I Trigotti

Necessaria precisazione: e sia ben chiaro noi non siamo bigotti.

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LA SFIDA

LA SFIDA

“Chissà quanto starà male quel disgraziato, con tutti quegli articoli e quelle interviste a capestro inquisitorio;” pensava il preside che aveva promesso (e mantenuto) di scatenare i mass media “peggio per lui; avrebbe dovuto darmi retta, gli avevo proposto di ritirare quel suo maledetto testo che aborro e non avrebbe avuto altre conseguenze; invece ha voluto sfidare la mia suprema autorità, e adesso è sistemato. Se ne ricorderà per sempre della mia ira funesta, e della mia alta scienza giuridica.”
In quel momento, il presunto “disgraziato”, fumando la pipa in spiaggia, dettava un’ispirata poesia che riassumeva l’inizio della faida e ne prediceva la conclusione:

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ORAZIA

La satira può accordarsi con l’amore cristiano? Era un dubbio che mi metteva a disagio. Mi addormentavo pensandoci e mi pareva che il mio impulso a scrivere, la mia “ispirazione”, fossero impediti dallo scrupolo.

Una notte che, contrariamente a quanto dicono i racconti a proposito del mitico momento cruciale, era buia ma non particolarmente tempestosa, mi apparve in sogno un uomo di aspetto piacevole, sereno ma con un tocco di velata malinconia. Vestiva una toga romana e calzava eleganti sandali, pure di tipo romano. Era come avvolto da una tenuissima nebbia e mi guardava intento. Mi voltai a chiamare mio marito, che (eccezionalmente, in quel particolare sogno) non era con me, ma l’apparizione, come se mi leggesse nel pensiero, mi fermò:

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GLI AVVOLTOI SPENNATI

Allineati sul ramo, i guru della stampa di sinistra piangevano e si lamentavano.
— Tempi grami ……. —
— Tempi pessimi …… —
— Dove siamo arrivati ……. —
— È proprio il colmo ……. —
— Già, una volta puntare i nostri strali contro il reazionario da distruggere, voleva dire distruggerlo sul serio, e ora, invece ……. —
— Una volta, che bei tempi …… Bastavano un paio di articoli, e la vittima andava in depressione, qualcuno si suicidava. Bei tempi ……. —
— Ora, invece, ridono e ci scrivono sopra delle satire. —
— Siamo in ribasso ……. —
— È l’intera società che va a pezzi …… —
— Mai possibile che il processo dialettico ci tradisca a questo modo? —
— Cosa facciamo? —
— Continuiamo a sputtanare il malvagio nemico ……. —
— ……. ma lui ci ride sopra …… —
— Anzi, più gli spariamo addosso, più sberle di ritorno ci arrivano. —
— Mancare di rispetto a noi, che formavamo l’opinione pubblica ……. —
— ……. che eravamo l’opinione pubblica ……. —
— ……. l’aristocrazia della politica ……. —
— Mancare di rispetto a noi, che non abbiamo mai sbagliato una previsione, mai una predizione ……. —
— Mancare di rispetto a noi, che siamo il meglio dell’aristocrazia intellettuale, della raffinatezza culturale, porca vacca, il meglio del meglio ……. —
— ……. a noi, che siamo il colmo della perfezione ……. —
E le lunghe file di avvoltoi cominciarono a piangere ma, essendo uccellacci, non spargevano lacrime. Invece, cominciarono a perdere le penne.
Una lenta nevicata di piume e di penne scendeva dall’albero, una nevicata grigiastra che sapeva di sfacelo.

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L’INTERVISTA

L’INTERVISTA

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Le poltroncine, rivestite di cuoio nero, erano eleganti, intorno al grande tavolo dalla lucida superficie di cristallo. Tutta la stanza della redazione giornalistica trasudava funzionalità ed efficienza: almeno, quella dell’architetto che l’aveva progettata. L’intervistatore e il fotografo, invece, sembravano due ultrà appena reduci dalla curva sud.

Il ruolo del fotografo: scattare in continuazione foto all’intervistato, tra le quali sarebbe stata poi scelta quella che lo metteva nella luce peggiore.

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ORO O LATTA? (KEN FOLLETT, MONDO SENZA FINE)

ORO O LATTA: QUESTO È IL PROBLEMA

Abbiamo deciso di premiare con opportuni segni del nostro apprezzamento le opere letterarie e cinematografiche che hanno attratto il nostro interesse. Questa rubrica viene aggiornata quando ci pare e il nostro giudizio è inappellabile.

I TRIGOTTI

-Figura_vipera
L’onore oggi tocca a:

KEN FOLLETT, Mondo senza fine, Mondadori, Milano, 2007

Abbiamo il piacere di insignire l’autore di questa celebre opera del prestigioso riconoscimento della Vipera di latta.
 
Segue un commento di Emilio Biagini:

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LA NOTTE DELLA LIBERTÀ

Maria Antonietta Novara Biagini

Faceva un orribile freddo e il povero Aba rabbrividiva rannicchiato sul suo povero giaciglio, nella stamberga che divideva con un’altra ventina di africani, arrivati come lui su barconi strapieni fin quasi ad affondare, portati al campo di prima accoglienza, e subito fuggiti in massa.
I suoi compagni lo mandavano fuori a vendere cianfrusaglie e lo picchiavano se alla sera non portava abbastanza soldi. Alcuni di loro avevano anche cercato di “fargli la festa” e aveva dovuto respingerli a pugni.
Quella notte decise che ne aveva abbastanza. Prese il suo zaino e si allontanò correndo per la città deserta. Corse e corse finché, svoltando un angolo, gli si parò di fronte un altro giovane africano.
— Aba, — esclamò quello — cosa fai qui? —
Allora egli riconobbe Chekhou, il suo coetaneo insieme al quale, pochi mesi prima, al villaggio, aveva superato le prove per l’ingresso nell’età adulta.
— Sto scappando — rispose — non ne potevo più. —
— Anch’io — rispose l’altro.
Così i due ragazzi decisero di andare insieme: ad un tratto incrociarono una banda di bulli ubriachi che cercarono di aggredirli, allora corsero, corsero, corsero. Girato un angolo della strada, si parò loro davanti un muro. Aiutandosi a vicenda lo scavalcarono e si trovarono in un grande parco. Mezzi morti di freddo, si addentrarono in un prato e sedettero, stanchi, con le spalle appoggiate ad un albero. In breve si addormentarono.
Quando si svegliarono erano riposati e tranquilli. Aprirono i loro zaini, si liberarono degli stracci di cui erano ricoperti e indossarono la tunica bianca della festa e presero i loro tamburi.
L’atmosfera era irreale e lentamente, al suono ritmico dei tamburi, iniziarono a danzare. Accompagnarono la danza col canto del cacciatore che tante volte avevano udito nella loro infanzia. All’inizio i loro movimenti erano timidi ed impacciati, poi, man mano che le loro voci si facevano più sicure, la loro danza assunse un ritmo più solenne.
Fu un vecchio elefante che, alzando la proboscide al cielo, avvertì nell’aria quell’odore diverso, non il solito odore della moltitudine dei visitatori dello zoo, ma l’odore dell’Uomo, il cacciatore che temevano e rispettavano. Il vecchio elefante lanciò un barrito e il suo piccolo branco, quasi tutto nato in cattività, accorse al richiamo. Agitavano le grosse orecchie e udivano in lontananza il canto dei due ragazzi. Lentamente presero a dondolarsi a quel ritmo magico e inaspettato.
Anche Simba, il leone, fu svegliato nel suo sonno sempre uguale, percepì qualcosa di insolito. L’odore dell’Uomo risvegliò in lui i ricordi di quando, cucciolo, seguiva la madre nella savana e doveva stare attento a quei suoni e a quegli odori che significavano pericolo. Pericolo sì, ma quale libertà nelle cacce spietate alle gazzelle, ai bufali, negli ampi spazi. I fiumi, gli alberi, i tramonti infuocati ……. ora si trovava in un ambiente ristretto, e l’unico cibo gli veniva lanciato dai guardiani. Lanciò un ruggito e si alzò con rinnovato vigore.
Tutti gli animali, al richiamo del leone, si svegliarono e iniziarono attenti a seguire quel canto che ricordava ai più vecchi l’infanzia libera nell’incontaminata natura africana.
Aba e Chekhou pensarono di stare sognando, danzavano circondati dai rumori della loro terra: il barrito degli elefanti, il ruggito del leone, il verso delle gazzelle, la risata della iena, gli urli delle scimmie.
In un momento magico, sia per i ragazzi che gli animali dello zoo, era scomparsa l’atmosfera cupa e fredda di quella città del nord, e quella notte era diventata una notte di libertà in Africa. Aba e Chekhou continuarono a danzare, eccitati dagli urli degli animali, finché caddero esausti e si addormentarono.
Il mattino seguente i guardiani trovarono due giovani africani, vestiti con gli abiti tribali, seduti con le spalle contro un albero, ciascuno con il suo tamburo fra le gambe. Morti assiderati, sorridevano.
Quello che i guardiani non riuscirono a vedere fu lo sguardo fiero risvegliato negli occhi degli animali da quella notte magica di libertà.

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INNO ALLE GLORIE UNIVERSITARIE

Viva l’università: divertire ognor ci fa. Ma che bello ‘sto consiglio che fa rima con coniglio. Quanto sono divertenti queste pratiche studenti. Quanto sono emozionanti pur le pratiche restanti. E lo dice pur la CIA: viva la burocrazia.

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ORO O LATTA (LA SINDROME CINESE)

 

Nel 1979, quando il film è uscito, era già state inventate centrali nucleari intrinsecamente sicure, tali cioè da essere tenute in funzione artificialmente, e da spegnersi da sé per effetto di leggi fisiche nel caso di un malfunzionamento.

Era quindi indispensabile alle suddette lobbies intensificare la propaganda e Hollywood, sempre sensibile al fruscìo dei dollari, non ha esitato a gettarsi nella mischia.

La trama è ridicolmente semplice. Una troupe di una stazione televisiva della California meridionale si reca in una centrale nucleare per girare un segmento per il proprio telegiornale. In presenza dei giornalisti si verifica un improvviso quanto non meglio precisato “incidente”. Si scatena una corsa tra i giornalisti “buoni”, che vogliono indagare sulla cosa e informare il pubblico, e le sullodate oscure forze della reazione che cercano invece di soffocare l’eccitante notizia che la centrale starebbe per trasformarsi in una bomba capace di perforare il pianeta arrivando fino in Cina.

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IL DUECENTOCINQUANTESIMO ANNIVERSARIO

Nel novembre 2058, in occasione dell’apertura delle celebrazioni del duecentocinquantesimo anniversario della nascita del grandissimo naturalista Charles Darwin, che ricorreva l’anno seguente, gli organizzatori del prestigioso Festival della Scienza di Mezastrassa avevano invitato a tenere la prolusione di apertura il celebre scienziato Charles D. Monkey dell’università di Rubbish Heap.
Mentre si recava all’auditorium nel quale doveva svolgere la sua dotta prolusione, il paladino di Darwin, comodamente accoccolato sul sedile posteriore della limousine, teneva nella mano numero uno un bicchiere di eccellente whisky, con la numero due reggeva un ottimo sigaro acceso, con la terza e la quarta scriveva al computer, dando gli ultimi tocchi alla sua dotta conferenza.

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IL DARWINISTA COERENTE

— Voglio due paia di guanti — disse il distinto cliente, entrando nell’elegante negozio di confezioni.
— Subito, signore, — rispose premuroso il commesso — abbiamo anche, in offerta, una grande varietà di calzini. —
— Non mi servono, — affermò orgogliosamente il cliente — ai piedi metto i guanti. Sono un evoluzionista darwiniano, cosa crede? —

ORAZIA

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