Il piccolo Peter stava andando con la mamma alla grande mostra del Museo di Storia Naturale di South Kensington a Londra. A causa dell’eccessivo traffico e della difficoltà di trovare parcheggio, stavano recandosi a destinazione con l’autobus. Con stupore, il bambino, che aveva undici anni ed era molto sveglio, notò che uno dei passeggeri si teneva alla sbarra trasversale con il piede prensile invece che con una zampa anteriore. Guardando meglio, vide che dalla tasca del cappotto del distinto signore sporgeva una copia de “L’origine delle specie”. Allora il brillante ragazzino capì che tutto quadrava: il signore, peraltro alquanto peloso, era un evoluzionista, che stava andando anche lui alla mostra dedicata al grande naturalista Charles Darwin.
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Il prestigioso Museo di Storia Naturale di South Kensington a Londra aveva organizzato uno splendido congresso di scienziati provenienti da tutto il mondo per celebrare il bicentenario della nascita del sommo naturalista Charles Darwin.
Si accesero le luci sul palco ed entrarono i sussiegosi relatori. Sedettero con aria burbanzosa sulle loro poltrone e, all’unisono, posarono sul tavolo le loro quattro mani pelose, e si servirono in abbondanza dai caschi di banane messe a loro disposizione dal catering del congresso.
— In questo locale, posto al di sotto della nostra grande vasca degli squali, possiamo ammirare questi magnifici animali che nuotano sulle nostre teste. —
La voce della guida era suadente e carezzevole, come si conveniva ad un ambientalista di provata fede, laureato in ecologia abissale al prestigioso ateneo di Mezastrassa e specializzato in ecologia idolatra all’ancor più prestigioso ateneo di Scheissford, nello stato di Colofonia.
I visitatori formavano un gruppo misto: una classe delle scuole medie, guidata da una insegnante di scienze naturali progressista e ghiotta di ambientalismo, molti anzianotti, molte anzianotte, qualche turista straniero, un vu’ cumpra’ che cercava di vendere non si sapeva bene cosa e un paio di bambini borseggiatori zingari (pardon, “rom”, ma ladruncoli lo stesso). Tutti, eccetto il vu’ cumpra’ e i piccoli borseggiatori, stavano col naso all’insù, guardando gli squali che nuotavano appena al di sopra del fondo trasparente della vasca. Gli animali si muovevano eleganti, come perfette macchine per uccidere.
La guida ambientalista non mancava di ammirarli moltissimo, e cercava di comunicare il suo entusiasmo alla variopinta comitiva:
ORO O LATTA: QUESTO È IL PROBLEMA
Abbiamo deciso di premiare con opportuni segni del nostro apprezzamento le opere letterarie e cinematografiche che hanno attratto il nostro interesse. Questa rubrica viene aggiornata quando ci pare e il nostro giudizio è inappellabile.
I TRIGOTTI

And the winner is …….
Ecco i vincitori della prossima Vipera di latta:
la Walt Disney, colpevoli del film “Il principe Caspian”.
Segue un commento su questa ennesima fregnaccia hollywoodiana scritto da Emilio Biagini:
Erano una bellissima coppia, John e Philip. Atletici, biondi ed eleganti, “sposati” di fronte al sindaco del loro comune, che era quello di Shrewsbury, l’amena cittadina inglese alla quale spettava l’incommensurabile onore di aver dato i natali al grande genio della biologia Charles Darwin, autore della teoria dell’evoluzione per selezione naturale, elevata ormai a dogma assoluto e incontrovertibile, la cui incondizionata accettazione era condizione indispensabile per poter fare carriera in qualsiasi campo.
I progressi dell’ingegneria genetica permettevano agli esseri umani di nascere senza quegli odiosi peli superflui, in modo da avere la pelle meravigliosamente liscia e vellutata. Solo i mentalmente sottosviluppati papisti superstiti ricorrevano ancora al superato metodo tradizionale, mentre i progrediti e aggiornati laicisti si affidavano, per la riproduzione, alla provetta.
Il padrone consegnò ai suoi tre servitori delle somme di denaro. Al primo, Asdrubale, diede cinque milioni di euro, al secondo, che si chiamava Bernabeo, ne diede due, al terzo, Cornelio, solo uno.
Dopo un anno, chiese conto del suo denaro.
Alcuni esempi dalla letteratura tedesca.
Friedrich Spee von Langenfeld
(Kaiserwerth, Düsseldorf 1591 – Treviri 1635)
Eingang zu diesem Büchlein, Trutz-Nachtigall genannt
Wann Morgenröt sich zieret
mit zartem Rosenglanz
und sittsam sich verlieret
der nächtlich Sternentanz:
gleich lüstet mich spazieren
im grünen Lorbeerwald,
allda dann musizieren
die Pfeiflein mannigfalt.
Die flügelreichen Scharen,
das Federbüschlein zart,
in süßen Schlag erfahren,
noch Kunst, noch Atem spart,
mit Schnäblein wohlgeschliffen
erklingen’s wunderfein,
und frisch in Lüften schiffen
mit leichten Rüderlein.
Der hohle Wald ertönet
ob ihrem krausen Sang:
mit Stauden stolz gekrönet
die Kluften geben Klang.
Die Bächlein krumm geflochten
auch lieblich stimmen ein,
von Steinlein angefochten
gar süßlich sausen drein.
Die sanften Wind in Lüften,
auch ihre Flügel schwach,
an Händen, Füss und Hüften
erschüttlen mit Gemach
da sausen gleich an Bäumen
die lind gerührten Zweig,
zur Musik sich nit säumen;
o wohl der süßen Streich!
Doch süßer noch erklinget
ein sonders Vögelein,
so seinen Sang vollbringet
bei Mond- und Sonnenschein.
Trutz-Nachtigall mit Namen
es nunmehr wird genannt,
und vielen, Wild und Zahmen,
obsieget unbekannt.
Trutz-Nachtigall man’s nennet,
ist wund von süßem Pfeil:
die Lieb es lieblich brennet,
wird nie der Wunden heil.
Geld, Pomp und Pracht auf Erden,
Lust, Freuden es verspott,
und achtet’s für Beschwerden,
sucht nur den schönen Gott.
Nur klingelt’s aller Orten
von Gott und Gottes Sohn,
und nur zu’n Himmelpforten
verweiset’s allen Ton:
von Bäum’ zu’n Bäumen springet,
durchstreichet Berg und Tal,
in Feld und Wäldern singet,
weiß keiner Noten Zahl.
Es tut gar manche Fahrten,
verwechselt Ort und Luft:
jetzt findet man’s im Garten
betrübt an hohler Kluft;
bald frisch und freudig singlet
zusam’t der süßen Lerch,
und loben Gott, umzinglet
den Öl- und andern Berg.
Auch schwebet’s auf den Weiden
und will bei’n Hirten sein,
da Cedron kommt entscheiden
die grünen Wiesen rein;
tut zierlich sammen raffen
die Verslein in Bezwang
und setzet sich zu’n Schafen,
pfeift manchen Hirtensang.
Auch wieder da nit bleibet,
sich’s hebt in Wind hinein,
die leere Luft zertreibet
mit schwanken Federlein:
sich setzt an grober Eichen
zur schnöden Schädelstatt;
will kaum von dannen weichen,
wird Kreuz noch Peinen satt.
Mit ihn will mich erschwingen
und manchem schwebend ob
den Lorbeerkranz ersingen
in deutschem Gotteslob.
Dem Leser nicht verdrieße
der Zeit und Stunden lang:
hoff ihm es noch ersprieße
zu gleichen Zither-Sang.
Sotto il velo della comicità, la satira mette a nudo il male molto meglio di un’aperta denuncia. Provare per credere.
Nikolaus Dietrich Giseke
(Csó, Ungheria 1724 – Sondershausen 1765)
Das Menschengesicht
Daß unter Menschen Geschöpfe wandeln,
die menschlich aussehn und tierisch handeln,
darüber erzürn’ ich mich nicht.
Ist denn die Welt nur für uns geschaffen?
Nein, auch für Eulen und auch für Affen,
und auch für das Menschengesicht.
Sie scheinen äußerlich uns zu gleichen,
bald aber verraten sie durch Zeichen,
mich wahrlich täuschen sie nicht!
An Unterkehlen, an Augenbrauen,
an offnen Mäulern, die stets erstaunen,
erkenn’ ich das Menschengesicht.
Questa è la stagione più alta della poesia tedesca, quando musica e poesia erano ancora strettamente congiunte. Nell’infelice Novecento, secolo bestiale di ideologie omicide e di guerre, il legame vitale tra poesia e musica si è perduto: la poesia ha perso l’armonia e la musica è diventata rumore.
Christian Friedrich Daniel Schubart
(Obersontheim, Württemberg 1739 – Stoccarda 1791)
Die Forelle
In einem Bächlein helle,
da schoß in froher Eil’
die launige Forelle
vorüber wie ein Pfeil.
Ich saß an dem Gestade
und saß in süßer Ruh’
des muntern Fisches Bade
im klaren Bächlein zu.
Ein Fischer mit der Rute
wohl an dem Ufer stand
und sah’s mit kaltem Blute,
wie sich das Fischlein wand.
Solang dem Wasser Helle
so dacht’ ich, nicht gebricht,
so fängt er die Forelle
mit seiner Angel nicht.
Doch plötzlich war dem Diebe
die Zeit zu lang. Er macht
das Bächlein tückisch trübe,
und eh’ ich es gedacht,
so zuckte seine Rute,
das Fischlein zappelt’ dran,
und ich mit regem Blute
sah die Betrogne an.
Die ihr am goldnen Quelle
der sichern Jugend weilt,
denkt noch an die Forelle!
Seht ihr Gefahr, so eilt!
Meist fehlt ihr nur aus Mangel
der Klugheit. Mädchen seht
Verführer mit der Angel!
Sonst blütet ihr zu spät.
Oscillante fra questi due estremi, la poesia tedesca rivela l’estrema contraddittorietà dell’esperienza umana in un’epoca tragica di conflitto ideologico. Sarebbe assolutamente ingiusto gettare tutta la colpa addosso a chi ha perduto la guerra. Non si sarebbe arrivati a questi punti senza il veleno nazionalista, risvegliato in tutta Europa dall’espansionismo francese (anche molto prima della Rivoluzione) e dal propagarsi delle idee giacobine, e senza gli spericolati equilibrismi della diplomazia britannica (la quale dapprima favorì l’unificazione della Germania per avere un contrappeso alla temuta Francia, e troppo tardi si accorse di aver risvegliato un gigante).