Erano una bellissima coppia, John e Philip. Atletici, biondi ed eleganti, “sposati” di fronte al sindaco del loro comune, che era quello di Shrewsbury, l’amena cittadina inglese alla quale spettava l’incommensurabile onore di aver dato i natali al grande genio della biologia Charles Darwin, autore della teoria dell’evoluzione per selezione naturale, elevata ormai a dogma assoluto e incontrovertibile, la cui incondizionata accettazione era condizione indispensabile per poter fare carriera in qualsiasi campo.
I progressi dell’ingegneria genetica permettevano agli esseri umani di nascere senza quegli odiosi peli superflui, in modo da avere la pelle meravigliosamente liscia e vellutata. Solo i mentalmente sottosviluppati papisti superstiti ricorrevano ancora al superato metodo tradizionale, mentre i progrediti e aggiornati laicisti si affidavano, per la riproduzione, alla provetta.
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Il padrone consegnò ai suoi tre servitori delle somme di denaro. Al primo, Asdrubale, diede cinque milioni di euro, al secondo, che si chiamava Bernabeo, ne diede due, al terzo, Cornelio, solo uno.
Dopo un anno, chiese conto del suo denaro.
La schiatta dei Garibaldi, di probabili quanto oscure origini longobarde, pare fosse insediata nella mitica città di Nizza che, a detta di taluni archeologi, si troverebbe da qualche parte sulla costa mediterranea, mentre secondo altri sarebbe nell’interno, forse nel Monferrato. Pare che, verso gli inizi del secolo diciannovesimo, diversi Garibaldi fossero battezzati col nome Giuseppe, che forse era il nome del nonno paterno, o di quello materno, o di tutti e due, o di nessuno dei due.
Quando Noè uscì dall’arca e divenne il primo produttore di vino, essendo ancora poco abituato all’emozionante liquore, si addormentò scarsamente coperto. Pare che due suoi figli abbiano preso la cosa abbastanza sportivamente, mentre il terzo manifestò in modo sarcastico la sua disapprovazione. Erano così nati i due principali rami dell’umanità: quelli che sanno vivere e i puritani integralisti.
MARIA ANTONIETTA NOVARA BIAGINI
I pinguini questa volta erano veramente incazzati. Avevano sopportato navi da crociera sempre più grandi, branchi di bipedi sempre più numerosi e vocianti che passeggiavano intorno ai loro nidi e, petulanti e invadenti, se li additavano maleducatamente l’un l’altro sghignazzando: “Uh, quello lì com’è buffo”, “Guarda quello lì che fa la cacca”, “Ma quello la fa rosa e quello la fa bianca”, “Ma che puzza che c’è”. Oltre ai turisti cominciarono anche a sbarcare sempre più numerosi studiosi dello scioglimento dei ghiacci. E tutte quelle navi e tutti quegli Zodiac, con il calore generato e con il movimento delle eliche causavano il distacco di sempre maggiori blocchi di ghiaccio.
Ascoltando i discorsi dei bipedi, vennero anche a sapere di essere diventati i protagonisti della pubblicità di una pastiglia miracolosa che procurava scorregge immense, in grado di far ghiacciare estese porzioni di territorio, ma nessuno aveva chiesto il loro permesso né pagato loro diritti d’immagine. I pinguini, perciò, escogitarono un piano. La voce si sparse da una colonia all’altra. Organizzarono gruppi di osservazione dei bipedi invasori nelle varie zone di sbarco. Individuati gli zainetti, vennero in possesso della miracolosa pastiglia. Tutti insieme escogitarono la riscossa.
Come un sol pinguino, ad un segnale convenuto, inghiottirono la magica pozione, alzarono una zampa palmata e scaricarono tutto il loro furore. Risultato: la banchisa avanzò di quaranta miglia. Andarono disperse dieci navi da crociera, di cui cinque di oltre trentamila tonnellate di stazza l’una. Sparirono ottomila croceristi, una trentina di spedizioni di “Greenpeace,” WWF, “Aiutiamo il panda”, “Protocollo di Kyoto”, ambientalisti verdi e arcobaleni. Vennero ricoperte una quindicina di basi scientifiche e i pinguini, finalmente in pace, si sdraiarono sulla banchisa fumando le pipe e i sigari sottratti ai bipedi sconfitti e, soffiando volute di fumo, esclamarono: “Questo sì che è un ecosistema sostenibile. Viva l’ambiente”.
Ultimissime su Colombo, non il tenente, ma proprio Cristoforo, quello che si dice abbia scoperto l’America.
Dopo le ultime mirabolanti ricerche di una illustre storica spagnola, che avrebbero dimostrato come lo scopritore sarebbe nato a Sanluri (a proposito, dov’è Sanluri?) e avrebbe appreso le sue profonde conoscenze astronomiche e nautiche vagando per il Campidano, ecco scaturire, dai mitici archivi mercantili genovesi, l’ultima e definitiva verità.
È noto che i genovesi sono quanto mai riservati, specie quando ci sono di mezzo le palanche, e che in passato essi hanno raggiunto tutte le parti del mondo possibili e immaginabili, senza mai darne notizia ad alcuno, per accumulare palanche in santa pace senza il timore della concorrenza. Centinaia, forse migliaia, di genovesi compirono viaggi come quello di Marco Polo, ma si guardarono bene da spifferare quello che avevano visto. In compenso, dopo aver catturato Marco Polo, gli misero come compagno di cella un certo Rustichello da Pisa, leggermente grafomane, per spremergli tutte le informazioni che potevano.
In America, i genovesi ci andavano a commerciare e a fare palanche molto prima della Scoperta. Infatti, quando i primi vichinghi toccarono le rive del nuovo mondo, si videro offrire dagli indigeni un piatto di trenette col pesto. Dai documenti appare inoppugnabile il fatto che Cristoforo Colombo non fu che uno dei molti genovesi nati in America. I suoi genitori, infatti, avevano lo scagno a Columbus Circle. Stufi di averlo sempre tra i piedi, un giorno gli dissero:
— Basta fare il bamboccione per casa. Vattene in giro per il mondo a guadagnare palanche per conto tuo. —
Invece di “buscar el poniente por el levante”, il giovane Cristoforo andò “buscando el levante por el poniente”. Infatti, dall’America, andò a scoprire la Spagna. Qui giunto, si cambiò il nome in Cristobal, per il gran numero di balle che si mise a raccontare. A forza di balle, Cristoforo riuscì a persuadere i reali di Spagna che andando a ponente invece che a levante c’era da fare una grandiosa scoperta.
In realtà, da buon genovese, aveva solo scoperto il modo di tornare a casa gratis.
Siamo orgogliosi dei risultati di queste profonde ricerche storiche, grazie alle quali la storiografia italiana delle esplorazioni geografiche si eleva allo stesso eccelso livello dell’analoga storiografia spagnola.
GROTTESCA BANDA DI BURATTINI,
CON SUPREMO SPREZZO DEL RIDICOLO,
CREDEVA DI APRIRE UNA NUOVA ERA,
E INAUGURAVA L’ETÀ DEL VESPASIANO.

Era finalmente spuntato il gran giorno, il giorno del giudizio papale per il grande progetto dell’affresco del Giudizio universale nella Cappella Sistina. Clemente VII, al secolo Giulio De’ Medici, rivolse al grande artista uno sguardo stanco, in cui si avvertiva il peso delle innumerevoli delusioni e sconfitte subite, non senza una buona parte di colpa da parte dello stesso Papa. Il sacco di Roma e i sette mesi di prigionia in Castel Sant’Angelo, l’umiliazione della fuga travestito da venditore ambulante, le beffe di Pasquino, non erano ricordi facili da dimenticare. Ma come committente d’arte appariva sicuro di sé, forte del potere delle chiavi, perché a lui competeva guidare l’artista nella difficile impresa di esprimere i misteri della Fede. E così, con grave cipiglio, apostrofò subito Michelangelo Buonarroti:
Uno studio megagalattico, con arcate dorate e un enorme numero di libri dall’aspetto incombente e minaccioso.
Personaggi:
Il SUPERACCADEMICO;
VOCE maschile al telefono (si sente grazie ad un altoparlante incorporato nell’apparecchio).
SUPERACCADEMICO (intento a meditare sulle sudate carte) — Adunque, quale sarà il principio incomputabile, che manifestasi attraverso la metafora gentile del vero? Quale la pregnanza trascendente ingenita nel …….
(Squilla il telefono.)
SUPERACCADEMICO — ……. cavolo ……. chi osa turbare le mie trascendentali meditazioni? (solleva la cornetta) Pronto.
VOCE — Mi chiamo Lampadio Illuminoni. Parlo col professor Federico Maria De Bellis?
AFORISMI LETTERARI
Chi non sa fare un aforisma farebbe bene a rinunciare a scrivere.
Il libro più bello è quello che non si ha il coraggio di scrivere perché rivelerebbe troppo di noi stessi.
Il segreto per vincere un grande premio letterario? Loggia-letto. Ossia: appartenere alla stessa loggia massonica del grande editore e andare a letto col presidente della giuria. Ecco perché è meglio non vincere.
Si deve scrivere anzitutto per il proprio piacere. Se poi si vendono tanti libri e arride il successo da parte di pubblico e critica, bene. Se no, tanto peggio per il pubblico e la critica.


