IV
Finalmente il poeta, diventato serio, appare in veste di moralista con un lungo trattato di mille trecentotrentasei versi variamente distribuiti in quattro canti. Sebbene non se ne conosca la data di composizione, è fuor di dubbio che si dedicò a questo lavoro già vecchio, perché è tutto pervaso di sapienza, ma non di quella sapienza frutto di meditazione e di studio, che si può raggiungere a qualunque età, ma di quella saggezza spicciola ed empirica che solo si acquista col volger degli anni e colla quotidiana pratica della vita. E poiché inizio della sapienza è il timor di Dio, neppur questo manca nelle sue “Rime morali”. Ma è un timor di Dio “sui generis” che non procede da convinzione ragionata e profonda né da rapida intuizione, ma timor di Dio che si affaccia quando incalza il pericolo, quando la morte minaccia: timore che è proprio delle anime e delle “menti grosse” sebbene non interamente corrotte.



