In netta contrapposizione alle interessate mistificazioni degli ambientalisti, gli interessi dell’Europa, più che dal perpetuarsi del vecchio dominio degli sceicchi e delle “sette sorelle”, avrebbero bisogno di una coraggiosa scelta innovativa, comprendente un’intensa utilizzazione dell’agricoltura e dell’allevamento basati sugli organismi transgenici, lo sviluppo dell’energia nucleare intrinsecamente sicura e del sistema di trasporto Transrapid a sospensione magnetica, definita dal Tietze, non senza una punta di giustificabile entusiasmo, “la più significativa innovazione nel traffico terrestre dall’invenzione della ruota” (Tietze 1998, Tietze & Steinmann-Tietze 2001). Le prime sperimentazioni nel campo della locomozione a levitazione magnetica risalgono al 1912, ma il pioniere, il francese Emile Bachelet, dovette abbandonare i suoi tentativi a causa dell’elevatissimo consumo energetico. La fattibilità di una ferrovia con vetture sprovviste di ruote guidate lungo i binari mediante campi magnetici venne dimostrata nel 1935 dal tedesco Hermann Kemper, il quale ne prese regolare brevetto. I primi veicoli funzionanti (Transrapid) furono costruiti tra il 1969 e il 1972 in Germania. Nel 1989 il Transrapid 07 raggiunse, sulla pista sperimentale di Emsland la velocità di 435 kmh. Anche i giapponesi sono entrati nella gara ed hanno già costruito alcune brevi linee funzionanti. Nel 1997 un treno a levitazione magnetica stabilì in Giappone il record mondiale di velocità su rotaia correndo a 530 kmh. L’installazione di 235 milioni di Gigawatt di potenza elettronucleare e il raddoppio delle capacità nei trasporti attraverso la realizzazione di una rete ferroviaria ad alta velocità e di linee a levitazione magnetica costituiscono il nucleo di un programma di sviluppo, tratteggiato da Engdahl et al. (1991), che beneficerebbe l’Europa continentale, e soprattutto quella centrale, facendo della regione un cuore economico megalopolitano di importanza mondiale, superando fra l’altro facilmente il problema dell’alto consumo energetico legato alle linee ferroviarie a levitazione magnetica: classico caso di innovazioni che convergono potenziando la sinergìa del sistema economico, analogamente al rapporto fra macchine e industria tessile nella prima rivoluzione industriale. Il reattore nucleare a sicurezza intrinseca potrebbe rappresentare una soluzione pressoché definitiva al problema energetico, se si trovassero governi abbastanza determinati a constrastare con decisa volontà politica e con una opportuna campagna di informazione gli interessi costituiti della lobby petrolifera e le smanie isteriche dei suoi ascari ecologisti in fatto di energia nucleare. È senz’altro vero che le centrali nucleari di costruzione tradizionale presentano dei rischi di fuoruscita di vapori radioattivi, anche se va sottolineato che l’unico incidente veramente grave, quello di Cernobyl, fu causato dalla struttura arcaica ed estremamente malsicura dell’impianto, privo di un’adeguata copertura, e dalla gestione demenziale della centrale stessa da parte degli addetti che facevano “esperimenti” spegnendo il sistema di raffreddamento per vedere fino a che punto si poteva arrivare prima della fusione del nucleo, finché questo si fuse davvero, causando un’esplosione che diede l’impressione di una nuova stella in cielo (“E vidi una stella nel cielo, e la stella cadde sulle acque, e le acque divennero amare, e un terzo degli uomini e un terzo del bestiame morirono perché le acque erano diventate amare. E udii il nome della stella, e il suo nome era ’assenzio’.”, recita l’Apocalisse di San Giovanni 8, 10-11, e questi versetti venivano citati con paura dagli abitanti dell’Ucraina dopo il disastro, dato che, stranamente, “Cernobyl” in ucraino significa appunto “assenzio”). Le centrali tradizionali dei paesi occidentali, assai meglio costruite di quelle sovietiche, hanno coperture solide e sofisticati sistemi di controllo multipli che più di una volta hanno impedito che si verificassero disastri. Anche l’incidente di Three Mile Island in Pennsylvania, il più grave mai verificatosi in Occidente, non ha avuto praticamente conseguenze. Le frenesie ecologiste che istericamente identificano la centrale nucleare con la bomba atomica sono perciò assolutamente infondate, anche perché di solito il carburante nucleare è ben diverso da quello usato per gli ordigni bellici. Inoltre al rifornimento di una centrale nucleare è sufficiente un solo carico di un aereo cargo perché la centrale funzioni senza ulteriori rifornimenti per dieci anni. Al contrario, una centrale a carbone, a petrolio o a gas necessita di un flusso continuo di rifornimenti. Ne consegue che sui rifornimenti di una centrale di questo tipo si possono lucrare frequenti mazzette, mentre per una nucleare la mazzetta si può ottenere una volta sola. Questo spiega egregiamente il peloso interesse di politici e alti funzionari statali a demonizzare l’energia nucleare e ad affidarsi invece ad altri tipi di centrali, più costosi per il bilancio statale, e quindi per i contribuenti, ma più graditi a lorsignori. Non è difficile, poi, immaginare quali reazioni susciti l’idea di una rete di centrali nucleari tale da ridimensionare l’uso del petrolio, presso le arcaiche corti degli sceicchi e negli uffici ad aria condizionata delle grandi compagnie petrolifere, e quali mezzi leciti ed illeciti simili ambienti, non escluso l’assassinio, siano in grado di mettere in opera per far accantonare l’opzione nucleare. Esiste quindi una tenacissima ragnatela di interessi costituiti e di superstiziosi isterismi che tenta di sbarrare la strada ad una soluzione razionale del problema energetico. Al di là di tutto ciò, tuttavia, il pericolo delle centrali nucleari tradizionali, per quanto remoto, è reale. Da una parte vi è il rischio di danni di origine naturale: tifoni, tornado e terremoti possono lesionare gravemente gli impianti e provocare fuoruscite di materiale radioattivo: un evento del genere non si è fortunatamente mai verificato, ma non lo si può escludere in futuro. D’altro canto gli impianti di sicurezza che dovrebbero spegnere la centrale in caso di incidente, per quando duplicati e triplicati, possono comunque guastarsi, o andare soggetti ad attentati terroristici, con conseguenze potenzialmente catastrofiche. È quindi giustificato, al di là degli allarmismi esagerati ed esagitati, eliminare gradualmente le centrali nucleari esistenti, ma non per sostituirle con fonti “pulite” come l’energia solare, eolica o dalle biomasse, alle quali non si deve peraltro certo rinunciare, ma che possono essere utili a scopi integrativi senza poter sostituire le fonti energetiche combustibili. I pannelli solari possono essere ottimi, in regioni soleggiate, per riscaldare l’acqua di un’abitazione, ma per rifornire una città intera di energia solare sufficiente ai normali consumi occorrerebbe infatti una centrale grande quanto la città stessa, senza contare le interruzioni di corrente in caso di prolungata nuvolosità. Anche l’energia eolica e quella dalle biomasse sono insufficienti ed inaffidabili per una produzione massiccia e continua quale è richiesta dall’economia moderna. La soluzione è invece data dai reattori nucleari a sicurezza intrinseca, a spegnimento passivo, protetti dal rischio di fusione del nucleo dalle medesime leggi della fisica che ne rendono possibile il funzionamento, e di cui esistono già prototipi funzionanti in Svezia e negli Stati Uniti. Nel primo paese è stato inventato il reattore ad acqua leggera PIUS (Process Inherent Ultimate Safety, “Assoluta sicurezza intrinseca al processo”), che si basa sull’immersione delle barre di combustibile, uranio o altro elemento radioattivo, in acqua pura, che permette il funzionamento del reattore, e in acqua contenente una densa soluzione di acido borico, separate da un sistema di pompaggio che le mantiene stratificate: per leggi fisiche indipendenti da qualsiasi meccanismo di sicurezza, non appena si verifica un incidente di una qualche gravità, la pompa viene danneggiata e l’acqua borata si mescola a quella pura bloccando l’emissione di radioattività, e quindi spegnendo il reattore. Ancor più sicuro è il reattore HTR (High Temperature Reactor, “Reattore ad alta temperatura”), realizzato negli Stati Uniti, che impiega come combustibile ossidi di uranio racchiusi in involucri di materiale ceramico, moderato a grafite, raffreddato a gas: la condizione di assoluta sicurezza è garantita dal fatto che gli ossidi di uranio hanno un altissimo punto di fusione, a 2600°C, ma la temperatura massima che il reattore può raggiungere, anche in caso di rottura del circuito di raffreddamento e perdita totale del refrigerante, è di 1600°C. Per maggior sicurezza l’involucro del reattore è progettato per resistere a temperature di 2000°C. In una conferenza al CERN di Ginevra, tenuta nel 1994, poi, il fisico italiano Carlo Rubbia ha presentato una sua importantissima teoria per un reattore a fissione pulito, basato sul ciclo torio-uranio con neutroni non più prodotti dalla classica reazione a catena ma ottenuti da un acceleratore di particelle, assicurando così l’impossibilità che la reazione sfugga al controllo e dia luogo ad esplosioni. Inoltre sarebbero prodotte meno scorie radioattive, dalle quali non sarebbe possibile ottenere materiali utilizzabili per costruire bombe. Appunto sul problema delle scorie si è spostato il tiro degli ecologisti, spiazzati dall’invenzione delle centrali intrinsecamente sicure. Non potendo più giocare sul rischio di esplosioni o di nubi radioattive, gli ecologisti si agitano sul problema del combustibile esaurito ma ancora radioattivo. Si tratta comunque di quantità limitate, poiché una carica di centrale nucleare dura una decina d’anni, e quando occorre sostituirla non è affatto necessario sotterrarla nelle terre emerse creando zone di relativo rischio, come è stato fatto in passato. Per conseguire il massimo della sicurezza, le scorie radioattive, chiuse in fusti impermeabili, possono venire calate su un fondo marino pelagico, a profondità di oltre 4000 metri, in prossimità di zone di subduzione, da un’apposita nave madre insieme a robot perforatori controllati a distanza, che avrebbero il compito di seppellire le scorie alla massima profondità possibile. A causa della subduzione, il deposito sottomarino verrebbe semplicemente trascinato dalle forze tettoniche compressive sempre più in profondità nella crosta terrestre nel corso di processi geologici ad una scala dei tempi misurata in milioni di anni. Sulla base delle tecnologie già esistenti, sviluppate per l’attività mineraria sui fondi marini pelagici, non dovrebbe essere impossibile realizzare un progetto del genere. L’energia prodotta dalle centrali nucleari è così economica che il sovrapprezzo per finanziare il costoso processo di eliminazione delle scorie sotterrandole nei fondi pelagici non sarebbe quasi avvertito. Ciò che invece vistosamente manca è la volontà politica. Se venisse ventilata seriamente una proposta del genere, non è difficile immaginare quali convulsioni isteriche provocherebbe negli esclusivi circoli iniziatico-esoterici delle oligarchie petrolifere e, di riflesso, nelle torme di ben manipolati ascari ecologisti. Esistono altre forme di produzione energetica alternative al petrolio. Perché dunque proprio l’alternativa nucleare suscita opposizioni così violente, mentre altre fonti, come quella eolica e la solare sono invece quasi sempre gradite alle oligarchie del petrolio e ai loro ascari? Il ricordo di Hiroshima e Nagasaki è ormai remoto, e se i mass media non vi insistono per motivi di propaganda, difficilmente possono esercitare un’influenza significativa. La risposta più verosimile è che il vento e il sole rappresentano false alternative, in grado di coprire solo una frazione minima del fabbisogno energetico, ma permettono agli ecologisti di far credere di essere animati da un sincero desiderio di produrre energia “pulita”, mentre le raffinerie continuano frattanto a pompare a tutta forza. Le opzioni energetiche eolica e solare rappresentano un esatto parallelo di quella che in politica si chiama un’opposizione di comodo. Questa è un’alternativa politica debole, rappresentata da partiti che non si oppongono seriamente al regime, ma gli garantiscono una “foglia di fico” di falso “pluralismo”, e quindi un’apparenza di “democrazia”. A questo servivano appunto i partiti non comunisti tollerati dai regimi comunisti dei paesi satelliti come la Polonia, la Cecoslovacchia, l’Ungheria, prima del crollo del Muro di Berlino. La tolleranza dipendeva dal fatto che tali partiti erano debitamente “addomesticati” . Ma non appena sorgeva in quei paesi un qualsiasi movimento fuori degli schemi di regime, capace perciò di rappresentare una minaccia per le poltrone della nomenklatura comunista, ecco che si udivano subito sferragliare di carri armati e tintinnio di manette. Analogamente, se le centrali eoliche o quelle solari fossero davvero competitive con quelle a idrocarburi, comincerebbero subito a comparire studi “scientifici” che ne scoprirebbero insospettati pericoli ambientali e danni per la salute. Ben presto Greenpeace, l’Aspen Institute, gli “Amici (sic) della Terra”, e tutte le altre organizzazioni che pretendono di vegliare sulla “salvezza” del mondo, si scatenerebbero in azioni dimostrative contro le centrali incriminate, gli ecoterroristi tirerebbero fuori la dinamite, mentre gli ubbidientissimi “disobbedienti” marcerebbero al grido: “Giù le mani dal sole e dal vento”, rovesciando e incendiando cassonetti della spazzatura e lanciando pietre e bottiglie Molotov contro gli agenti. Se si potesse avviare una nuova rivoluzione industriale, basata, oltre che sul nucleare intrinsecamente sicuro e sul trasporto rapido a levitazione magnetica, anche sull’industria dei computer e sull’agricoltura transgenica e le sue produzioni agropastorali ad altissima resa, l’economia ne sarebbe interamente rinnovata. Ciò tuttavia dà ombra a giganteschi e ben evidenti interessi costituiti, ai quali non è difficile mobilitare disinformatori di professione sia tra i professori universitari e gli insegnanti delle scuole, sia tra i giornalisti. A questi si aggiungono, a cascata, disinformatori in buona fede, quale confessa anche lo scrivente di essere stato, per un certo tempo, prima di capire che cosa c’è dietro certe ben concertate campagne di ossessivo ambientalismo. E i disinformatori a loro volta mobilitano masse di giovani ignari, pronti a trasformarsi in dimostranti travestiti da scheletri contro il nucleare o in deformi cucurbitacee contro i cibi transgenici, nella patetica convinzione di stare facendo qualcosa per “salvare il mondo”. Era del tutto prevedibile che contro il progetto di un autentico salto di qualità nello sviluppo economico si levassero obiezioni ed ostacoli d’ogni genere. Anche l’industria automobilistica, avendo puntato tutto o quasi sul motore a combustione interna, ha legato indissolubilmente i propri interessi alle lobbies petrolifere, e si tratta di lobbies a loro volta potentissime, specie nel mondo di lingua inglese, in grado di condizionarne pesantemente le politiche statali. E naturalmente il blocco di potere anglosassone atlantico, per quanto alleato dell’Europa, non ne vede troppo di buon occhio uno sviluppo tale da farne un forte concorrente: è la riedizione della vecchia rivalità con la Germania, già causa di tanti lutti. Tuttavia, la necessità di far fronte al terrorismo islamico sostenuto dai petrodollari degli sceicchi potrebbe portare anche gli elettorati dei paesi anglosassoni a riconoscere che i loro interessi non coincidono con quelli dei petrolieri, e di conseguenza a rendersi conto dell’opportunità di ridimensionare la dipendenza dal petrolio. A forza di produrre ottusamente fiumi di automobili, non si può che precipitare nella crisi e trascinare con sé le città che esclusivamente all’industria automobilistica e al suo indotto si affidano. Tecnologia matura e mercato saturo sono le due condanne dell’auto, cui si potrebbe aggiungere l’inquinamento atmosferico urbano e la congestione del traffico. Occorre trovare soluzioni nuove, e queste potrebbero essere offerte proprio dal più volte citato trasporto a levitazione magnetica e dalle centrali nucleari intrinsecamente sicure. Insieme all’elettronica, ai computer e all’agroindustria basata sugli organismi geneticamente modificati, potrebbe quindi formarsi una nuova costellazione di industrie altamente innovative e con vaste prospettive di mercato. Queste potrebbero essere le innovazioni chiave di una nuova rivoluzione industriale, così come le macchina a vapore, le macchine tessili e gli altiforni hanno costituito la costellazione vincente della prima rivoluzione industriale. Non è difficile immaginare quale scossa potrebbe dare all’economia languente (che si arrovella sul futuro dell’auto e sulla cassa integrazione) l’apertura di cantieri per la costruzione di centrali intrinsecamente sicure e di linee ad alta velocità a levitazione magnetica, la produzione in massa di alimenti geneticamente modificati che potrebbero risolvere e ridicolizzare il problema della fame, nonché l’impulso indotto che questi sviluppi darebbero all’elettronica e ai computer. Ma l’isterica furia ambientalista al soldo dei petrolieri e degli sceicchi lo permetterà? Senza alcuna seria base scientifica, la propaganda ecologista mira esclusivamente a suscitare stati d’animo di angoscia, paura, terrore. L’opinione pubblica viene trattata come i famosi cani di Pavlov (1943). Il fisiologo russo Ivan Pavlov (Ryazan 1849-1936) è il fondatore della teoria dei riflessi condizionati. Da buon materialista (e opportunista) aderì alla rivoluzione comunista sovietica, che lo coprì di onori e prebende. Le sue esperienze sui cani dimostrarono che le povere bestie, debitamente vivisezionate per raccoglierne la saliva, potevano venire condizionate a reagire a certi stimoli. Ad esempio veniva mostrato loro del cibo e contemporaneamente fatto suonare un campanello; i cani cominciavano a salivare alla vista del cibo, ma dopo un certo numero di volte reagivano salivando al solo suono del campanello anche se il cibo stesso non veniva più mostrato. I citrulli succubi della propaganda reagiscono allo stesso modo. Mediante il martellamento, da canali televisivi e giornali, sempre delle medesime frasi terroristiche accuratamente scelte, i babbei vengono condizionati ad associare a determinate innovazioni tecnologiche ed economiche delle immagini di immani catastrofi. Non è difficile, del resto, spaventare la gente, specie se a parlare di catastrofi è qualche “eminente scienziato”, il quale trae lauti guadagni dal catastrofismo, in forma di finanziamenti e notorietà, e che si darà da fare a rovinare la carriera di chi non la pensa come lui, o meglio, di chi non condivide i suoi interessi personali di mistificazione prezzolata. Ed ecco scatenata la serie di reazioni pavloviane secondo l’utile di chi vuol bloccare lo sviluppo perché ha immobilizzato enormi capitali in tecnologie obsolete (petrolchimica, automobili) e le innovazioni distruggerebbero il suo impero economico. Grazie a martellanti manipolazioni, la parola “natura” suscita immagini idilliche (anche se “madre natura” è spesso una matrigna assassina), per contro nominare l’energia nucleare suscita immagini come “bomba atomica = disastro nucleare = cancro = mostri”; parlare di organismi geneticamente modificati suscita convulsioni isteriche sul tema “violenza alla natura = veleni = mostri”; la menzione del trasporto a levitazione magnetica fa scattare il riflesso condizionato “elettrosmog = danni genetici = mostri”. I mostri sono inesistenti in tutti e tre i casi, ma i riflessi condizionati funzionano perfettamente perché, come dice il proverbio, “la madre dei citrulli è sempre incinta”. La psicologia di massa richiede soluzioni immediate e risposte semplici, slogan facilmente comprensibili, come “AIDS = peste del secolo”, “povertà = colpa dei ricchi”, “soluzione per la povertà = ridistribuzione”, “cambiamenti del clima = colpa dell’uomo”, e simili anestetici cerebrali.
Anno: 2007 (Pagina 12 di 12)

La martellante propaganda ambientalista sulle foreste tropicali non fa che ripetere il solito mantra: si sta distruggendo il “polmone verde” del pianeta, in base al semplicistico ragionamento che le foreste producono ossigeno, dunque meno foreste meno ossigeno. Sotto mira è specialmente il Brasile, che starebbe distruggendo un “patrimonio dell’intera umanità”. Gli interventi del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale, tendono a “internazionalizzare” la foresta amazzonica, bloccando lo sviluppo agricolo del Brasile, affinché non dia luogo ad una fastidiosa competizione. Si tratta di un evidente disegno neocolonialista.
La preoccupazione di prevenire inutili sofferenze inflitte agli animali è pienamente giustificata, anche tenendo conto che le differenze fisiologiche da specie a specie sono tali che un esperimento medico condotto su cavie animali spesso non ha alcun significato se riferito all’uomo. È pienamente comprensibile e condivisibile, quindi, la contestazione degli studenti universitari britannici scatenatasi in seguito ad una dimostrazione pratica di vivisezione all’università di Norwich nel 1876, che condusse alla promulgazione della Legge sulla crudeltà contro gli animali (Cruelty to Animals Act). Il fatto è che i cosiddetti “animalisti” vanno ben oltre. Il “padre” degli animalisti e del femminismo (vedi Campos Boralevi 1980) è il filosofo inglese Jeremy Bentham (1748-1832), fondatore dell’utilitarismo, ossia della teoria secondo la quale l’uomo sarebbe spinto essenzialmente dalla ricerca del proprio utile, del piacere e dall’avversione al dolore. In base a questi assunti, Bentham costruì una tabella pseudomatematica per quella che egli chiamò “aritmetica morale”, e che dovrebbe servire a misurare il piacere e il dolore per ogni azione. In applicazione di queste idee, sostenne che lo Stato ha quattro fini: procurare ai cittadini i mezzi di sussistenza, favorire l’abbondanza, garantire la sicurezza, mirare all’eguaglianza. Nei suoi saggi sugli argomenti più disparati, ma sempre da un punto di vista materialistico che rifiuta la distinzione fra l’uomo dotato di anima immortale e gli animali, Bentham sostenne che la bestialità dell’uomo non va repressa, ma lasciata sfogare a piacimento. “Se ti piace fallo”, era il suo motto: evidente parafrasi dell’iniziazione al satanismo, “Fa ciò che vuoi”. Sulla base di queste premesse, egli difese l’usura e la pederastia. Accolse con favore la rivoluzione francese e fu amico di Marat, fondò una sezione di “giacobini britannici” e, finanziato dalla Compagnia delle Indie Orientali, costituì il Partito radicale britannico. L’idea che l’uomo altro non sarebbe che un animale ha come conseguenza il rifiuto di qualsiasi pretesa umana a controllare ed utilizzare la natura per i propri fini. A questo si ispirano il Fronte di liberazione degli animali (Animal Liberation Front, o ALF) e il Fronte di liberazione della Terra (Earth Liberation Front, o ELF). L’ALF è nato in Gran Bretagna nel 1982 e si è rapidamente diffuso in Europa e nel Nord America. Gli animalisti si sono distinti per attacchi a centri di ricerca o allevamenti per liberare gli animali (di solito lasciati liberi in un ambiente non congeniale dove trovano rapidamente la morte), con danno per la ricerca e per le aziende produttrici di pellicce (e grande soddisfazione dei produttori di pellicce sintetiche). Altre loro gesta comprendono sabotaggi e attacchi dinamitardi ad aziende e università, nonché distruzione di veicoli e attrezzature usate per costruzioni e disboscamento. Quest’ultimo genere di azioni è particolarmente diffuso negli Stati Uniti, dove è noto come monkey-wrenching, “lo strappo della scimmia”. Nelle Isole Britanniche, invece, gli animalisti scavano gallerie sotto gli alberi destinati ad essere abbattuti e vi si nascondono, sfidando l’azienda a proseguire il disboscamento col rischio del crollo delle gallerie; per evitare la cattura da parte degli agenti che li inseguono nei cunicoli, costoro giungono a chiudere le loro galleria con porte d’acciaio; alternativamente, si arrampicano sugli alberi e vi si inchiodano. Tutto questo ottiene il risultato di far perdere tempo, denaro e posti di lavoro. Dal 1980 circa le azioni degli animalisti si sono intensificate: vi si sono aggiunti sradicamenti di ortaggi modificati geneticamente e (nei soli Stati Uniti) incendi di abitazioni situate in luoghi giudicati “ecologicamente sbagliati”. Di recente, il giornalista Edward Skidelsky (New Statesman, June 5, 2000) ha condotto, sulla base di un’aggiornata rassegna bibliografica, una serrata critica dell’idea animalista che mette sullo stesso piano tutti gli animali dotati di sistema nervoso centrale, definendola sentimentale, egoistica e intellettualmente insostenibile: “Porre un cane randagio al medesimo livello di vostro fratello, solo perché tutti e due sono sensibili al dolore, non sarebbe solo eccentrico, ma anche malvagio (…….). Parlare di ’liberazione animale’ è ancora più assurdo che parlare di ’diritti animali’. La nozione di liberazione collettiva è di origine vagamente marxista, e quindi ancor più estranea alla tradizione dell’utilitarismo classico (…….). Il sentimentalismo inevitabilmente fa del male a chi vuol beneficare. I visoni ’liberati’ l’anno scorso da un allevamento ad opera di protestatari dovranno essere uccisi, poiché non hanno spazio nell’ambiente che abbiamo creato. Dovremmo accettare il fatto che gli animali non possono essere altro che nostri dipendenti, e trattarli più dolcemente possibile nell’ambito di questo tipo di rapporto. Questo paternalismo appartiene alla tradizione di tutte e tre le religioni monoteistiche. Dio concede ad Adamo il ’dominio’ sugli animali. Il nostro potere sulla natura è costituzionale, non autocratico. Gli animali sono affidati a noi, ma noi non siamo liberi di farne ciò che vogliamo. L’erosione della Fede religiosa (…….) è in parte responsabile dell’attuale disordine nel nostro rapporto con gli animali”.
Le macchine hanno sconfitto la fatica e aumentato la produttività in agricoltura, come negli altri campi dell’economia. Per raccogliere il grano da un ettaro di terreno agrario col falcetto occorrono un centinaio di ore di lavoro, con la falce circa 75 ore, con la falciatrice e legatrice poco più di di tre ore, con la mietitrebbia un’ora. Alla sconfitta della fatica ha contribuito anche la chimica: liberare un terreno dalle erbacce infestanti con la zappa è una fatica massacrante che evidentemente né gli euroburocrati, né i dirigenti delle multinazionali, né gli ambientalisti che schiamazzano nelle dimostrazioni, hanno mai provato; con i diserbanti questo lavoro è diventato accessibile persino a gente con le mani bianche come loro, se solo si degnassero di sporcarsele con un poco di lavoro autentico. Nel 1950 un agricoltore poteva sfamare 15 persone. Grazie a diserbanti e pesticidi, oggi ne può sfamare quasi 50. Ma, auspice l’impostura ecologista, è arrivata l’era delle malifiche. Gli interventi degli euroburocrati della CEE stanno facendo del loro peggio per comprimere la produzione agricola: quote di produzione, argini alle “eccedenze” (il famigerato set-aside), tasse di corresponsabilità per veri o presunti inquinamenti causati da fertilizzanti, tagli di bilancio per l’agricoltura, premi per l’abbattimento dei vitelli (che la vicenda della “mucca pazza” rientri in un piano per accelerare la distruzione delle risorse? ha già provocato, nella sola Gran Bretagna, l’abbattimento di milioni di mucche), premi per lo sradicamento dei vigneti, riduzione degli aiuti all’esportazione dei prodotti, aumenti dei prezzi di fertilizzanti e pesticidi. In parallelo ecco la nascita di aziende dove si produce in modo “naturale” con la cosiddetta “agricoltura biologica” (che vorrà dire?), come se quella che usa pesticidi e fertilizzanti fosse agricoltura “mineralogica”. Le accuse ai fertilizzanti di provocare proliferazioni algali in mare sono assolutamente infondate. Questi, è vero, sono costituiti sopratutto da nitrati e/o da fosfati che, se fertilizzano il terreno, possono “fertilizzare” anche le acque interne e i mari dove finiscono per scaricarsi, trasportati dal dilavamento operato dalle piogge. Ma la teoria è una cosa, la pratica un’altra: resta da spiegare come mai le proliferazioni algali (che riguardano essenzialmente alghe microscopiche appartenenti ai Flagellati o alle Diatomee) siano sempre avvenute, fin da epoche preindustriali quando i fertilizzanti (e i detersivi fosforati, anch’essi sotto accusa) neppure esistevano. Inoltre, nutrienti capaci di sostenere una proliferazione algale sono presenti nelle acque in quantità più che sufficienti a sostenere una proliferazione in ogni momento, dato che le riserve si accumulano per apporto dai fiumi alla scala dei tempi geologici, prima della stessa comparsa dell’uomo sulla Terra. Infine, come si spiega il fatto che queste proliferazioni colpiscano una sola specie per volta (spesso la fosforescente Noctiluca miliaris, oppure il Prorocentrum micans, o la Gonyaulax polyedra) e non tutte le altre, dato che le specie presenti sono di solito parecchie decine? La spiegazione è che il moltiplicarsi della specie coinvolta non ha nulla a che fare con la disponibilità di nutrienti, ma con la presenza di biostimolanti specifici come le vitamine, contenute in notevoli quantità nei fiumi e nelle acque “pulite” riversate in mare dai depuratori: i biostimolanti non favoriscono una proliferazione indiscriminata, ma sono efficaci ciascuno su una determinata specie e non su altre. Ciò è stato dimostrato con riferimento all’alto Adriatico (Biagini 1990), ma si tratta di un risultato scientifico di applicabilità generale. Proliferazioni algali del tutto analoghe a quelle adriatiche sono state infatti riscontrate in molti mari costieri, inclusi quelli che circondano le Isole Britanniche. Le proliferazioni algali possono causare gravi fenomeni di anossia (carenza di ossigeno), dovuta al fatto che l’enorme biomassa di alghe durante la notte non produce ossigeno perché non può compiere la fotosintesi ma, dato che si tratta di organismi aerobici, la loro respirazione continua, e continua quindi il consumo di ossigeno. L’anossia produce stragi di organismi acquatici che restano soffocati, con gravi danni alla pesca e produzione di grandi quantità di materia organica in putrefazione. Nel formarsi delle condizioni di anossia l’uomo non è responsabile: il fenomeno è facilitato da condizioni di alta pressione, e quindi con tempo buono e stabile, che non provoca rimescolamenti della colonna d’acqua, così che gli strati profondi anossici non ricevono ossigeno da quelli superficiali. Siamo al paradosso: si tratta di fenomeni assolutamente naturali, aggravati se mai dai depuratori, ossia proprio da misure di disinquinamento, ma il dito è sempre puntato sull’uomo, il “grande inquinatore”. E i pesticidi? Abbiamo già accennato ai risultati catastrofici (e ai veri motivi) della messa al bando del DDT. Ma vi sono molti altri pesticidi. Dobbiamo rinunciare ad usarli? Che vantaggio ne verrebbe? Nei cibi che ingeriamo essi sono già presenti in quantità enormi (talora fino al 5-10% del peso secco). I vegetali si difendono naturalmente dai parassiti, producendo pesticidi naturali, solitamente alcaloidi, spesso altrettanto tossici quanto quelli prodotti dall’uomo. Ananas, anice, banane, basilico, carote, cavolfiori, finocchi, lamponi, mele, meloni, patate, pompelmi, sedano, sono solo alcune delle specie che producono antiparassitari. A differenza dei pesticidi artificiali, che vengono spruzzati alla superficie dei prodotti e vengono poi dilavati dalla pioggia e/o dai lavaggi che precedono il consumo, i pesticidi naturali fanno parte integrante del frutto, foglia o tubero consumati, e vengono ingeriti integralmente. L’unico modo per evitarli è quello di smettere di mangiare. Dopo un digiuno sufficientemente lungo, ciò realizzerebbe, fra l’altro, l’ideale ambientalista di un mondo felicemente libero dal “cancro” dell’umanità. Un altro, e più recente, spauracchio ambientalista è quello dei cibi transgenici: il primo pomodoro transgenico venne ottenuto negli USA nel 1987, e la vendita di tale tipo di alimento vi fu autorizzata nel 1992. Si dicono alimenti transgenici quelli derivati da piante o animali che hanno subìto modificazioni genetiche. Grazie alle approfondite conoscenze sul DNA, le tecnologie di intervento sul patrimonio genetico sono ormai estremamente evolute. È possibile usarle anche sull’uomo, e questo non deve essere permesso, per motivi evidenti a chiunque non consideri l’uomo un animale come gli altri. Ma se gli interventi genetici servono ad ottenere piante e animali con caratteristiche utili di elevata produttività e resistenza ai parassiti, perché opporvisi? Incredibilmente, invece, contro questi nuovi prodotti si è scatenata una campagna di terrorismo ambientalista a livello parossistico. Le piante e gli animali modificati vengono presentati come mostri pronti a divorare l’umanità, in caricature grafiche e verbali tanto rozze da far pensare che i propagandisti dell’ambientalismo ritengano di avere a che fare con minorati mentali, o di avere ormai talmente condizionato l’opinione pubblica da non esservi più bisogno di un minimo di verosimiglianza. In compenso, prosperano produttori e venditori di alimenti presentati come “biologici”, ossia “non manipolati”, come se un organismo geneticamente modificato non fosse ancora un essere vivente, e quindi, per definizione, biologico. E, naturalmente, quello dell’agricoltura “biologica” è un affare di vaste proporzioni, che vende i prodotti a caro prezzo, mentre gli alimenti transgenici potrebbero essere prodotti in quantità enormi a basso prezzo. Ma forse è proprio questo che si vuole: tenere alti i prezzi, facendo al tempo stesso baccano sulla fame nel mondo in modo da far credere che l’agricoltura transgenica non sia la soluzione e che gli unici a preoccuparsi dei poveri del “terzo mondo” siano loro, i contestatori ecologisti. L’assurdità di questa campagna ecologista risalta non tanto dal fatto che non vi è assolutamente alcuna prova che alcun cibo transgenico abbia mai arrecato danni alla salute, quanto dal fatto che tutti i cibi derivano da organismi manipolati. Se non disponessimo di tali organismi moriremmo di fame. A parte la cacciagione, le more occasionalmente raccolte durante una gita in campagna e, in parte, i funghi, qualche insalata selvatica e qualche altra modestissima eccezione, non facciamo altro che nutrirci di organismi geneticamente modificati. Sono millenni che modifichiamo le specie che ci forniscono da mangiare. Fin dalla “rivoluzione agraria” del Neolitico, la selezione cosciente dei diversi ceppi di piante e animali utili e l’uso degli incroci hanno dato luogo ad organismi del tutto geneticamente trasformati che, infatti, senza le cure dell’uomo, sarebbero totalmente sopraffatte e annientate dalle specie selvatiche, assai meglio attrezzate a competere e a combattere: il campo di grano abbandonato a se stesso si ricoprirebbe in breve tempo di “erbacce”, e non ci vuole molto ad immaginare la sorte di un branco di pecore abbandonato a se stesso in un bosco. Quale differenza c’è dunque fra le manipolazioni genetiche del passato e quelle di oggi? Nessuna, se non che quelle odierne sono più precise e più accuratamente mirate, essendo frutto di una scienza più avanzata e non di tentativi empirici. I cibi transgenici potrebbero risolvere il problema della fame nel mondo? Non possiamo saperlo senza metterli alla prova, ed è improbabile che mai ci si riesca, data la demonizzazione di cui sono stati fatti oggetto. Si noti che, come per i CFC, il DDT ed altri prodotti entrati nel mirino degli ambientalisti, il problema è avulso da una valutazione razionale e dai risultati delle ricerche scientifiche. Dopo le urla e gli schiamazzi degli ecologisti, arrivano le scomuniche a suon di proibizioni e messe al bando, mediante leggi accompagnate da relative sanzioni civili e penali, con le quali non si discute. Ma non è difficile capire il perché di tutto questo. Se i poteri forti di considerano l’umanità un cancro, è evidente che tutto quello che potrebbe aiutare a sfamarla deve essere distrutto.
Come tutti i libri di favole, anche il celebre “Primavera silenziosa” di Rachel Carson, pubblicato nel 1962, e subito divenuto uno dei sacri testi dell’incipiente movimento ambientalista, inizia con “C’era una volta ……. “, e si avventura in un’idillica descrizione di un’America “dove tutte le creature sembravano vivere in armonia con l’ambiente”, e allietata dal canto di tanti uccellini. E prosegue trafiggendo con parole di fuoco l’uso dei pesticidi, e in particolare del DDT (diclorofeniltricloroetano), che avrebbe causato la morte degli uccellini e reso “silenziosa” la primavera. Come la mela offerta dalla strega a Biancaneve, nella dolcezza idillica delle descrizioni e nel tenero rimpianto per un mondo che mai più, ahimé, tornerà, si nasconde il veleno di un testo scritto col duro acciaio della guerra psicologica, irto di “messaggi subliminali, paure infantili, sensi di colpa, immagini terrificanti che diventano strumenti letterari suggestivi per manipolare il lettore e indurlo a credere acriticamente nel contenuto dei messaggi” (Gaspari, Rossi & Fiocchi 1991). Nella dedica del libro, l’autrice cita una frase del celebre medico filantropo e musicologo Albert Schweitzer (1875-1965): “L’uomo ha perso la capacità di guardare al futuro e di intervenire in anticipo. Alla fine distruggerà la Terra”, tacendo il fatto che Schweitzer si riferiva in realtà alla guerra atomica, non certo ai pesticidi, e che proprio riguardo al DDT si era espresso in modo assolutamente positivo, nella speranza che potesse servire a distruggere gli insetti nocivi. In realtà il DDT, le cui funzioni antiparassitarie furono scoperte dal chimico svizzero Paul Müller (che per tale scoperta ricevette il Premio Nobel), faceva proprio questo. La sua messa al bando nel 1972, sull’onda dell’emozione suscitata da “Primavera silenziosa”, e di “ricerche” che lo demonizzavano in ogni modo, come “inutile” (perché sarebbero comparse nuove varietà di insetti resistenti) e “pericoloso” (perché tendente a concentrarsi ai vertici della piramide alimentare), ha provocato un’immediata ripresa della malaria e dei parassiti delle piante. I raccolti di cotone, arachidi e patate, dove era stato impiegato il DDT, erano raddoppiati. Nel Pakistan ante DDT, nel 1961, si erano registrati 7 milioni di casi di malaria; dopo un’intensa campagna di irrorazione erano scesi, nel 1967, a soli 9.500; ma nel 1975, tre anni dopo la messa al bando del DDT, erano risaliti a 10 milioni. Identico andamento si riscontra in India e nello Sri Lanka. Attualmente i casi di malaria nel mondo sono dell’ordine delle centinaia di milioni, e metà della popolazione mondiale è a rischio. E gli uccelli? Nel periodo tra il 1941 e il 1961, al massimo delle irrorazioni di DDT, sono aumentati in tutto il Nord America. Quando questi dati della Audubon Society sono diventati di dominio pubblico, la strategia è cambiata: il DDT non ammazzava più gli uccelli, ma ne indeboliva il guscio delle uova. La Carson aveva citato ricerche dalle quali sarebbe risultato che quaglie giapponesi alimentate con una dieta contenente DDT non covavano le uova: un esame dello studio originale del dott. J.B. De Witt ha rivelato che non era affatto vero: vi era una differenza minima nella percentuale di covate regolari fra le quaglie che avevano assunto il DDT (80%) e quelle di controllo a cui non era stato somministrato (83,9%). Non solo, ma la Carson omise di segnalare un analogo studio del medesimo autore sui fagiani: le covate regolari avevano superato l’80% nel gruppo che aveva assunto il DDT ed erano state solo del 57% nel gruppo di controllo. Un’altra mistificazione fu quella secondo cui il DDT si sarebbe accumulato “per l’eternità” negli oceani. In realtà esso si degrada con grande rapidità: in un mese ne scompare circa il 90%, ed anche il resto si riduce ben presto a quantità infinitesimali. Si è pure tentato di dimostrare che è cancerogeno per l’uomo, senza successo. Perché dunque tanto accanimento? Per motivi politici. Un aumento troppo rapido della popolazione significherebbe una minaccia per gli equilibri politici ed economici esistenti. Un funzionario dell’Ufficio per il controllo della popolazione del Dipartimento di Stato USA, agli inizi degli anni Settanta ha dichiarato: “Usando il DDT abbiamo commesso un grave errore. La malaria, una delle malattie più diffuse al mondo è stata praticamente eliminata. In questo modo abbiamo stravolto l’equilibrio naturale. Troppi uomini sono rimasti in vita. Saremo fortunati se comparirà un virus più micidiale” (cit. in Gaspari, Rossi & Fiocchi 1991).
L’ecologismo affonda le radici nelle idee di Thomas Robert Malthus (Dorking, Surrey, 1766-1834). “Le teorie di Malthus erano accurate e ben documentate; le sue argomentazioni erano giuste allora, e sono tuttora corrette”, si legge ne “I limiti dello sviluppo” (Meadows et al. 1972), la “bibbia” dei partigiani della “crescita zero”, del pianeta “verde”, dell’ambientalismo esagitato del massonico Club di Roma. Malthus (1992) concepisce l’uomo come un essere meramente materiale. La sua teoria corrispose ad un preciso bisogno di autodifesa dei ceti privilegiati britannici in un momento in cui si sentivano gravemente minacciati dal dilagare delle rivoluzioni.
Emilio Biagini
Evoluzione, evoluzionismo, darwinismo: tre concetti ben diversi ma tutti sbagliati
Il sudario dell’ateismo
Il problema della cosiddetta “evoluzione biologica”, a partire dall’“illuminato” sec. XVIII è divenuto terreno di scontro intellettuale fra punti di vista diversi e inconciliabili. Occorre, a questo proposito, distinguere tre concetti ben diversi; (1) evoluzione, (2) evoluzionismo, (3) darwinismo. L’evoluzione è un processo: più esattamente è il processo ipotizzato mediante il quale nuove forme di esseri viventi più “evolute” si formerebbero da altre forme viventi diverse e più “primitive”. L’evoluzionismo è un insieme di teorie che tentano di spiegare il medesimo processo. Il darwinismo è una delle teorie evoluzionistiche: quella che ha avuto maggior fortuna, non per particolari metodi scientifici, ma perché promossa in ogni modo da circoli massonici ostili ad ogni religione.
Sebbene la maggior parte di coloro che le statistiche indicano come “protestanti” nei vari paesi siano in realtà “laicizzati”, ossia scettici o atei, vi sono tuttora protestanti fondamentalisti che credono ai ridicoli calcoli del vescovo protestante James Ussher di Armagh. Questo singolare individuo poneva l’inizio del mondo al 23 ottobre 4004 a.C. (un lunedì, per la precisione). Legati ad un’interpretazione letterale della “loro” Bibbia, i protestanti ritengono erroneamente che l’evoluzione, ed ancor più quell’interpretazione materialistica dell’evoluzione che è l’evoluzionismo, siano incompatibili con il Cristianesimo, e si sentono quindi obbligati a scegliere l’uno o l’altro.
Aids è una parola che spaventa. Le statistiche sono allarmanti. Ma, osservando più da vicino, la questione appare tutt’altro che chiara. Decisioni politiche in contrasto con i dati delle ricerche hanno teso ad aumentare l’allarme. Forti pressioni di lobbies hanno spinto a presentare la malattia come gravemente epidemica (Rossi 1999). Le lesbiche premono perché si dica che anche loro hanno l’Aids, altrimenti si sentono escluse dalla “liberazione sessuale”. Gli omosessuali, invece, vogliono che si dica che sono a rischio anche gli eterosessuali (quelli che epoche meno politicamente corrette e corrotte chiamavano gente normale), per non apparire una categoria “segnata”. Ma se la trasmissione di questa malattia avvenisse tra gli eterosessuali, le prostitute dovrebbero essere tutte infette, così come i loro clienti. Invece le sole prostitute infette sono quelle che sono anche tossicodipendenti. Né vale dire che ciò dipende dall’uso di profilattici: è un fatto (anche se i produttori di preservativi non l’ammetteranno mai) che i pori nel lattice del preservativo dilatato sono ben più larghi di un virus, senza contare le frequenti rotture, per cui tale tipo di protezione somiglia piuttosto ad un colabrodo usato come ombrello contro la pioggia. I dati sembrano piuttosto indicare, quando non manipolati politicamente, che non vi è alcuna epidemia. L’Aids non è una minaccia nuova: probabilmente esiste da lunghissimo tempo, è solo stato scoperto da poco. Neppure si può dire che si diffonda, a parte gli effetti della cosiddetta “liberazione omosessuale”: la malattia vista come qualcosa di cui andare “fieri”. Ne sono minacciate, in Europa e nel Nord America, solo determinate categorie a rischio: omosessuali (ma pochissimo le lesbiche), tossicodipendenti, gente soggetta a trasfusioni, emofiliaci. Negli USA il 75% di questa categoria di malati è sieropositivo: la sopravvivenza media di un emofiliaco, da quando è stata “scoperta” la “pericolosità” dell’Aids, è aumentata da 11 a 20 anni, ma se un emofiliaco muore si dice che è morto di Aids. L’epidemia viene presentata come disastrosa in Africa, ma i dati per quel continente sono inaffidabili, e vi si muore di moltissime malattie impropriamente classificate come Aids. Dietro la montatura giornalistica stanno pressioni politiche per assicurarsi enormi finanziamenti per la ricerca. Chi, fra gli scienziati, avanza dubbi non trova né finanziamenti né riviste scientifiche disposte a pubblicare i suoi studi, né pubblicità sui giornali e in televisione. In realtà nessuno sa di preciso cosa sia l’Aids e cosa lo provochi. La correlazione tra la malattia e il famoso virus Hiv è quanto mai incerta. Vi sono moltissimi individui sieropositivi, ossia che hanno l’Hiv, ma del tutto sani. Altri hanno l’Aids senza avere l’Hiv. Non potendo spiegare la stranezza, che rischia di far saltare il legame tra il virus e la malattia, la difficoltà è stata accantonata cambiando nome alla malattia: se manca l’Hiv non si parla di Aids ma di Itl. Nell’insorgenza dell’Aids possono esservi numerose concause, nessuna delle quali, però, individuata con precisione. Pazienti morti di Aids che avessero l’Hiv ma nessun’altra causa di depressione immunitaria (altri virus, droghe, rapporti sessuali particolari, denutrizione) non sono stati praticamente mai dimostrati con certezza. Questo può significare che l’Hiv non è in grado di infettare gente sana, ma uccide solo se ci sono altre forme di immunodeficienza e di infezione, e dunque è solo una delle cause, oppure che è solo un segnalatore secondario di immunodeficienza. Invece, in tutte le altre malattie infettive, dal morbillo al vaiolo, dalla tubercolosi alla lebbra, il paziente ha solo quella malattia ed è attaccato solo dall’agente patogeno di quella malattia. Assai istruttiva è la storia della scoperta dell’Hiv. Essa è strettamente connessa alla vicenda dei retrovirologi. Costoro sono i biologi che studiano i retrovirus (i virus sono macromolecole formate da un acido nucleico e da una proteina, i retrovirus sono quei virus che vivono all’interno delle cellule e in simbiosi con esse). I retrovirologi avevano conosciuto negli anni Settanta del sec. XX un periodo di grande prestigio e ricchissimi finanziamenti, e all’inizio degli anni Ottanta erano ancora sulla cresta dell’onda, ma la loro posizione stava facendosi precaria. Non erano riusciti a dimostrare una connessione certa e sistematica fra retrovirus e cancro. Le loro carriere rischiavano di fermarsi. Se i retrovirus erano inerti, niente più finanziamenti, niente più premi Nobel. L’Aids poteva salvare carriere tanto preziose solo se si fosse potuto dimostrare che era causato da un retrovirus, o persuadere di ciò l’opinione pubblica, ciò che dal punto di vista della carriera e della cattura dei finanziamenti era la stessa cosa. Nacque così la campagna per terrorizzare la gente, con l’Hiv decretato causa dell’Aids, e con l’Aids promosso a “peste del secolo”, attribuendogli morti provocate dalle malattie più diverse, dalla tubercolosi all’emofilia, all’epatite e a decine di altre. Nel mondo anglosassone, i grandi capiscuola delle facoltà di medicina sono soprattutto esperti di pubbliche relazioni, con buoni agganci politici, ed hanno come compito principale non la ricerca scientifica ma il rastrellamento di finanziamenti. Presentare le ricerche del proprio gruppo come la salvezza per l’umanità è quanto di meglio per lucrare un buon bottino. Se le previsioni formulate dai medici si rivelano errate, ciò che nel caso dell’Aids avviene regolarmente, dato che la cosiddetta epidemia “cresce” solo grazie ad acrobazie statistiche, gli scienziati non dicono “abbiamo sbagliato” ma “c’è un problema imprevisto, dateci più soldi per studiarlo”. I biologi Luc Montagnier e Bob Gallo studiavano indipendentemente i retrovirus. Nel 1983 il francese Montagnier aveva isolato in un paziente il retrovirus Hiv e ne aveva mandato un campione in America al collega statunitense Gallo, il quale l’anno successivo lo pubblicò facendolo passare per un proprio risultato personale. La composizione della successiva vertenza giudiziaria per la priorità della scoperta venne imposta dagli stessi governi di Parigi e di Washington: la gravità dell’”epidemia” era tale, si diceva, da richiedere concordia per “salvare l’umanità”. In realtà sia Montagnier che Gallo, nei loro studi sui retrovirus, erano giunti ad un punto morto ed erano disperati perché non riuscivano a giustificare i finanziamenti che ricevevano. Dovevano assolutamente trovare qualche grave malattia associata a tali virus. Gallo era arrivato ad imputare ad essi una rara forma di cancro presente soltanto in due isolette giapponesi, troppo poco per giustificare milioni di dollari di finanziamenti. L’Aids è così divenuto l’ancora di salvezza di tutti i retrovirologi (Rossi 1999) La definizione di Aids viene sempre più estesa fino a comprendere decine di malattie diverse, tutte catalogate come Aids. Si vuole dimostrare che tutta la popolazione ne è minacciata, inclusa la maggioranza eterosessuale normale. Un altro trucco per gonfiare le statistiche è quello di fare riferimento non alle percentuali sul totale della popolazione ma ai numeri assoluti: su cifre piccolissime di partenza si possono facilmente avere aumenti consistenti. I Centri per il controllo della malattia (Centers for Disease Control) degli Stati Uniti annunciarono che in un solo anno l’Aids nel gruppo di età al di sotto dei vent’anni era aumentato del 100%: ma la consultazione delle cifre reali mostrò che l’aumento era stato da 9 a 17 casi in tutti gli USA che hanno oltre 250 milioni di abitanti. Naturalmente a tutto ciò si aggiungeva il sensazionalismo dei media. “Niente catturava l’attenzione dei redattori e dei direttori come le voci di una trasmissione eterosessuale e generalizzata dell’Aids. Le voci significavano spazio sui giornali e in televisione; il che, nella questione dell’Aids, veniva rapidamente tradotto in finanziamenti e denaro. Così, anche se le prove di una pandemia di Aids tra gli eterosessuali era scarso, pochi ricercatori l’avrebbero detto forte. Non c’era nessun vantaggio, nel prendere una posizione simile, anche se alla fine si sarebbe rivelata onesta e veritiera. Cinque anni di amare e sperienze avevano insegnato a tutti quelli coinvolti nell’epidemia che la verità non contava molto nella politica dell’Aids.” (Shilts 1987). Emarginazione, insulti, minacce, accuse di irresponsabilità sono stati il destino di quanti, scienziati o giornalisti, tentavano di mettere in discussione i dogmi dell’establishment medico-biologico. Se questo squallido quadro è, come sembra probabile, esatto, o anche se lo fosse solo in parte, siamo di fronte ad un impressionante esempio di scienza prostituita.
Si intende per “scientifico” ciò che i detentori del potere all’interno della comunità accademica ritengono che convenga sostenere. La frase “non è scientifico”, suona come una scomunica. A ciò che “non è scientifico” si nega il diritto di espressione e di esistenza. Questo equivale a dire che “la scienza è l’unica fonte di conoscenza”: tale è la proposizione basilare dello scientismo, che proprio nel mondo anglosassone ha trovato i sostegni più autorevoli, e vi è divenuto talmente di casa da non essere quasi neppure oggetto di discussione. Parallela allo scientismo è naturalmente la svalutazione della metafisica. Quest’ultima, ricordiamo, è la teoria dell’ente in quanto ente, visto nei suoi caratteri universali, e conduce all’intuizione dell’assoluto, ossia a Dio. La metafisica è creazione dell’antico pensiero greco: in via puramente intellettuale, senza alcun aiuto dalla Rivelazione, i Greci avevano elevato sull’acropoli di Atene il tempio “al Dio sconosciuto”, e la metafisica era tenuta in alto onore anche presso le menti più elette del mondo romano, come Cicerone e Seneca. Gli anglosassoni sembrano essere assai poco portati a ragionare in questi termini: lo scientismo positivista è infatti assai più congeniale alla loro mentalità pratica. Il grande filosofo Karl Popper (1963, 1968), emigrato in Gran Bretagna, per sottrarsi alla dittatura nazista, e divenuto professore all’università di Oxford, era il maggior specialista di epistemologia (filosofia della scienza) vissuto nel Novecento. A lui dobbiamo la demolizione più efficace ed incontrovertibile dello scientismo, che evidentemente, però, non è stata recepita dai prestigiosi colleghi del grande epistemologo, o almeno non da tutti. La proposizione basilare stessa dello scientismo è miseramente contraddittoria: infatti non è possibile dimostrare scientificamente che la scienza sia l’unica fonte di conoscenza, per cui tale proposizione non è scientifica. Dunque, se la proposizione è vera, significa che almeno una proposizione non scientifica è vera, e dunque siamo di fronte ad un’insanabile autocontraddizione, ad una difficoltà logica irrisolvibile, e che in termine tecnico si chiama aporìa. Il Popper categorizza tale tipo di contradditorietà come un caso di “paradosso del cretese”, ben noto alla logica classica (Un cretese dice: “Tutti i cretesi mentono”, ma se l’affermazione è vera, significa proprio il contrario, ossia che non tutti i cretesi mentono, perché almeno uno ha detto la verità). I falsi dogmi scientisti, di evidente ascendenza gnostica, sono un gravissimo ostacolo alla scienza autentica: “i positivisti, nella loro ansia di annichilire la metafisica, annichiliscono anche la scienza naturale”, scrisse il Popper (1968). Ma infatti allo scientista la scienza non importa nulla se non come arma contro la religione. Lo scientista è prima di tutto un settario ateo, e in definitiva un poveretto guidato più dal proprio orgoglio, dalla propria ridicola presunzione, che non vuole ammettere un Dio al sopra di sé, dominato dalla voglia di non sottostare ad una “fastidiosa” legge morale trascendente e non dalla sete di verità. Recentemente si è affacciato alla ribalta un nuovo scientismo, ancor più strettamente legato alla gnosi (Valenti 2001). L’assunto di base di tale nuovo scientismo è la rivendicazione alla scienza di un campo di indagine illimitato. La scienza stessa si propone cioè come filosofia onnicomprensiva in progressiva espansione. Ciò presuppone quindi che non vi sia niente al di fuori della scienza se non l’ignoto. Si tratta di una forma più insidiosa di quella tradizionale, a suo tempo demolita dal Popper. Ma anche questa forma di scientismo è contraddittoria. Infatti, anche la nozione secondo cui al di fuori della scienza non vi sarebbe che l’ignoto non è scientificamente dimostrabile, e ricade quindi nell’ambito dell’ignoto, con evidente circolarità. La presunzione scientista spinge quindi la scienza, una scienza concepita come “sapere totale”, ad appoggiarsi all’ignoto, con evidente aporìa autodistruttiva.
Cæli enarrant gloriam Dei et opera manuum ejus annuntiat firmamentum. I cieli narrano la gloria di Dio, e il firmamento annuncia l’opera delle sue mani. Ma a quanti interessa rendersi conto di questa realtà? Quanti preferiscono chiudere gli occhi e seguire altre vie, di più immediato appagamento?
La vera scienza si avvicina a Dio, la falsa se ne allontana. Spesso la scienza è prostituita all’ateismo perché senza Dio si fanno meglio i propri comodi, si coltivano i vizi, si solletica l’orgoglio.
Oppure è prostituita agli interessi delle multinazionali, che perseguono politiche ambientaliste che solo apparentemente sono rivolte contro le stesse multinazionali, ma che in realtà mirano a spiazzare i concorrenti e a difendere le proprie posizioni di potere, bloccando innovazioni che potrebbero minacciarne il predominio sui mercati internazionali.
Oppure ancora sono gli stessi scienziati, organizzati in lobbies a caccia di notorietà e di finanziamenti, che trovano conveniente gridare “al lupo”: spaventare la gente, infatti, è molto redditizio.
Se uno scienziato dice che non c’è motivo di preoccupazione, oppure che c’è ma non possiamo farci niente perché il rischio ambientale è di origine puramente naturale, la gente si volta dall’altra parte e si riaddormenta.
Ma se lo scienziato è furbo (e quindi ci tiene alla fama e ai soldi più che alla ricerca della verità), capisce che gli conviene dire, anzi urlare, che c’è un pericolo gravissimo, e che la colpa è dell’uomo, e che bisogna assolutamente correre ai ripari, altrimenti l’umanità rischia il disastro,
D’improvviso il tizio diventa interessante: viene intervistato, appare al telegiornale, rivendica elevati finanziamenti perché solo la sua importantissima ricerca si erge fra noi e il baratro, e via di questo passo.
Naturalmente gli scienziati godono di immenso prestigio e ci si crogiolano.
Quelli peggiori fra loro (cioè un buon numero, se non la maggioranza) non sanno neppure che voglia dire la parola “umiltà”.
Quindi “sanno tutto”, beati loro (“L’universo lo conosciamo come le nostre tasche”, parola dell’astrofisica comunista dura e pura di cui non ricordo bene il nome, qualcosa come Krack, Klack o Kack).
Ma che dire di ciò che apertamente contraddice le “leggi” scientifiche? Vi sono fenomeni assolutamente misteriosi, scientificamente inspiegabili, ed è vano dire che “la scienza futura li spiegherà”.
Anzitutto perché sono fatti che non solo al di fuori di ciò che scientificamente si sa, ma contro tutto ciò che scientificamente si sa. Sono cioè fatti a tutti gli effetti “impossibili”; eppure avvengono.
E poi che senso ha un simile atto di fede cieco nella scienza, che “un giorno spiegherà”?
Atto di fede per atto di fede, non c’è forse di meglio in cui credere?
Questa sezione è dedicata alla scienza: al tentativo di distinguere la vera scienza da quella falsa e di additarne gli inevitabili limiti, perché una scienza che non ammette limiti è degradata a scientismo.




