III
Si possono comprendere tra le rime giocose di Giuliano Rossi anche quelle che vanno, di solito, sotto il nome generico di “poesie di occasione”. Ve ne sono anche per gli avvenimenti più frivoli. Deve inviare gli auguri a una dama, fare un invito, raccomandare un facchino o una balia? Vuol ringraziare un’amica, commentare una predica, annunciare una nascita? Ogni pretesto è buono per far versi: tutto, per lui è oggetto di poesia. Non importa se essa viene abbassata all’umile ufficio di accompagnare una cagnetta imbalsamata, di rivedere un conto sbagliato, di riferire al medico gli effetti di un purgante; sembra che egli non sappia pensare, parlare, scrivere che in rima: egli potrebbe a ragion dire con Ovidio: “quidquid tentabam dicere versum erat”. La quantità però va a scapito della qualità e che in tutta quell’abbondante congerie poetica gettata giù alla meglio non resta da ammirare che la facilità con la quale il Rossi, pur in tante altre faccende affaccendato, sapesse inventare versi sempre pronti. Qualcuna, tuttavia, si fa notare per l’arguzia piacevole e le facezie spiritose, come la seguente, scritta per dare avviso di una spedizione di riso.
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