antipatico non allineato che pretende di entrare in politica senza il nostro permesso.
TIRAPIEDI — A che scopo?
MAESTRO — Nessuno vedrà se lui ha qualche problema di movimento.
TIRAPIEDI — E poi?
MAESTRO — E poi la gente ci seguirà.
TIRAPIEDI — Dove le attacchiamo il cavo di rimorchio?
MAESTRO — Al naso.
TIRAPIEDI — Il punto più adatto. Lei è un genio, maestro.
MAESTRO — Niente paura. Situazione sotto controllo. Non è successo niente.
TIRAPIEDI — Tutto come prima?
MAESTRO — Certo.
TIRAPIEDI — Allora possiamo stare tranquilli?
MAESTRO — Tranquillissimi.
TIRAPIEDI — Le poltrone sono al sicuro?
MAESTRO — Sicurissime.
TIRAPIEDI — E il mio concorso?
MAESTRO — Niente paura, le dico.
TIRAPIEDI — Che sollievo.
MAESTRO — Plus ça change, plus c’est la même chose.
TIRAPIEDI — Perché parla tedesco?
MAESTRO — è sempre ben tenersi in esercizio.
TIRAPIEDI — E la rima?
MAESTRO — Col funeral, non fine, ma un inizio.
TIRAPIEDI — Lei è immenso, maestro.

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A PROPOSITO DI HOBBIT

Da: IPOTESI: periodico culturale di informazione critica,
Rapallo, Anno 4, N. 10-12, Anno 5, n. 1-8 (1979),
Numero speciale dedicato a “Il mondo fantastico di J.R.R. Tolkien”, pp. 369-371.

Laura Faelli

Trattando di J.J.R. Tolkien sono inevitabili due parole a proposito degli Hobbit, non solo perché sono gli unici esseri, fra tutti quelli che popolano il variopinto mondo della Terra di Mezzo, che Tolkien abbia completamente inventato, e non ripreso da mitologie preesistenti — come avviene per gli Elfi, i Nani, i Troll, etc. — ma anche perché gli Hobbit occupano nella vicenda e nel significato di The Lord of the Rings un posto particolare e molto importante.
Il primo Hobbit, tanto per fare un po’ di storia, nacque come eroe di una favola “per bambini”: si chiamava Bilbo Baggins, era piccolo, casalingo, notevolmente buffo e terribilmente fortunato. Suoi compagni erano tredici nani litigiosi e un curioso mago vagabondo, suoi avversari i terribili Orc, un ributtante mostriciattolo appassionato di enigmistica e un drago presuntuoso, ma tutto sommato poco previdente.
L’avventura di Bilbo andò a finire nel migliore dei modi: il tesoro dei Nani venne recuperato, il drago ucciso e lo stesso Bilbo divenne — dopo la pubblicazione — un personaggio tanto simpatico e popolare che i lettori (e non solo i bambini) chiesero un’altra storia che avesse gli Hobbit come protagonisti. E riuscirono ad ottenerla, quindici anni dopo, ma, com’è noto, risultò una storia molto diversa.
Nel prologo de Il Signore degli Anelli Tolkien ci dà un’infinità di ulteriori spiegazioni e di notizie a proposito dei suoi personaggi, della loro origine, della loro storia.
Tra le tante cose, impariamo che gli Hobbit mancano di qualsiasi organizzazione statale, che la loro principale autorità ha l’unico compito di presiedere ai frequenti banchetti, che le poche armi rimaste dai tempi antichi delle guerre vengono considerate “mathom”, cioè oggetti inutili, che la cultura e — ancor più — la tecnologia sono parole pressoché sconosciute, che in compenso si dà largo spazio alle feste, alle canzoni, al buon cibo e alla buona birra.
Si tratta di un popolo assolutamente diverso da quelli utilizzati dalla tradizione della letteratura fantastica.
L’aspetto che caratterizza maggiormente gli Hobbit è forse la loro vocazione casalinga e il tratto umoristico con cui vengono descritti che li rende simpatici e molto diversi dai personaggi di un poema epico, ai quali si può avvicinare un Aragorn, per esempio.
Per un “malaugurato caso” (o forse per un disegno provvidenziale?) in questa loro innocente, ignara terra, piomba inaspettatamente l’Anello del Male. E qui entra in scena Frodo, l’Hobbit più importante della nostra storia, che ha ricevuto l’anello in eredità dall’inconsapevole Bilbo. A lui si spalanca davanti di colpo una realtà da incubo e si prospetta una missione ancor più terrificante: scendere senza difese e senza speranza nell’abisso stesso del Regno del Male, per distruggere il Male. Davvero un po’ troppo, per un piccolo Hobbit.
Eppure Frodo accetta lo spaventoso compito, che gli si rivela a poco a poco in tutta la sua enorme difficoltà.
Va detto che egli non si rende conto subito della portata della sua missione, ma deve decidere volta per volta se proseguire o no: quello che è importante è comunque che non si tira mai indietro, nonostante la paura, e questa sua determinazione stupisce tutti, anche lo stesso Gandalf, che pure di Hobbit se ne intende.
A questo punto è facile chiedersi: perché proprio ad un Hobbit è affidato un compito così alto e pericoloso?
Avrebbero potuto assolverlo gli Elfi, che vivono in una dimensione lontana dal male (precedente al peccato originale?) e che lottano per il Bene, oppure i grandi eroi che combattono il Male con le armi, o Gandalf, il più grande dei maghi buoni.
Perché dunque la scelta di un Hobbit?
Perché gli Hobbit sembrano costituzionalmente immuni da quella che è la più grande causa del male: l’ambizione, la sete del potere. Proprio questo fatto permette a Frodo di compiere incontaminato la sua missione, senza ascoltare le poco disinteressate proposte di quelli che vorrebbero “liberarlo” dal suo fardello.
Frodo rappresenta perciò l’innocenza addirittura inconsapevole del Male: gli Elfi lo combattono, gli uomini o lo accettano o lo respingono, gli Hobbit non lo concepiscono.
Non bisogna però credere che si tratti di individui incapaci di sbagliare, di predestinati o di qualcosa di simile: esistono Hobbit degeneri, ma si tratta di eccezioni: l’Hobbit è buono nel senso più profondo del termine, per inclinazione naturale.
Ed è proprio ai buoni che è riservato il compito di salvare il mondo. Certo a questo proposito non si possono trascurare le profonde convinzioni cattoliche di Tolkien: il fatto che siano non i grandi mai i buoni, anche se piccoli, a compiere le azioni che veramente contano è di chiara ispirazione evangelica.

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