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È interessante, nell’ambito dell’indispensabile revisione storica sul “risorgimento”,  considerare l’insieme del volume “La liberazione dell’Italia nell’opera della massoneria” (Mola 1990), che contiene il controverso articolo di Giulio Di Vita sul finanziamento della cosiddetta “impresa dei mille”. Sgorgano da questo volume fiumi di ipocrisia che male nascondono le reali intenzioni massoniche. Alcuni esempi fra i tanti, trovati negli articoli che compongono il suddetto volume.

E. STOLPER, “Garibaldi Massone”, pp. 133-151. “(…) in molti Paesi vi furono pubbliche sottoscrizioni per la raccolta di fondi.” (p. 134). Conferma a Di Vita, se ce fosse bisogno.

FRANCESCA VIGNI, “La Massoneria e l’emancipazione femminile in Italia”, pp. 187-196.  Ecco le chiacchere, in ambiente massonico, sulla liberazione delle donne. La rivista massonica L’Umanitario, di Palermo, scriveva nel 1867 che “se i massoni furono avversi alla schiavitù dei negri d’America, come presumere che possano tollerare nel proprio seno la schiavitù della donna bianca?” (p. 192). Questa è blaterante, oscena ipocrisia: né i negri né le donne si volevano liberare, ma abbattere la natalità offrendo alle donne interessi distraenti dalla famiglia e dai figli, e ridurre tutti ad una massa informe di “profani”, sotto il tallone degli “illuminati”.  E poi che bella “emancipazione”: da madri di famiglia a puttane. Così scrive infatti, il 9 agosto 1838, un settario citando gli acuti pensamenti di altri corruttori suoi pari (cit. in Pellicciari 2007, p. 134): “Abbiamo deciso che non vogliamo più cristiani; evitiamo dunque di fare martiri: pubblicizziamo piuttosto il vizio presso il popolo. Vindice cita l’opinione di un “cugino”, secondo il quale “per abbattere il Cattolicesimo bisogna cominciare dall’eliminazione delle donne”. Il carbonaro commenta: “’In un certo senso questa frase è vera; ma, visto che non possiamo sopprimere le donne, corrompiamole insieme alla Chiesa. Corruptio optimi pessima’”. Ecco la loro “emancipazione”.

ANTONIO PIROMALLI, “Francesco De Sanctis e il programma massonico di pedagogia nazionale”, pp. 197-206. “Nei quindici giorni di governo nel 1860 (25 ottobre-9 novembre) De Sanctis rinnovò gli uomini per rinnovare i sistemi [ossia cacciò i cattolici per far posto ai satanassi]; l’anno seguente, essendo ministro, chiamerà il materialista Moleschott alla cattedra di fisiologia dell’università di Torino” (p. 198).  Bel colpo, ragazzo. Moleschott è celebre per il motto che contraddistingueva tutta la sua scienza e la sua pedagogia: “l’uomo è ciò che mangia”. E tutto il blaterare di rinnovamento e di “progresso” sfocerà nella pagliacciata politicamente corretta che mette sotto accusa Dante, Shakespeare e perfino l’elefantino Dumbo, abbatte le statue a Cristoforo Colombo e ne innalza a satana: libera America massonica docet.  Ma il Piromalli, con supremo spezzo del ridicolo, addita ad esempio il popolo americano “i cui ideali al tempo di De Sanctis erano pratici e concreti, di libertà e di progresso, tali da essere di esempio ai popoli più giovani d’Europa” (p. 201). Proprio gli americani, col loro materialismo, la loro adorazione calvinista, eretica e blasfema per Mammona, il loro insaziabile imperialismo, la loro continua aggressività nel portare la pace (eterna) al resto del mondo, proprio quelli che hanno fatto strame della tanto vantata “democrazia”, che è in realtà non è altro che brogliocrazia satanista. Poi l’ineffabile Piromalli ha il coraggio di chiamare il medioevo età “cruda e feroce” (p. 202), dimostrando un’infarinatura storica quanto meno traballante, che ancor più penosamente si manifesta nel parlare del “naturalismo di Giordano Bruno che descrive la materia immortale e infinita” (p. 206). E questa è idiozia pura. A parte il fatto che Bruno era uno stregone che insegnava a schiavizzare la gente (vedi il suo trattato De vinculis), la cosmologia insegna che la materia non può essere né immortale né infinita, e ciò si poteva già capirlo al tempo di Giordano Bruno: se fosse infinita, ossia ci fosse un infinito numero di stelle, non ci potrebbe essere differenza tra giorno e notte, perché il cielo sarebbe sempre dominato da una luce accecante (paradosso di Olbers). Infine è notevole il fatto che il Piromalli insiste sulla “formazione dell’uomo nuovo” (p. 206), un ideale tipicamente comunista, e si è visto com’è andata a finire. Tutti i tentativi utopistici di creare l’“uomo nuovo”, il “paradiso in terra”, con le sole povere forze umane, hanno saputo produrre solo inferni.

FRANCO MOLINARI, “La Massoneria nei documenti pontifici dell’Ottocento”, pp. 207-227. “Una caratteristica vistosa di tutta la tradizione dei documenti pontifici sulla Massoneria è la forte ripetitività della formula, che manifesta lo scarso o nullo approfondimento del tema.” (p. 207). Ma che c’era da approfondire o da mutare se il problema era sempre l’identica volontà di distruzione diabolica? Si trattava solo di ribadire la condanna perché i fedeli non dimenticassero. Infatti, appena il Concilio Vaticano II ha mancato di ribadire le condanne alla massoneria e al comunismo, i nemici della Chiesa ne hanno subito approfittato per proclamare ai quattro venti che le condanne erano cadute. Roncalli e Montini, colpevoli dell’irresponsabile deriva verso l’abbraccio con un mondo che non cessa per questo di essere persecutore, erano massoni. Sono stati proclamati santi? Bella santità! I miracoli ci sono è vengono accertati con criteri rigorosi, va bene. Ma come si può essere certi che sia stata l’intercessione di quella particolare persona ad ottenere un particolare miracolo? Soltanto della Santa Vergine siamo certi, perché è Mediatrice di tutte le Grazie, ma di nessun altro, per cui se una curia dominata da eretici assatanati decide che vada beatificato Tizio, sicuramente non ha difficoltà a trovare il miracolato che giura di aver pregato proprio Tizio. In questo modo si potrebbe beatificare Giuda Iscariota o Martin Lutero. Del resto, è in carattere con la deriva pastorale e dottrinale del Concilio il fatto che Roncalli abbia rifiutato di proclamare il dogma di Maria Santissima Mediatrice di tutte le Grazie. Altra amenità: la Chiesa avrebbe “implicitamente” riconosciuto “il carattere non ereticale della loggia” (sic) solo perché nell’Ottocento non raccomandava più per i massoni la pena di morte e il sequestro dei beni (p. 208). Bella poi l’indignazione per la condanna a morte dei “patrioti” Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti (p. 212), due terroristi che il 22 ottobre 1867 fecero saltare in aria la caserma Serristori degli zuavi pontifici, ammazzando una trentina di persone, fra cui nove ragazzi della banda musicale e quattro passanti, inclusa una bambina di sei anni. Candidamente il Molinari ci informa che “motivo di screzio insanabile [fra la Chiesa e la Massoneria] era la scuola, che per la Massoneria deve formare l’uomo libero ed emancipato, tollerante verso tutte le religioni, ma non legato ad alcun dogma [sic!]. Per la Chiesa, invece, la quale si ritiene depositaria dell’unica verità rivelata, la scuola deve impartire l’insegnamento cattolico anche perché il cattolicesimo è una componente essenziale della cultura cattolica.” (p. 213). A parte la tautologia ridicola, come dire che l’islamismo è componente essenziale della cultura islamica, l’ebraismo di quella ebraica, ecc., non essere legato ad alcun dogma vuol dire una cosa sola: poter fare i propri comodi. Ma i dogmi non sono invenzioni umane; sono parte del Depositum Fidei consegnato alla Chiesa da Dio stesso. Nessuno può mutarli. Tolti i dogmi crollerebbe tutto. Infatti si vedono i risultati dell’uomo “libero ed emancipato”. Mai tanta droga e tanti suicidi.

PEDRO SANCHEZ FERRÉ, “Antifascismo e Massoneria in Spagna”, pp. 241-260. Veniamo a sapere che c’era in Spagna una loggia intitolata a Karl Marx (p. 246). C’è poco da stupirsi: massoneria e comunismo, ed ebraismo post Incarnazione (v. l’odio anticristiano predicato dal Talmud, nella nota in appendice a questo articolo), sono stretti parenti.

ALDO A. MOLA, “L’ultima impresa del Risorgimento: la Massoneria per Dannunzio a Fiume”, pp. 261-303. “Nell’intervista rilasciata a Epoca, per il terzo anniversario dell’ingresso dell’Italia in guerra, Nathan [gran maestro della massoneria] enunziò moventi, strategia e obiettivi dell’Ordine [cioè della massoneria stessa] con una franchezza che dispensa dalla ricerca di ‘arrières pensées’: “La Massoneria volle la guerra e ha dato alla guerra tutta se stessa(…)”. (p. 264, grassetto, corsivo e sottolineatura aggiunti). Eccoli i grandi pacifisti, eccoli i grandi filantropi, artefici dell’“inutile strage”, nella quale smaniavano di sprofondare anche l’Italia, dopo aver armato la mano assassina dell’ebreo Gavrilo Princip.

ARMANDO CORONA, “Conclusioni: per l’Europa del 2000”, pp. 305-314. “L’Europa è in debito col mondo di ben due guerre mondiali (che i massoni invano cercarono di evitare)” (p. 313, grassetto, corsivo e sottolineatura aggiunti). Qui siamo all’apice della sfacciataggine, platealmente contraddetta dall’articolo citato sopra. I massoni fremevano per l’entrata in guerra dell’Italia, armarono la mano dei congiurati di Sarajevo, e in particolare dell’ebreo Gavrilo Princip. Gli Stati Uniti, totalmente dominati dalla massoneria e dalle banche ebraiche, provocarono il Giappone per poter entrare in guerra, invadere l’Europa, loro obiettivo principale (impresa per la quale avevano già pronti i piani fin dal 1937), e dominare il Pacifico. E i massoni di Parigi e di Praga non fecero di tutto per soffiare sul fuoco, impedendo qualunque concessione alla Repubblica di Weimar e spianando così la strada a Hitler?

DANIEL LIGOU, “Come l’unificazione italiana condusse alla caduta di un Gran Maestro del Grande Oriente di Francia”, pp. 317-326. “Dal 1859 la Lombardia, i ducati e la Romagna si unirono al regno di Sardegna e, nel maggio 1860, Garibaldi iniziò la liberazione [sic!] del Mezzogiorno, mentre Cavour, con il tacito consenso di Napoleone [III], occupò il grosso degli  Stati Pontifici (…)” (p. 317).  Soave epitome massonica delle invasioni barbariche sabaude.

IVO BIAGIANTI, “Massoneria e socialismo nell’età giolittiana: il caso di Giovanni Merloni”, pp. 327-358. “(…) l’indeterminatissimo Grande Architetto dell’Universo (…) (p. 330). Notevole questa estrema superficialità verso l’idea della Divinità.

SALVATORE LOI, “Stefano Türr”, pp. 365-376. “(…) parlava alla perfezione, oltre all’ungherese [meglio sarebbe dire il magiaro, ungherese è la nazionalità che non coincide necessariamente con la lingua], altre sette lingue tra le quali – è bene evidenziarlo  per l’alto significato culturale – il latino.” (p. 366). Per forza doveva sapere il latino. Loi ignora che il latino era lingua ufficiale dell’Ungheria fino a metà Ottocento. Nel 1856 Türr fu salvato dalla condanna a morte per alto tradimento da parte dell’Austria, dall’“intervento personale della regina Vittoria” (p. 368). Prova evidente dell’interesse britannico per la destabilizzazione dell’Impero Asburgico, interesse che non avrebbe mancato di manifestarsi platealmente quattro anni dopo con l’appoggio incondizionato alla spedizione dei mille.

GIULIO DI VITA, “Finanziamento della spedizione dei Mille”, pp. 379-381. Che il finanziamento della spedizione venisse da pubbliche raccolte di denaro è confermato dallo STOLPER (p. 134 in questo stesso volume), e ovviamente le logge massoniche dovevano essere il punto focale di tali iniziative. Che il denaro fosse usato per corrompere gli alti comandi borbonici è pure abbastanza noto, altrimenti non si spiegherebbero le continue ritirate di forze fresche e preponderanti di fronte alle bande garibaldine raccogliticce e inferiori di numero (sebbene rafforzate da soldataglia piemontese mandata “in licenza” e dai picciotti della mafia), come avvenne ad esempio a Palermo. Si sa pure che la flotta britannica protesse i due piroscafi degli avventurieri contro la flotta borbonica che avrebbe potuto altrimenti mandarli a fondo con facilità. È anche abbastanza ovvio che la scomparsa dell’imbarazzante contabilità di Ippolito Nievo, con l’affondamento del piroscafo “Ercole”, sia stata estremamente opportuna per salvare i traditori da futuri ricatti. Il Di Vita non ha detto poi niente di sconvolgente. Ha solo richiamato l’attenzione su quanto si è sempre saputo. Ciononostante il suo breve articolo ha creato un enorme imbarazzo alla massoneria, la quale evidentemente non tollera che si parli della mistificazione garibaldina in toni men che genuflessi.

CONCLUSIONE SUL VOLUME NEL SUO INSIEME

Senza la becera unificazione sabaudo-massonica non ci sarebbe stata l’Italietta sabauda, la guerra per ottenere quello che l’Austria era già disposta a darci in cambio della semplice neutralità, il fascismo, la nuova ed ancor più terribile guerra, l’arrivo dei “liberatori” e tutto ciò che ne è seguito.

Nel penoso tentativo di dipingere di rosa una realtà squallida e miserabile, il volume fa enorme spreco dei soliti paroloni: libertà, uguaglianza, fraternità, lumi, PROGRESSO, “forze della verità, della libertà, della giustizia”, “eventi inevitabili” susseguitisi “con rigore logico” (MASSIMO DELLA CAMPA, p. 362), “irresistibili” (ID., p. 363), “immortale triangolo della ragione”, e poi fratellanza, pace, “minoranze elette”. Minoranze elette (sic! ma elette da chi?): alla faccia dell’uguaglianza, un’idea che ovviamente fa il paio con l’“avanguardia del proletariato” dei comunisti; infatti, come dice George Orwell, “tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri”. PROGRESSO (sic!): dopo il massonicissimo carnaio della rivoluzione francese, l’analfabetismo era aumentato del 30%, dicesi trenta per cento; erano arrivati i lumi, perbacco.

Dietro tutti i paroloni che fanno a pugni e calci con la realtà, con la Verità, con la decenza, giganteggiano inganni e un fiume di sangue, tasse bestiali e miseria, fame e disperata emigrazione.

BIBLIOGRAFIA

MOLA A.A. (cur.) (1990) La liberazione dell’Italia nell’opera della massoneria: atti del Convegno di Torino, 24-25 settembre 1988, Foggia, Bastogi

PELLICCIARI A. (2007) I Papi e la massoneria, Milano, Ares

PRECISAZIONE SUL TALMUD, CHE AIUTA A CAPIRE IL RAPPORTO FRA MASSONERIA ED EBRAISMO

(dall’articolo “Si può andare d’accordo con tutti?” in questo stesso sito

Il Talmud (secc. III-VI), codice religioso-morale del giudaismo posteriore all’Avvento di Cristo, lo descrive come “incantatore” o “seduttore” del popolo. Il vero nome di Gesù in ebraico è Yeshua Annostri (Gesù Nazareno). Poiché la voce Yeshua designa il Salvatore, raramente viene scritto per esteso e viene invece usata l’abbreviazione Yeshu, che letto con malizia diventa l’acronimo della maledizione “possano il suo nome e la sua memoria essere annientati”, espressione massima di disprezzo e insulto tra i peggiori. Altre volte viene chiamato oto, (quest’uomo), peloni (un tale), talui (l’appeso), oppure con disprezzo naggar bar naggar (fabbro figlio di fabbro).

Per gli ebrei, il nome stesso “Gesù” simboleggia ogni possibile abominio e questa tradizione popolare permane anche oggi in Israele e presso le comunità ebraiche tradizionaliste. Secondo il Talmud, Gesù sarebbe “figlio illegittimo” di Maria (sic!), la quale avrebbe commesso “adulterio” con un tale Pandira. La Santa Vergine viene coperta di bestemmie irripetibili (anche in Mosè Maimonide si leggono oscenità del genere). Di Gesù il Talmud dice che “aveva in sé l’anima di Esaù ed era stolto, prestigiatore, seduttore e idolatra”. Oltre che di idolatria, Gesù vi era anche accusato di stregoneria; ed avrebbe incitato gli ebrei all’idolatria e al disprezzo verso la legittima autorità rabbinica.

Tutte le antiche fonti ebraiche relative all’esecuzione se ne assumono con gioia la responsabilità, dicendo che fu condannato da un tribunale rabbinico, e non nominano neppure Ponzio Pilato e i Romani. Sarebbe stato crocifisso e sepolto all’inferno e sarebbe divenuto l’idolo dei suoi seguaci.

L’opinione ebraica sui cristiani è in carattere con quella nei confronti di Gesù. Alla preghiera sinagogale quotidiana (birkat-ha-minim) fu aggiunto un paragrafo di maledizione contro i nosrim, cioè i Cristiani. Violenta è la polemica anticristiana nel Talmud: oltre che nosrim, i Cristiani sono aboda sara (culto straniero, idolatria), acum (adoratori delle stelle e dei pianeti), obdé elilim (servi degli idoli), minim (eretici), goim (gentili, pagani; termine spesso usato solitamente non per i veri pagani ma proprio per i cristiani; un gravissimo insulto era dire: “sei peggio dei goim”), nocrim (forestieri), ammé aarez (uomini rozzi, ignoranti). Questo da parte di uomini che, con la blasfema invenzione del golem, si attribuirono miticamente capacità di “creare la vita”, che pertiene invece a Dio solo.

Gli insulti accumulati sui cristiani sono innumerevoli: uomini pessimi, assai peggiori dei turchi, omicidi, animali impuri, contaminanti a guisa di sterco, indegni di essere chiamati uomini, bestie in forma umana. Si dice pure che essi si propagano come le bestie e che sono di origine diabolica, che le loro anime derivano dal diavolo e che al diavolo nell’inferno ritorneranno dopo la morte; perfino il cadavere di un cristiano non deve essere distinto dalla carogna di una bestia scannata.

Alcune citazione dal Talmud sono veramente illuminanti: “La nostra redenzione sorgerà appena Roma (ossia la Chiesa cattolica) sia distrutta. (…) Per poter ingannare i cristiani è permesso ad un ebreo farsi passare per cristiano. (…) Tutti i beni del cristiano sono come deserto: il primo di noi che li occupa ne è padrone. (…) Il migliore dei cristiani ammazzatelo. (…) Dio li creò in forma di uomini in onore di Israele, poiché i cristiani non furono creati ad altro fine se non a quello di servire i Giudei giorno e notte, né mai deve loro essere data requie che cessino da simile servizio. Sconviene al figlio del re (l’israelita) che lo servano bestie in quanto tali, ma è conveniente che lo servano bestie in forma umana” (Midrasch Talpiot, foglio 255d).

Il percorso dei protestanti è del tutto analogo a quello dell’ebraismo postcristiano, erede di coloro che avevano gridato “Crucifige”. La Chiesa di Roma è fatta oggetto di un odio spasmodico. I sette libri dell’Antico Testamento espunti dai protestanti sono precisamente quelli scartati dagli ebrei postcristiani persecutori. Analogamente agli ebrei, i protestanti regrediscono ad una “religione del libro”, rinunciando alla presenza ontologica, reale, della Divinità, garantita alla Chiesa cattolica dalla Comunione dei Santi e dalla Presenza di Cristo nell’Eucarestia.

EMILIO BIAGINI


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